Esperienze, Parte Ottava

Esperienze, Parte Ottava

Prima di spostarci verso il lato est, andammo a parlare con Tuathal, il Primo Grande Mago della Fuoco I. Lo trovammo ansimante, le mani sulle ginocchia e i capelli completamente appiattiti dal sudore; una visione non da tutti i giorni, considerando che il soggetto in questione era un elfo.

Ci disse che, come Mano Nera, aveva dovuto attingere a un incantesimo antico perché, per colpa di qualche strana influenza giunta dall’interno della struttura davanti a noi, la sua magia era parecchio attenuata. “Sento che la terra battuta sotto i nostri piedi, dalla quale nasce questo campo di concentramento, è come se fosse... morta. Ho dovuto costringerla a rivivere, riportando quanto più verde ho potuto. E non mi ero reso conto di quanto fosse distante la prima macchia di vegetazione sufficientemente rigogliosa” Cercò di ergersi in tutta la sua regalità elfica, ma il viso era ancora mezzo contorto in un cenno di affanno. “Non so nemmeno quanto riuscirò a mantenere questo incantesimo, perché quel qualcosa che tiene il verde lontano da qua sta continuando ad assorbire la mia magia. Quindi, finché dura, vediamo di terminare quest'incombenza” Mentre finiva di dire così, i suoi occhi ripresero a sfavillare di potere arcano e cominciò la risalita verso il mastodontico albero-montagna che aveva appena creato. Come detto dall'elfo, il contatto del tronco con la tetra cattedrale lo stava facendo seccare e già si vedevano le foglie aghiformi cadere al suolo.

I comandanti che seguivano l'elfo ci fecero il saluto militare prima di proseguire e noi augurammo loro che il buon Fato baciasse le loro armi, ordinammo l'adunata, che passò di bocca in bocca, e ci avviammo verso il lato est.

Durante la corsa, ci imbattemmo in due compagnie di fanteria pesante che cercavano di sfondare la piccola entrata secondaria rivolta a sud con un tronco rimediato dall'incantesimo del Grande Mago elfico. In movimento, Probo ordinò ad altre due squadre di dar loro una mano e rimanere all'esterno, una volta che la porta avesse ceduto; in questo modo, chi era dentro sapeva di aver le spalle al sicuro e che avrebbero avuto l'eventuale ritirata coperta.

Raggiungemmo l'entrata principale poco dopo, tra esplosioni e incitamenti da parte degli uomini. Un portaordini ci stava aspettando, assicurandoci che la parte nord, anche se difesa come il resto della piazza attorno alla costruzione, era ormai caduta, anche grazie al Secondo della Verità IV.

Probo annuì e ordinò al ragazzo di correre dagli alti grado, dicendogli che si potevano spostare verso una delle basse torri a est del minareto. Probo ne indicò una al portaordini, che fece il saluto militare e corse verso sud. Il capitano quindi chiamò il sergente di una squadra di cavalleria e comandò loro di assicurarsi che la costruzione che aveva testé indicato fosse sgombra da pericoli.

Una volta che i cavalieri si furono allontanati, spostammo la nostra attenzione all'ingresso principale. Eravamo a poche decine di passi, e potevamo vedere che sopra al portone di legno borchiato in ferro vi erano delle grate dalle quali i difensori sembravano far discendere qualcosa di viscoso e fumante. Il Primo della Verità IV stava arginando il problema con un'altra magia difensiva. Uno dei genieri, preso dal tedio perché non stava intaccando i cardini del portone, chiese al Grande Mago di resistere ancora per pochi istanti e scoccò un dardo della propria balestra attraverso quelle inferriate in un momento in cui non veniva colato nulla. Si sentì un altro boato, una breve pioggia di fuoco e degli urli strozzati. Da lì in poi, chi stava assaltando la porta poté lavorare con calma.

La porta cedette quando, fuori, l'oscurità regnava sovrana. Si erano accese decine di torce per far continuare il pattugliamento e alcuni genieri avevano anche lanciato delle stelle portatili sui balconi, onde evitare nuovi assalti magici dagli spalti. Precauzione che venne mantenuta anche non appena la porta venne divelta.

Ci erano arrivati altri portaordini con aggiornamenti da parte dei lati nord, sud e ovest. Dove prima vi era la nostra legione la porta era stata abbattuta, ma entrarvi era impossibile, così come a nord: l'entrata era troppo piccola, e le difese interne erano considerevoli; avevamo già perso abbastanza uomini, ma qualche squadra a presidiare le entrate secondarie era comunque rimasta.

Dal lato della Fuoco I, l'assalto tramite l'enorme albero-montagna continuava, con Tuathan che ancora lanciava fiammeggianti raggi di magia elfica. Non erano ancora riusciti ad andare in profondità della ferita recata, ma era solo questione di tempo.

Una volta che la porta principale venne giù, la fanteria pesante si riversò all'interno, gli scudi ben in alto per evitare danni alla retrovia, e come un’onda in piena spinse e scosse tutti quelli che trovò nel suo cammino. I genieri lanciarono granate più avanti della nostra linea d'attacco, e noi che seguivamo falcidiammo quanti più difensori potemmo.

Da lì in poi la lotta fu caotica e incomprensibile. Lottavo come una fiera per mantenermi in piedi. Persi la mia corta spada praticamente subito e usai le mani per aggrapparmi disperata ai miei compagni d'arme per non cadere. Sarebbe stata la fine se fossi caduta a terra, in quel pavimento di pietra nero come la notte, giacché l'avanzata doveva continuare e i legionari non avrebbero sicuramente aspettato che mi potessi rialzare. Durante un momento di pausa recuperai velocemente la prima arma che mi capitò, che si rivelò essere uno dei bracci di un esemplare del quarto archetipo. Sollevai l'arto, giusto in tempo per parare un montante discendente proprio del probabile proprietario dello stesso, dato che gliene mancava uno. Scansai il colpo, ma la punta di una delle lame raggiunse una guancia e mi ferì. Qualcuno riuscì a trapassare il mio avversario, poi la ressa continuò e persi di nuovo la mia arma. Mentre lottavo per respirare e per non vomitare, dati i continui spintoni e le gomitate che ricevevo a livello del basso ventre e del seno, notai che molti dei difensori adesso venivano dall'alto! Terzo e quarto tipo! E, sia ringraziato il Fato, non erano del primo! Quelli avrebbero sicuramente fatto dei buchi enormi delle nostre linee, spezzando l'assalto e distruggendoci, ma evidentemente erano stati utilizzati tutti fuori dalla cattedrale.

Con la forza della disperazione mi arrampicai sopra alle spalle e le teste dei miei commilitoni e urlai con quanto fiato avevo in corpo di alzare le armi, ché la minaccia veniva dall'altro. I fanti nelle mie immediate vicinanze dovettero sentirmi, perché cominciarono a fare il passaparola. Rimasi in alto sopra agli uomini quel tanto che bastava per cercare di capire dove eravamo e come stava andando la battaglia, non più di una mezza dozzina di battiti di cuore, ma tanto bastarono.

In quel momento mi trovavo praticamente a metà della lunga navata centrale della cattedrale. Ai lati, grazie alle stelle portatili e ad alcuni sparuti bracieri, potevo vedere una serie di colonne e, sopra di esse, il punto sopraelevato da dove si lanciavano i difensori. Dalla parte opposta a quella da cui eravamo entrati si sviluppava un'enorme scala che si divideva in due ali. Sotto di essa vi erano delle porte robuste, al momento chiuse. Altri due portoni erano sotto il porticato, anch'essi chiusi. La cacofonia di urla, grugniti, acciaio e carne era indescrivibile e la loro eco tra le colonne le rendeva spettrali e spaventose.

Più avanti, verso la scalinata e sopra di essa, la lotta era nel pieno del suo vigore, così come ai piani superiori. Non riuscii a vedere come raggiungere il minareto rivolto a est, ma immaginavo che bastasse seguire i piani rialzati.

A un certo punto cascai di nuovo sul pavimento e dovetti ricominciare la mia lotta per non finire sotto gli stivali ferrati dei miei compagni legionari.

Lo sballottamento, gli scossoni e la lotta all'interno di quell'enorme androne continuò per un tempo che non riuscii a quantificare con precisione. So solo che quando, finalmente, vidi la fanteria pesante avanzare a passo sicuro sopra le scale ero stravolta dalla fatica. Avevo lividi in ogni parte del corpo e anche ferite sul volto e sul collo. Mi fermai per un istante a riprendere fiato al lato della scala, appoggiandomi al corrimano di pietra, vicino a uno dei portoni chiusi.

Mi levai i guanti, e vidi che la maggior parte delle unghie erano tumefatte dalle continue pressioni che mi erano state fatte addosso alle piastre posteriori dei fanti a cui mi appoggiavo. Alcune avevano anche preso a sanguinare.

Eppure, tutto sommato, potevo ritenermi fortunata. Davanti alla scalinata vedevo parecchi corpi, uno sopra all'altro, di byestiani e legionari. Fortunatamente più dei primi che dei secondi. Era un miracolo che potessi guardare quei cadaveri solo con qualche contusione e le unghie spezzate, invece che star riversa in quella navata con loro.

Non mi accorsi nemmeno delle lacrime che stavano scendendo, ma non singhiozzavo. Quel pianto era solo uno sfogo del mio vecchio io. La Mariniana che stava venendo fuori, invece, stava sondando tra i corpi con lo sguardo, alla ricerca di un'arma che avrebbe potuto usare anche nelle sue condizioni. Infilzata nel cadavere di un legionario, trovai una spada di qualche dito più lunga di quella che avevo perso, la assicurai alla cintura e, dopo essermi pulita le lacrime, mi misi a correre su per le scale.

Una volta in cima notai, girandomi verso l'entrata dove si trovava l'alta torre, che la lotta andava continuando alla fine dei terrazzi interni, proprio per raggiungere il minareto. La mia presenza lì sarebbe stata d'intralcio, quindi decisi di continuare verso ovest. Superate le scale, dopo un arco a tutto sesto e un corto corridoio male illuminato, la strada si aprì su una cupola di pietra e vetro che non avevo notato da fuori. La cosa innaturale era che tutti i presenti erano completamente immobili. Da dove mi trovavo sentivo solo i grugniti e gli sbuffi di coloro che stavano cercando di muoversi, o anche semplicemente di respirare. Tutti erano avvolti da una patina nero-verdastra, frutto sicuramente di un incantesimo. Molto più avanti rispetto alla mia posizione, sentivo delle voci, urla per lo più, e sfolgorii, scoppi e fiammate. Una lotta arcana!

Mi feci piccola piccola, cercando di passare senza che nessuno mi notasse. La magia che immobilizzava i legionari sembrava aver effetto anche sui difensori, intrappolati in pose marmoree di attacco o difesa; questi non emettevano alcun suono, come se fossero davvero diventati statue. Sui volti dei legionari, per lo meno quelli che avevano la celata alzata o che l'elmo proprio non lo avevano, vedevo le vene della fronte molto pronunciate, gli occhi strizzati e i nervi del collo tirati. Quella posizione doveva causare loro molto dolore, quindi cercai di accelerare, sempre mantenendomi più bassa possibile per non farmi individuare da chi stava ancora combattendo davanti.

Dopo molti passi, incontrai il capitano Probo, in prima linea come al solito, anche lui fermo, il volto contorto in un'espressione febbricitante; tirai un silenzioso sospiro di sollievo nel vederlo ancora in piedi, ma il viso paonazzo mi diceva che non lo sarebbe stato ancora per molto. Poco dopo di lui, superati i legionari, mi ritrovai davanti la linea di difesa dei byestiani, sopra a pochi lunghi scalini che portavano a un piano leggermente rialzato rispetto al resto della corte. La loro prima linea era formata da alcuni esemplari degli energumeni, questi in particolare sani, o completamente formati, sarebbe meglio dire. Dietro a loro vi erano altre frange degli altri archetipi. Ancora dietro a questi, sopra al piano rialzato, notai tre persone dar lotta a un uomo solo e a due archetipi maghi.

Il trio era formato dal Primo della Fuoco I e dai Grandi Maghi della Verità IV. Il loro avversario era un mago dall'aspetto cereo, vestito di un saio marrone scuro, quasi nero. Il volto, l'unica parte anatomica visibile assieme alle mani, assomigliava molto a quello degli archetipi del terzo tipo, ma a differenza di questi non aveva la scatola cranica deformata, e il suo essere sprigionava un potere devastante che incuteva terrore. Da ogni dito scheletrico lanciavano magie di ogni sorta, fuoco, tuoni, punte di ghiaccio, acqua e chi più ne ha più ne metta, che andavano a scontrarsi con le barriere dei nostri Grandi Maghi.

Tuathal cercava di attaccarlo con frustate di arbusti che la sua magia stava cercando di creare all'interno di quella stanza e attraverso le finestre nella cupola. Tuttavia, un probabile contro-incantesimo protettivo non permetteva a queste di durare molto, tanto che o si staccavano dalle pareti e morivano appena toccavano terra, o, mentre saettavano a destra e sinistra per prendere il mago avversario alla sprovvista, si seccavano improvvisamente, o venivano incenerite dalle magie del byestiano.

I due esemplari dalla calotta cranica enorme, invece, stavano dando filo da torcere ai Grandi Maghi della Verità IV: mentre i primi attaccavano con quelle stelle nere e altri raggi mortiferi, i secondi cercavano di difendere se stessi e il Grande Mago elfo. I contrattacchi erano accaniti, con l’obiettivo di far riprendere fiato a chi stava creando la barriera protettiva.

Studiando la situazione, cercavo un varco per dare una mano ai nostri Maghi, ma il mio timore era che, anche se i loro avversari erano concentrati su di essi, sarebbe bastato un rumore fuori posto per farmi incenerire. Ma la mia attesa si stava rivelando troppo lunga e cominciavo a temere per l'esercito schierato al di sotto di quella cupola, ormai immobile da diversi minuti e a malapena in grado di respirare.

Poi mi venne in mente un'idea. Forse un diversivo avrebbe potuto dare un piccolo vantaggio ai nostri maghi.

Il frastuono continuo delle magie infrante su altre magie e delle frustate delle liane e dei rami mi convinsero che mi avrebbero permesso di non farmi udire in alcun modo, così le mie mani corsero lungo la cintura, dove incontrarono la scarsella con i miei utensili da scrittrice, la spada che avevo trovato al piano di sotto... e il pugnale! Una corta lama lunga appena pochi pollici, ma di squisita fattura. Un regalo fattomi dai miei allenatori. Alcuni di essi erano anche degli ex galeotti che avevano frequentato quelle bettole dove spesso le risse finiscono con uno di quei coltelli all'altezza della milza, oppure dove gli stessi venivano lanciati contro un bersaglio, scommettendoci sopra delle piccole somme di denaro. Il mio sogno era imparare a tirare con l'arco, ma gli archi imperiali erano di un libbraggio veramente importante, e mi sarei dovuta allenare ancora molto prima di poterne tendere uno nel modo giusto. Quindi, questi bricconi pentiti mi consigliarono di imparare a lanciare le armi che avevo a disposizione. Non che fossi abile quanto loro, che avevano passato la maggior parte della loro vita a lanciare coltellacci a dei bersagli, spesso di carne, quali i loro avversari; eppure, mi ritenevo abbastanza brava da poter centrare uno di quelle teste deformate degli esemplari accanto al mago byestiano.

Estrassi il coltello e lo soppesai sulla mano destra mentre guardavo il mio bersaglio, infine lo impugnai dalla punta. Ero nascosta dietro diversi esemplari del terzo archetipo, ancora immobili, quindi non ero stata avvistata; tecnicamente, non si aspettavano un attacco alle spalle, soprattutto uno che non fosse magico. Stavo calcolando quanti giri far fare alla lama e quanta forza imprimere al lancio, quando infine mi costrinsi a respirare con più calma e a cercare un posto dove avrei potuto avere una visuale libera e poi potermi nascondere immediatamente. Mi spostai quindi di pochi passi verso una zona dove erano concentrati più byestiani, sempre inerti. Tra le spalle di due di questi vi era uno spazio abbastanza largo da permettermi un lancio libero. Aspettai che il mio avversario cominciasse un rito per l’incantesimo successivo e, quando questo era ormai prossimo a lanciarlo, mi alzai e scagliai la mia arma.

La distanza non era molta, ma il coltello descrisse comunque una corta parabola e, durante tutto il tragitto, trattenni il fiato. Erano pochi battiti di cuore, ma mi sembrarono eterni quanto i tanti momenti vissuti in quella giornata di morte e sangue. Infine, vidi la lama penetrare per tutta la sua lunghezza nella scatola cranica del mio bersaglio, dietro la nuca.

Quando vidi il fiotto di sangue e sentii il primo urlo mi accasciai a terra per non essere vista, nascondendomi tra le gambe dei byestiani miei momentanei alleati. Da quella posizione, cercai di osservare il resto della scena. Con il mio lancio non ero riuscita a uccidere il mago; evidentemente la lama era troppo corta per arrecare gravi danni a quelle meningi deformi, ma interruppi l'incantesimo che questo stava per scagliare e creai una finestra di tempo tale da permettere a Fabius Secondo, Primo Mago della Verità IV, di creare in un baleno un’enorme falce azzurra sfavillante, che sembrava fatta di ghiaccio. La lama fischiò lungo il tragitto e andò a piantarsi nelle tempie del mago che avevo distratto, tagliandogli la testa di netto.

Non credo fosse una cosa calcolata, ma i liquami verdognoli spruzzati dal cervello dell'essere schizzarono i volto il mago byestiano, che venne distratto a sua volta. Questo interruppe i suoi incantesimi e rivolse una mano verso la cima dell'unica torre a est. Dalla spalla fino alla punta delle dita serpeggiarono come delle teste di tre serpenti che si concentrarono subito sotto il palmo e partirono a velocità incredibile verso il loro obiettivo. L'incantesimo sibilò malevolo all'interno della cupola e ne distrusse una parte quando toccò la sommità; i calcinacci caddero indifferentemente tra i suoi alleati e i legionari. Il dardo continuò il suo tragitto fino a penetrare nella cima del minareto. Ci fu come un battito di cuore di sospensione in cui il contenuto della piccola cupola in cima alla torre sembrò assorbire ogni suono e ogni colore attraverso un'ombra che si irradiò tutt'intorno alla costruzione tanto che mi sembrò di essere diventata cieca e sorda. Infine, con un violento scoppio, la vetta andò in frantumi, ma tra i detriti potei vedere comunque dei raggi neri e sinuosi che partirono in diverse direzioni.

Sotto la cupola, intanto, Damian Dot, il Secondo della Verità IV, aveva avuto la meglio sull'altro esemplare del secondo archetipo e Tuathal era riuscito infine a legare quasi tutto il corpo del mago byestiano. Dai piedi fino alla gola, l'elfo aveva fatto crescere tanti rampicanti e liane che non permettevano all’avversario di muovere un muscolo. Ora il corpo era immobilizzato e in piedi, le gambe leggermente divaricate, un braccio gli correva lungo il busto mentre l'altro era alzato in un gesto di sfida. Fabius si avvicinò a quella strana opera d'arte e ordinò all'uomo: “Libera immediatamente i legionari dal tuo sortilegio, oppure...”

“... oppure cosa?”, lo interruppe il byestiano con voce sprezzante. “Mi ucciderete? Pensate che non sappia di essere già morto? Ma che dico, tutti voi siete solo dei cadaveri che camminano!”

Scoppiò in una risata folle, e intanto cercava di divincolarsi dalla presa arborea; dopo qualche tentativo invano, continuò: “Voglio farvi questo regalo, invasori...”

“Non siamo sicuramente noi ad aver invaso per primi i confini dei nostri vicini, pazzo scriteriato!”, gli rispose Damian Dot, avvicinandosi.

“Ma ci serviva, come dire, della manodopera. Dovevamo sperimentare, dovevamo testare. E i test non sono ancora finiti, nossignore!”, rispose stralunato l'individuo, negli occhi lo spettro della follia. “Voglio farvi questo regalo, miei cari invasori!” continuò. “Dovete sapere che prima o poi voi, ma anche io se non fosse stato per questo scontro, farete quella stessa fine”, e indicò con lo sguardo gli archetipi a difesa del piano rialzato in cui ci trovavamo, poi continuò urlando: “perché è l'unica soluzione possibile, perché altrimenti saremmo spacciati, perché solo così si può porre rimedio a ere di sbagli!”

Improvvisamente, i suoi occhi sprigionarono fiamme nere e cominciò ad urlare dal dolore… o forse erano ancora risate insane quelle che sentivo?

“Tenete, prendete il mio regalo! E fatene buon uso, per quanto sprecato possa andare... riprendetevi le vostre futili vite!

I suoi occhi ruggirono di fiamme, e dal volto esplose una fontana di liquido nero, come sangue coagulato. E mentre davanti a noi succedeva questo, dietro, tutti i byestiani all'interno della cupola esplosero, inondando con il loro icore le membra dei nostri legionari. Questi si accasciarono a terra, finalmente liberi dal giogo dell'incantesimo che non permetteva loro di muoversi. Praticamente tutti eravamo insozzati da quel sangue rosso scuro, quasi nero, e, proprio come me, molti commilitoni si accasciavano a terra e vomitavano dal ribrezzo e dal dolore. 

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