Cronache di altri mondi - Ascesa verso l'oblio Onnigrafo Magazine

Cronache di altri mondi - Ascesa verso l'oblio

Capitolo 1

Base Stellare SOL1; Data 22851203.1902

0,45 secondi. Il tempo che impiega la materia a diventare energia. Questo è il momento in cui il nostro organismo si spegne, un attimo prima di viaggiare nello spazio profondo, come un fascio di luce che taglia le tenebre.

Cisco è fisso sui monitor. Ore 19:02. Il flusso dati impiegherà due minuti ad arrivare a destinazione e a tornare indietro. La cabina di controllo lampeggia, un picco negli strumenti avverte di un’anomalia. Cisco sussulta mentre in un millesimo di secondo il laboratorio sprofonda nel buio, la gravità artificiale si disattiva per un istante quasi impercettibile, abbastanza da concedere a Cisco di percepire la perdita di equilibrio. Le luci di emergenza si attivano e tutti gli strumenti si riavviano in meno di due secondi. Cisco è pietrificato, teme per il suo collega, e amico, Edwin. Sullo schermo è svanita la sua matrice biometrica. Uno dei terminali ancora spenti riflette il suo sgomento. Qualche istante dopo la matrice biometrica riappare sullo schema in output del laboratorio e sulla piattaforma di teletrasporto, preceduto dal canonico brillare della materia che si compone, riappare un Edwin leggermente stordito.

Il giovane ricercatore dalla carnagione olivastra barcolla, ma riesce a tenersi in piedi; incrocia lo sguardo di Cisco, visibilmente preoccupato, che si sta dirigendo verso di lui.

«Cisco... » La voce di Edwin trema, più per la preoccupazione indotta dallo sguardo attonito del collega, che per la sua sensazione di sbandamento. Capisce che qualcosa è andato storto solo pochi istanti dopo, quando nota le luci di emergenza accese.

Cisco lo sostiene e lo aiuta a sedersi. Nonostante alcune gocce di sudore freddo gli righino la fronte, sembra stare bene. Poi si volta verso l’interfono che si trova ad alcuni passi dai divanetti dove si sono seduti pochi istanti prima; Edwin segue il suo sguardo e gli fa cenno di fermarsi.

«Non disturbare l’infermeria...» impasta le parole mentre continua «...è stato solo uno sbandamento. Sto bene.» la sua voce si fa più sicura sulle due ultime parole. Cisco annuisce e torna con lo sguardo sull’amico.

«Sei sicuro?» Cisco fa una breve pausa, mentre scruta il collega negli occhi. Di risposta Edwin fa un cenno di assenso con la testa. «Sei arrivato di là?» incalza quindi Cisco.

«No. Qui sono partito e qui sono tornato.» Edwin abbassa gli occhi e scuote leggermente la testa. Poi sospira profondamente.

«Non è di certo per colpa tua Edwin» Cisco lo continua a fissare, cercando di levarsi dalla mente il timore che ha provato per la sorte del collega, pochi minuti prima. Poi continua: «C’è stato un picco negli strumenti, una forte onda elettromagnetica ci ha colpito, è durata un istante ed è svanita. Non ho ancora analizzato i dati ma credo che provenisse da oltre il sistema.»

«Da oltre il sistema? Un evento cosmico quindi…» Edwin esclama e sgrana gli occhi, come farebbe un bambino davanti a un nuovo giocattolo. «…controlliamo il bollettino, forse qualche stazione di ricerca ha intercettato l’anomalia. Dalla telemetria potremmo capire cosa è successo ai nostri strumenti.» Edwin si è ripreso e ogni suo torbido pensiero è svanito, sostituito da un genuino entusiasmo.

Anche Cisco, elettrizzato per l’evento e rassicurato dall’energia di Edwin, ripone via le sue preoccupazioni. I due scienziati continuano il loro lavoro, segnalano l’evento sul diario del laboratorio, controllano tutta l’attrezzatura e cercano risposte nella telemetria dello strano evento a cui hanno partecipato. Le ore si susseguono ineluttabili e la fine del turno si presenta prima delle risposte che stavano cercando. Nessuna stazione finora ha comunicato loro dati utili a identificare l’anomalia. Leggermente delusi dalle proprie aspettative, a fine turno, si dirigono ognuno verso il proprio alloggio. Come ogni altro giorno, rimuginando sui progressi della giornata e sulle scoperte.

***

Nonostante tutto Edwin non è provato dalla sua esperienza; non fisicamente. Mentre percorre il tragitto dal laboratorio verso il suo alloggio, ripensa ai giorni passati a studiare quando da giovane frequentava l’accademia; sentiva sulle spalle la medesima testa pesante.

La stazione spaziale è deserta. Lungo i corridoi di metallo i suoi passi rimbombano pesanti. Alla fine son quasi le undici di sera. Pensa tra sé. Il suo passo marcia moderato, ma si sente a disagio, come non accadeva dai primi giorni passati nello spazio. Scrolla il capo e accelera. Passando vicino ai corridoi che portano alle biosfere percepisce l’odore della terra fresca, l’odore di casa. Quasi tredici mesi senza tornare sulla superficie si adagiano pesantemente sulle sue tempie. Si ritrova fermo davanti al corridoio. Per un attimo la sua mente è sgombra di tutto e l’immagine della tenuta di famiglia, nello yorkshire, brilla tra un battito di palpebre e l’altro. Senza neppure accorgersene ha raggiunto la biosfera.

Edwin avrebbe voluto correre lungo il perimetro della bolla di vetro-acciaio e immaginare che fossero le colline intorno a casa sua. I colori lucenti della valle, il vento frizzante sulla pelle, il profumo dell’erba in germoglio e dell’uva appena colta. Fantasticando sulle sue percezioni e ingrassando l’ingranaggio della nostalgia, il suo riflesso sui pannelli esterni si avvicina sempre più, svanendo verso il vuoto dello spazio. In lontananza una piccola lente celeste riflette il sole alle spalle della stazione. Casa.

Edwin si distrae dal dipinto di pece oltre il suo sguardo, attratto da un riflesso a lato di sé. Lo sguardo volta a sinistra e una figura decrepita appare sugli specchi solari che si stanno alzando a protezione della biosfera. Un volto familiare lo fissa impietrito, attonito. Di scatto si gira di spalle. Non c’è nessuno. In quel luogo è solo. Un brivido gli corre lungo la schiena, dalla nuca in giù fino alle scapole. L’ansia cresce dentro sé quando ancora girato, con le spalle agli specchi, sente di ricordare sempre di più quel volto. Non vuole girarsi, la sua mente lo sta proteggendo da una realtà ambigua, disordinata. Ma è come vivere il paradosso del gatto dentro una scatola chiusa, con una fialetta di veleno. Il gatto è sia vivo, sia morto.

Il cuore batte furioso. Le labbra secche e le mani tremolanti precedono il primo pensiero folle. Poi il secondo, incalzato dal terzo, poi il quarto, il quinto… vuole chiudere gli occhi ma dietro le palpebre vede quelle pepite nere incastonate in uno sguardo indimenticabile. Stupito, assente, vuoto. Ero io.

Cinque minuti è stato il tempo che ci hanno messo gli specchi a chiudersi sui vetri temprati della cupola della biosfera.

Edwin si volta. Sono io.

***

Gli alloggi della stazione spaziale sanno essere confortevoli, accoglienti, ma anche freddi.

Cisco sobbalza dal letto del suo appartamento. Confuso, non ricorda nulla del suo sonno. Percepisce che la temperatura nella stazione è lievemente più bassa del solito. Si guarda intorno, ancora stupito del suo improvviso risveglio. Una lama di luce penetra da uno dei pannelli oscuranti. Il sole è alle mie spalle, quindi è notte fonda. Gira lo sguardo verso i comandi della stanza e squilla un ordine. “Serrare pannelli”. La macchina esegue senza emettere alcun suono e il buio cala di nuovo nella stanza.

Un tonfo sordo da oltre la paratia blocca il suo respiro per un instante. Si paralizza. Un altro colpo da fuori, nello spazio siderale. Oltre il velo che preserva la vita. E poi ancora, ancora e ancora. Un brivido gli corre dal viso fino lungo le braccia. Una voce si confonde nel buio lattiginoso della stanza, è lontana ma familiare. Lo chiama. “Cisco… Cisco…”

Cisco sgrana gli occhi, è di nuovo sdraiato nel suo letto. La camera è una pozza di pece ladra anche della fioca luce che emette il terminale personale. Uno sguardo veloce rivela l’orario: le 3.17…è notte fonda, stavo sognando. Poi di nuovo il rumore sordo nel vuoto della stanza, questa volta però Cisco capisce che qualcuno sta bussando alla sua porta. Di corsa si alza dal letto per andare a vedere cosa sta succedendo. L’unico pensiero che lo tormenta sin dal primo singolo passo verso la porta è quello di sua sorella. Dayana.

La porta dell’appartamento si apre. Edwin è dall’altra parte del corridoio in preda a una funesta agitazione. Il ricordo della sorella svanisce dalla mente di Cisco che sgrana gli occhi di fronte all’assurdità della scena che gli si para davanti. Edwin balbetta qualcosa, è sporco sul torace e appena la porta dell’amico è aperta entra nel suo appartamento, spostandolo quasi di forza. In preda ad un panico quasi maniacale Edwin serra l’entrata dell’appartamento e vi si appoggia con la schiena.

Cisco non è stato in grado di fare nulla. Il collega, l’amico, lo ha spinto nella stanza e ha chiuso la porta dietro di sé, come fosse inseguito da qualcosa. Non riesce a capire né a dire nulla per quasi un minuto, mentre Edwin ancora in stato di agitazione si rannicchia a terra con le spalle alla porta, in lacrime.

Edwin è sporco. Di terra per lo più. Cisco sente l'odore pungente del concime chimico usato dalla stazione. Ma non è solo quello. La bocca e il collo sono sporchi, i suoi occhi rossi e il viso paonazzo. Ha vomitato. Cisco si fa coraggio e cerca di capire cos’ha l’amico.

«Edwin cosa succede?» Cisco sa che il collega non sta bene e passa subito al sodo.

«Io… io… » Edwin balbetta ancora confuso. Cisco lo prende per un braccio e lo costringe ad alzarsi accompagnandolo sul divano.

«Edwin, cosa ti è successo?» incalza ancora Cisco.

«Non sono. Non ne sono certo.» Edwin farnetica, i suoi occhi scrutano intorno senza meta, il suo corpo si sposta per inerzia sino ad affondare nel divano.

Cisco lascia l’amico cadere. Parte della terra imbratta il tessuto beige della poltrona. Edwin si tiene la testa tra le mani con gli occhi rivolti verso il pavimento.

«Guardami Cisco» la voce di Edwin esce debole, stanca. «Guarda cosa mi ha fatto.»

Cisco è immobile davanti all’amico. Il ricordo dell’incidente del pomeriggio gli si plasma nella mente. La sensazione di perdita che aveva provato in quel momento riaffiora crudele.

«…è tutto sbagliato» Edwin bisbiglia. Cisco lo fissa ancora. «…non sta al posto giusto» Edwin continua e la sua voce si spezza più volte, mentre uno zampillo di lacrime cade sul tappeto «...cambia! Se ne va!» Cisco lo ascolta, attonito. Poi la voce dell’amico cresce di intensità, sempre più rotta dal pianto. «Torna! Se ne va ancora e poi ancora… Cisco!? Tutto… è tutto sbagliato!»

Edwin singhiozza in lacrime, nel panico totale. Intrappolato in un qualche gorgo della sua mente. Cisco è bloccato. Non riesce a pensare. Non sa come comportarsi. Sente che non può aiutare il suo amico. Lo vede, adesso, spezzato da una follia invisibile e sente che è collegato a ciò che è successo nel pomeriggio. Lo aveva temuto. Non ha dato retta al suo istinto, proprio come quella volta… Dayana.

Il mondo intorno a Cisco si piega su se stesso come in un caleidoscopio, stanze dentro stanze si flettono oltre la realtà dei suoi pensieri e migrano nella vastità dello spazio. Il germe della follia è contagioso e Cisco si sente debole. Non sono infallibile. Non sono immune a tutto ciò.

Un pizzicore alla gola secca lo riporta alla realtà. Lo sguardo si deflette oltre la visione dell’amico. Ricorda il mantra della meditazione e lo ripete dentro sé. Varca il velo e posa nuovamente i piedi sull’adesso. Sono vivo, sono qui e ora.

Si muove verso la cucina con passo deciso e una volta di fronte alla dispensa si volta verso il compagno e lo desta dalla sua disperazione con una domanda tanto semplice, quanto efficace.

«Zenzero e betulla vero?» Nel volto di Cisco è intarsiato un sorriso calmo e disteso. Lo sguardo incavato e stanco di Edwin non sortisce più nessun effetto, anzi la calma di Cisco lo cura, per un attimo, dal suo malessere. Con un cenno del capo annuisce alla richiesta di Cisco.

Edwin è in silenzio, ora più disteso. La follia pare averlo abbandonato. Cisco mette l’acqua nel bollitore a induzione e approfitta della tranquillità dell’amico per chiamare l’infermeria. Adesso Cisco è sicuro di sé. Non sa cosa sia successo a Edwin, ma sa che non può fare molto per lui. Deve occuparsene qualcuno di competente.

Eppure, quell’anomalia… l’interfono squilla per diversi secondi prima che qualcuno risponda. La voce insonnolita di Agnese si percepisce appena, coperta dal fischio del bollitore e da un gorgoglio disumano. Cisco guarda la brocca, che non può per nulla al mondo fare un rumore simile. Si affaccia oltre la porta della cucina e lo vede. Edwin… no…

Una maschera di dolore copre il viso di Edwin che tra gli spasmi tenta di strapparsi la pelle dalle ossa con le sole unghie delle mani, fiotti di sangue macchiano l’appartamento e ancora le sue unghie si staccano cadendo a terra e poi ancora e ancora. Cisco vede il corpo di Edwin rompersi, strapparsi e rigenerarsi, ogni sua articolazione si disloca e si ricompone pochi istanti dopo. Edwin grida. Il mondo si flette di nuovo. Per Cisco è troppo. Il buio cala sulla sua coscienza accompagnato dalla voce di Agnese “Cisco! Cisco!?” l’ultimo suono che riecheggia nella sua testa.