Perdersi in un bicchiere di troppo - seconda parte Onnigrafo Magazine

Perdersi in un bicchiere di troppo - seconda parte

“Peccato non averlo centrato” penso nei meandri di quel risveglio che aspetto da tutta una vita.

No, non sono i fumi dell’alcool a parlare, quelli svaniscono quasi subito come foglie portate via dal vento in autunno. A parlare è quella stronza della mia coscienza che ogni giorno, al rientro di Mario, mi mette di fronte al fatto che vorrei spaccargli la faccia. Quella sua faccia da culo nascosta dietro la figura di marito e padre amorevole. Cazzate! Quale marito ignora la moglie per anni e poi se ne ricorda nel momento in cui sa che la deve esibire per una cazzo di promozione pubblica?

La verità è che di me non glien’è mai fregato un cazzo! Lui vuole solo apparire come la persona che non è e ora spera di scaricarsi lui la coscienza e le responsabilità dando la colpa a me di una cosa che potrei tranquillamente gestire da sola come ho sempre fatto. Lui non deve mettersi in mezzo, cazzo!

Sento i suoi passi rimbombarmi nelle orecchie. È già dietro di me, sento il fiato sul mio collo irrigidito per la tensione e per la voglia di tirargli una testata. Sono ancora nella stessa posizione da quando quel bicchiere è “accidentalmente” volato di sotto.

«Mi spieghi che cazzo di problema hai?» mi urla addosso, fin troppo attaccato al mio viso.

«Sai, ero così eccitata di vederti tornare che il bicchiere mi è scivolato dalle mani.»

«Tu eccitata? L’unica cosa che ti eccita è scolarti qualunque cosa a qualunque ora. Che sappia io non hai un orgasmo da quando abbiamo avuto Adele: è da quando l’abbiamo concepita che non scopiamo.»

Ti piacerebbe...illuso benpensante...

«Quindi è questo per te? La mancanza di sesso e intimità? Se vuoi godere basta chiedere. Calati i pantaloni, ti faccio un pompino con ingoio che risveglierebbe anche il pene meno attivo dell’universo.»

«Non mi farei sfiorare da quella bocca neanche se fosse l’ultima a disposizione. Mi fa schifo anche solo parlarti perché l’alito di fogna che emani rappresenta quella che sei diventata: un’alcolizzata di merda. E io sono abbastanza stufo di dover sopportare la tua presenza.»

«Allora vattene, affanculo o dove cazzo vuoi tu, basta che ti levi dalle palle.»

«Non sono io ad avere un problema qui. Se non vuoi farti curare è un problema tuo, ma abbi almeno la decenza di privare me e i nostri figli di una figura materna come la tua. Se non vuoi farlo per me dato che mi disprezzi, fallo per loro. Non si meritano una disgrazia così.»

«Questo è proprio un bel modo per pulirsi la coscienza. Bravo. Ora potrai andare a piangere da tua madre e da tutti i tuoi amici e raccontare che sei stato costretto ad allontanarmi, passando per la vittima che non sei. Io potrò anche avere un problema ma almeno lo posso curare: tu il tuo essere stronzo te lo devi tenere!»

Gli lancio un ultimo sguardo carico d’odio e mi dirigo verso la camera da letto. Mi ci chiudo dentro e lascio che la rabbia abbandoni pian piano il mio corpo. Il primo tassello della mia vita infelice è stato appena distrutto, ora non mi resta che attendere domani per eliminare i frammenti di responsabilità donati da Gionatan e Adele, e riprendermi la mia libertà.

Sapevo che sposarmi e fare una famiglia sarebbe stato un errore, ma ho voluto provarci lo stesso e ho scelto la persona meno adatta a me per tentare quest’avventura.

Peccato, perché a letto era bravo. All’inizio era perfino difficile stargli lontana ma con l’arrivo del primo figlio è tutto precipitato, compreso il suo pene, diventato di colpo poco reattivo. Adele è stata davvero concepita dallo Spirito Santo.

Uno Spirito Santo che si chiama Giulio.


Sono trascorsi diversi giorni dall'episodio del bicchierino. Ho cercato di non aprire nessun tipo di discussione con Mario, mi sono fatta andare bene ogni cosa, persino quando ha rimproverato più del dovuto Adele per una stupida nota che aveva preso tutta la classe e l'ha rinchiusa nella sua stanza, senza cena. Tutto. Va bene tutto, purché possa restare nel mio personale limbo, dove nessuno ha il diritto di raggiungermi, dove posso ingannare il destino e fingere di vivere, mentire, illudermi di sapere come gestire gli impulsi e le emozioni che, troppo spesso, afferrano le mie viscere e avvolgendomi in un vortice, discendente verso un buco nero di silenzi siderali.

Agli occhi di tutti ho così guadagnato qualche giorno di apparente normalità: al lavoro, con la mia amica Giorgia, con i ragazzi, con Mario e con mamma.

Ho anche rinunciato alla macchina, vado a piedi al lavoro e sono attenta ogni giorno a cambiare percorso, così da non creare abitudini che mi costerebbero incontri ciclici, che poi finirebbero con nuove conoscenze o soliti posti.

Ho sempre odiato i "soliti posti": significano, nella mia testa, tempo cristallizzato, doveri, convenzioni sociali, noia profondissima. Quindi a volte imbocco il viale di tigli dalle ridenti foglie giallo verdi, altre un breve ma buio passaggio sotterraneo, altre volte la strada principale sempre trafficata e incinta di rumori. Così assecondo anche il mio umore ballerino, intonandomi di volta in volta a un paesaggio piuttosto che a un altro.

Sono giorni che ripenso a Giulio. A quel giorno, più di dieci anni fa, che sfinita e confusa infilai l'enorme portone della chiesa di S. Maria delle Grazie per cercare rifugio tra le ombre tremule delle candele e il silenzio sospeso tra i banchi di legno sgombri dall'ipocrisia di chi si batte il petto, ma non ha l'anima dello stesso colore del manto mariano che bacia con tanta devozione. "Sola a solo" recitava quel canto, per raccontare la solitudine di Maria sotto la croce. Io, forse, quel vuoto abbandono alla sofferenza che sovrasta l'anima fino a disintegrare ogni piccolo moto di volontà lo conosco. Sembrerò sacrilega, di fronte al tabernacolo lucente, mentre associo il mio dolore a quello di una madre con un figlio dilaniato ingiustamente. Ma anch'io sanguino, anch'io ho muscoli e vene e nervi spogliati dalla pelle, esposti, decorticata dalle mie stesse mani, immolata in un urlo perenne che esplode e si propaga tra i canali cavi delle mie ossa. Oh Dio, sono così sfinita. Tu riesci a sent...

«Buonasera, sorella. Non l'ho mai vista qui nella mia parrocchia lei è nuova? Sono Don Giulio e se vuole posso confessarla, ho messa solo tra un'ora.»



Dopo la confessione, quando feci il segno della croce, non socchiusi gli occhi né li alzai al cielo: guardai lui.

Mi restò piantato nel cervello tutto il giorno; facevo ordine dentro casa e sparpagliavo i miei pensieri per ricercarlo dentro ogni momento, soprattutto la sera: sola nel letto a sperare che Mario tornasse il più tardi possibile mentre eccitata non riuscivo a smettere di toccarmi, e l’ultimo orgasmo mi assalì violento nello stesso istante in cui la porta di casa si aprì. Mi morsi le labbra e serrai con forza le cosce bagnate.

Dal mattino seguente inventai scuse sempre diverse per andare in chiesa e farmi trovare da Giulio, imbarazzata ma piena del desiderio di memorizzare ogni volta un suo particolare in più.

Mi masturbavo ogni volta che ne avevo l'occasione, ossessionata carnalmente da lui fino a vederlo senza più quel collarino ecclesiastico.

Passarono dodici giorni tra i miei sogni e il poter respirare il suo alito, il sentire la sua pelle sudata premere contro la mia, la sua lingua e le sue mani morbide frugare tra le mie cosce. Lo ricordo benissimo: era il terzo compleanno di Gionatan e Mario aveva iniziato a notare qualcosa di diverso in me.

Iniziai a farmi coraggio con sorsi di vino già dopo aver partorito, ma il coraggio che mi ci volle per sedurre un prete e tradire famiglia e valori dovetti sostenerlo attraverso bicchieri sempre più numerosi. Quel giorno stupendo e umiliante bevvi anche l'intero flacone di collutorio, ma non servì a nulla quando sentii schizzare dentro me il suo sperma caldo, tremula di spasmi tra estasi e terrore, anzi, ne volli succhiare ogni goccia rimastagli sul sesso e continuare a farlo per tutte le settimane fino al suo trasferimento, fino a dover scopare con Mario per giustificare l'arrivo di Adele…