Tormento Onnigrafo Magazine

Tormento

L'immagine è una modifica della Foto di Daniel Dino-Slofer da Pixabay

Quel grandissimo figlio di una madre inabile era accovacciato a terra, nel vicolo spoglio di una periferia maleodorante. Chicago puzzava come la vergogna e lui ne era un figlio perfetto. Nulla avrebbe potuto distogliere lo sguardo di Lucy dalla quella testa di cazzo. Era concentrata, con in mano la pistola di suo fratello, poco le importava che fosse quella di un poliziotto e poco le importava che l’idiota che la pregava di non essere ucciso fosse stato suo amico.

Il vicolo, leggermente inclinato verso la strada più grande e trafficata, raccoglieva i liquami delle grondaie in un piccolo rivolo al centro di esso, ingrossato dalla pioggia battente di quella notte. Lucy guardava l’uomo con disprezzo. A ogni suo passo verso di lui questo sobbalzava, con il culo che si strizzava sull’asfalto e con le gambe forate dai proiettili di quell’arma. I riflessi amaranto sulla strada parlavano chiaro: l’uomo sarebbe morto comunque quella notte. Ma lei non aveva voglia di aspettare tanto. Ogni passo intonava un rintocco decisivo, un attimo in meno per quella vita destinata a svanire.

Lucy vedeva l’aria uscire dai polmoni sublimare in nebbia. La sua arma ora era appoggiata sulla testa del verme, che piangeva singhiozzando. Sentiva l’odore dei suoi escrementi che già da alcuni minuti erano stati rilasciati; un odore fin troppo familiare. La canna della pistola premeva sulla pelle di quel cranio dai capelli color rame. Lucy guardava quell’essere, adesso, e non provava nulla. Non provava più paura, né rimorso, né fretta di ucciderlo. Sapeva di avere il controllo di quell'esistenza e non le importava più. La sua bramosia era già stata raggiunta. Avrebbe potuto godere di quel momento per il resto dei suoi giorni. Il grilletto della glock si chiuse sul calcio e un tonfo sordo precedette lo schianto del proiettile sul muro poco dietro alla nuca dell’uomo. La sua testa era esplosa come il fiore di una pianta dinamite. Ciò che rimaneva di lui era soltanto qualche pezzo di cervello sparso per il vicolo.

Lucy lo guardò negli occhi fino all’ultimo. Fino a quando, pochi attimi prima di premere il grilletto, lo intravide sperare di avere una possibilità. Fino a quando lei nel suo godere della sensazione di pace, raggiunto il suo scopo, aveva mostrato un lieve spiraglio di umanità. E questa cosa l’aveva fatta eccitare. Sì, cazzo. Si era eccitata vedendo quel misero escremento umano sperare ancora, un istante prima di morire. Sperare di potersi salvare.

* * *

Tre giorni prima.

Novembre 2019, Chicago.

La cazzo di sveglia aveva suonato a lungo quel giovedì mattina. Lucy si era svegliata alla fine. Dopo circa mezz'ora dall’ultimo trillo. In un attimo aveva messo i piedi nelle scarpe, infilato i pantaloni e bevuto un bicchiere d’acqua per poi salire di corsa le scale di quel seminterrato in cui viveva. Una volta in strada il vento gelido l’aveva fatta rientrare a prendere una giacca e poi via di corsa lungo la strada nel vano tentativo di prendere l’autobus che inarrestabile le passava accanto, svanendo oltre il traffico mattutino.

«Porca troia!» l’imprecazione era per sé stessa, ma aveva attirato anche troppa attenzione in strada. Decisa a non demordere aveva iniziato a camminare verso il luogo di lavoro.

La mattinata era trascorsa non troppo bene. Il suo ritardo in ufficio aveva segnato una ramanzina dal capo – quel maiale tronfio del cazzo– che l’aveva umiliata davanti a tutto l’ufficio, come era solito fare con tutte le altre donne. Un maschio con l’uccello troppo piccolo per contenere il suo smisurato ego, buono solo a poppare dalle tetta di sua madre. Questo pensava del suo capo, ma ovviamente ben si guardava dal dirlo. Neppure alle stesse donne che circolavano in quella dannata redazione. Sarebbero dovute essere unite contro il verme, avrebbero dovuto fare muro e invece erano delle cazzo di vipere. Vampiri assetati di sangue, per non dire di peggio. Quasi tutte a pendere dalle labbra del capo, quasi tutte a sperare di essere la giornalista del mese… ci era cascata, una volta, nella trappola delle arpie. Jane della reception l’aveva convinta a confidarsi con lei, riguardo alla sua scappatella con George della sezione sportiva. La vipera poi aveva usato questa informazione per ricattarla fino a quando George non se ne andò a lavorare per il Daily Times. Un’altra cazzo di stronza legata al dito.

Lucy si occupava di e-sport; videogiocatrice incallita, passava i fine settimana nelle oscure taverne di magici mondi digitali a combattere mostri e a interpretare elfi, nani, mezzi-draghi. Il giovedì usciva con due amici, per davvero. Nel senso proprio che andavano per locali. Costretta da un patto fatto con gli altri, la parola d’ordine era “socializzare”. Anche quella sera avrebbe passato due ore a bere cocktail dalle dubbie colorazioni, spalmata su un losco divanetto di un locale di terza categoria, facendo finta di apprezzare l’assordante musica elettronica.

O quanto meno era quello che si sarebbe aspettata da una giornata iniziata male e continuata peggio.

Quel giovedì era dovuta rimanere fino al tardo pomeriggio e mentre svolgeva le ultime mansioni, la porta dell’ufficio di Mr Pig si spalancò cogliendola di soprassalto.

«Cristo!» l’imprecazione le era uscita di bocca insieme a un sussulto. L’uomo era rimasto visibilmente sorpreso dalla reazione di Lucy, che mai in quel luogo si era mostrata così.

«Lucy… stai recuperando il ritardo di stamani? Non avrei dovuto farti quella parte in pubblico, scusami!» Il boss, con una gentilezza non conforme al suo status quo, l’aveva presa ancora una volta di sorpresa. Il suo sguardo si posava adesso su quell’uomo e lo vedeva per quel che era, senza la maschera del mattino. Ora che ci pensava, era la prima volta che si trovava da sola con lui, fuori dell’orario di lavoro. Era diverso: rilassato e gentile. Davvero molto strano. Che sia così in fondo il ‘verme’?

«Signore, dovevo finire l’articolo sulla E3.» Lucy fa una breve pausa passando il fascicolo ancora caldo di stampa nelle mani del suo capo, Antony Luis. «Ecco a lei.» Era diventata rossa in viso senza motivo, si sentiva come una ragazzina sciocca al primo giorno di tirocinio. Dannazione Lucy cosa cazzo ti passa per la testa?!

Antony prende il fascicolo, lo spulcia distrattamente e poi lo appoggia tra gli altri nella cassetta delle consegne. Guarda per un istante la giovane indossare sul volto numerose sfumature di rosso. Infine le si rivolge nuovamente.

«Sono quasi le ventuno e direi che entrambi abbiamo molta fame» un gorgoglio proveniente dallo stomaco di Lucy si fa spazio nel silenzio imbarazzante di quell’istante. «Andiamo a mangiare qualcosa, c’è un locale qua vicino che fa dei panini che sono la fine del mondo… e chiamami Antony quando non siamo a lavoro».

«Ci vuole proprio qualcosa da mangiare adesso.» Lucy risponde solo in parte all’affermazione di Antony e anche se sente che qualcosa di quell’uomo ancora non la convince, questa volta decide di non fidarsi del suo istinto asociale e di accettare quell’invito.

Durante la discesa in ascensore invia un messaggio rapido alla sua combriccola nerd “stasera ho da fare, ci sentiamo domani” e spegne le notifiche del suo smartphone. Lucy aveva deciso che quel giovedì sarebbe dovuto finire diversamente dal solito.

La paninoteca era poco affollata, tre tavoli su dieci erano occupati e il largo bancone era completamente libero. Il gestore salutò Antony e con un cenno gli indicò di accomodarsi al banco. I due si sedettero sugli sgabelli in legno, le sedute erano rese comode da un cuscino in pelle. Lucy stava cercando disperatamente di interrompere quel lungo silenzio in cui erano precipitati una volta entrai nell’ascensore. Alla fine fu Antony a intavolare una conversazione, tirando in ballo il lavoro. Parlarono quasi tutta la sera, fino quasi a mezzanotte, e Lucy scoprì quante poche cose sapeva sul conto dell’uomo per cui lavora.

La sua maschera è perfetta. Uomo d’affari dalla grinta dittatoriale durante il giorno e inaspettato giocatore di ruolo durante la notte e nei weekend. Inaspettato. Lucy era catturata da quell’individuo, ora più che mai si rendeva conto di non conoscerlo. Sentì lo stimolo di volere di più, come se all’improvviso avesse perso ogni freno inibitorio, come se fosse sbronza, pur avendo bevuto solo una Coca light.

Non aveva importanza come da quella piccola paninoteca si era ritrovata, nuda, sul balcone dell’attico di lusso del giovane Antony intenta, bhe… a divertirsi. E altrettanto poco importava come lui, così poco interessante fino al mattino precedente, adesso si fosse rivelato tutto ciò che cercava in un uomo. La notte proseguì insonne, ma colma di piacere.

* * *

Il cellulare suonava impertinente mentre la mano di Lucy annaspava per spegnere quel fastidioso trillo. Dopo due tentativi finalmente lo smartphone era tra le sue mani e con le palpebre ancora spillate era riuscita a fermare quella suoneria. Lucy tentava di aprire gli occhi ma qualcosa le stava impedendo tenerli aperti. Si portò una mano al viso e con l’intento di stropicciarsi, credendo che il trucco si fosse sciolto con il sudore della focosa notte appena trascorsa. Quando la mano si posò sul viso una sensazione viscida e collosa la sorprese. Nonostante fosse ancora notte fonda, il suo sguardo si posò nitido sulla mano visibilmente coperta di sangue. Rosso vivo.

«Cazzo!» l’imprecazione suonò vuota nella grande stanza, troppo silenziosa.

Le sue mani e i pochi vestiti che indossava erano cremisi, macchiati da una quantità di sangue copiosa. Qualche istante dopo sentì anche l’odore nauseabondo di quell’amalgama viscosa. Dalla sua bocca uscirono altre numerose imprecazioni e mentre scendeva da quel grande letto ovale lo vide. Antony era lì, prono, vicino a dove stava dormendo lei. La sua testa era aperta come una peonia in fiore, il cervello sparso per tutto il letto e probabilmente anche su di lei. La visione la paralizzò. Per un attimo la sua mente si spense, come incapace di qualsiasi logica conclusione, stava per impazzire. Un rumore lontano la svegliò da quel torpore di follia e terrore. Lucy si accasciò a terra in preda alle lacrime, ma non piangeva per l’uomo morto in quel letto. Piangeva per sé.

Quel giovedì era decisamente finito in modo diverso dal solito.

* * *

Erano forse passate due ore da quando Lucy si era svegliata dentro quell’incubo ed era ancora accovacciata a terra, in posizione fetale, quando quel cazzo di telefono ricominciò a suonare.

«Porca merda, devi stare zitto!» con le mani ancora imbrattate di sangue prese il telefono e fece per spegnerlo. Sullo schermo però brillava il numero di Clark, suo fratello. Un intricato filamento di dubbi la permearono, alienando le sue cognizioni. Oramai sapeva di essere a un passo dalla fine di tutta la sua vita. Qualsiasi cosa fosse successa veramente quella notte sarebbe stata come l’ascia di un boia, per lei e per chiunque le fosse stato vicino. Doveva uscirne, in un modo o nell’altro. Come in un gorgo le spire del male la stavano trascinando sempre più in profondità, sentiva l’aria mancare, sentiva il suo destino infrangersi, aveva paura di non essere creduta da nessuno. Ma l’improvvisa chiamata del fratello gemello, tanto diverso da lei, le stava forse dando un’idea. Lucy non riusciva a districarsi dai pensieri torbidi, non riusciva a ricordare cosa fosse successo davvero, quella notte. Era nel panico, si sentiva colpevole. Doveva difendersi.

«p … pronto?» un singhiozzo le aveva spezzato la parola. Dall’altra parte la voce del fratello suonava preoccupata.

«Lucy che ti è successo? Sono ore che proviamo a chiamarti, siamo anche venuti a casa tua ma non c’eri.» Lucy ascoltava quella voce schiarirsi e si rese conto di non essere al telefono con Clark, ma con Thomas, uno dei suoi fidati amici. Scostò il telefono dall’orecchio per leggere il numero sul display, era davvero Thomas. «Lucy ci sei?» la pausa troppo lunga della ragazza alimentò la preoccupazione dell’amico. Devo difendermi. Con calma Lucy rispose a Thomas.

«Tom vi ho mandato un messaggio alle nove, avevo da fare stasera.» il suo tono si era disteso, quasi infastidito. Brava così.

«Non abbiamo ricevuto nessun messaggio, Lucy… eravamo rimasti d’accordo per andare allo Spirit ricordi?» l’amico fece una breve pausa e stava per riprendere a parlare ma Lucy lo interruppe. «Mi dispiace Tom, non deve essermi partito il messaggio mentre ero in ascensore e poi ho staccato tutto.»

Lucy sentì la preoccupazione di Thomas scemare. Ok adesso li saluto e cancello ogni traccia da questo coso! Mentre il pensiero gli attraversa la mente, l’ultima frase dell’amico la paralizzò «Non ti servirà a nulla mentire. Non avresti dovuto tradirci.» la chiamata si chiuse bruscamente.

«C … cosa ?» Lucy era ancora attaccata al telefono quando un suono lontano la distrasse nuovamente. Come svegliata da un brutto sogno si ritrovò a terra, in ginocchio a guardare lo schermo rotto del suo telefono. A poco meno di due metri da lei il letto si era colorato di quel rosso viscido tanto da gocciolare a terra. Lucy si alzò in piedi e guardò quel macabro spettacolo, gli occhi si spostarono su di sé e vide dei piccoli pezzettini di cervello ciondolare dalle punte dei suoi capelli. L’odore era diventato sopportabile, anche se temeva che lo fosse soltanto per lei. Devo lavarmi.

Passando vicino al corpo del giovane uomo si accorse che oltre al sangue, sul letto, c’erano tutti i suoi umori. Quelli li percepiva eccome. Un conato di vomito le fece aumentare il passo e in un attimo si trovò a svuotare il suo stomaco nel cesso di quel bell’attico di lusso. La doccia lavò via ogni residuo dalla sua pelle e dai suoi capelli. Meticolosa ripose i vestiti dentro un sacco dell’immondizia. Poi con la medesima attenzione tornò nella stanza dove giaceva Antony. È ancora morto. Una lieve risatina la contagiò un attimo dopo aver realizzato cosa aveva appena pensato. Poi ad alta voce si rivolse al cadavere.

«Sei ancora morto. Ma in qualche modo dovrai dirglielo che non sono stata io.» La sua voce le suonò aliena, non le piaceva e mai le era piaciuta in realtà. D’ora in poi parlerò meno.

Venti minuti dopo era in strada, vestita come al mattino ma con le mutande e il reggiseno in un sacchetto di plastica nero. L’aria fredda di novembre le penetrava nelle ossa. Ci mise quasi un ora e mezza per arrivare al suo appartamento. Durante il tragitto la città iniziò a svegliarsi, e quando Lucy chiuse la porta di casa dietro sé, il sole aveva già iniziato riscaldare le strade.

* * *

Il telefono vibrò nella tasca del cappotto. Era mattina inoltrata, Lucy lo prese distrattamente, lo schermo era rotto ma la notifica era visibile. Un messaggio da Thomas.

–Divertita la notte scorsa? :P

Lucy sentì l’ansia salire, il terrore aggrapparsi a essa e penetrare nella sua mente fragile. Tutte le immagini della notte precedente la travolsero come un fiume in piena, come un’onda anomala di fango, sangue e dolore. Sentì graffiare la mente da quei ricordi così veri, così dannatamente veri. Poi la paralisi, ogni singolo centimetro del suo corpo era in stasi, anche il suo cuore parve arrancare, persino fermarsi. Tutto intorno il mondo si piegò si restrinse, la soffocava. La sua vista si occluse, la sua coscienza sul mondo svanì.

Il telefono vibrò nella tasca del cappotto. Il sacchetto di plastica rigonfio vicino al letto e il prurito della zip dei pantaloni sulle parti intime risposero in parte alla sua domanda. Sentiva di essere lì, percepiva il momento. Cercava una risposta alla sue domande, ma qualcosa la bloccò. E non fu il ricordo di quella testa spaccata a metà, no. Fu qualcosa di più profondo, di più doloroso.

«Cosa diavolo ho fatto ieri?» la sua voce rimbombò nell’unica stanza del suo appartamento, ma meno fastidiosa della sera prima. Questa cosa la allietò.

«Hai ucciso il tuo capo, Lucy.» la voce di Thomas squillò da un angolo della casa, sulla poltrona dall’altro lato del letto, nascosta nella penombra, la sagoma dell’amico si alzò in piedi e si avvicinò a lei. «Volevi vederlo morto da mesi, quel maiale, e così è stato.» Thomas era lì, era davvero lì. Con quel suo sguardo sempre stanco e la barbetta rossa incolta. La guardava negli occhi con compassione, poi continuò «Sei stata brava, hai giocato la tua parte come in un videogame, hai seguito la storia e hai ammazzato quel bastardo.»

Lucy era immobile, per qualche motivo sapeva che Thomas diceva il vero, ma non riusciva a crederci. Io, non avrei potuto… eppure nulla è chiaro. «Non lo ricordo, Thomas. A dire il vero non sono neppure sicura che tu sia davvero qui.»

«Ci sono, sono stato con te tutto il tempo. Adesso devi ricordare quello che hai fatto ieri, Lucy.» Thomas appariva sincero, Lucy sentiva che lo era.

«Sono rimasta in ufficio fino a tardi.» Lucy si bloccò per un attimo, la mente le si aprì a un nuovo ricordo, diverso. «Proprio come avevamo deciso di fare.» Il suo sguardo si voltò verso l’amico, che sorridendo lievemente, annuì con la testa. «Sapevo che mi voleva, la mattina avevamo organizzato tutto in modo che sfogasse la sua ira su di me… » Lucy si interruppe ancora guardando Thomas, poi riprese «… lo eccitava farlo. Al porco piaceva maltrattare le persone, tutte quante, indistintamente dal sesso. Lo faceva sentire forte. Alle donne riservava un trattamento speciale. Prima mi ha sgridato davanti a tutti, poi nella pausa pranzo ha chiesto di vedermi nel suo ufficio. Mi ha obbligato a rimanere a lavoro fino a tardi per punizione, se non lo avessi fatto mi avrebbe licenziata.» Man mano che Lucy raccontava, la vicenda tornava limpida nella sua mente. Thomas era ancora lì e la ascoltava in silenzio, annuendo ogni tanto e incoraggiandola a proseguire. «Alle nove di sera lui esce dal suo ufficio e insiste per portarmi a cenare fuori. Nell’ascensore ti mando un messaggio. Ti dico che non è il caso di fare nulla, che avrei cenato e che ci saremo risentiti oggi.» Lucy si fermò e volse lo sguardo a Thomas.

«Lui sembrava diverso, Tom, non era la persona che credevamo.» Lucy si aggrappò al suo ricordo migliore, quello durante la cena e la chiacchierata fino a tarda notte. Mi sto aggrappando alla verità o a ciò che vorrei che fosse vero? Perché Tom mi fa così paura, adesso? Perché lo temo più dell’uomo a cui volevo dare una lezione… io… io non volevo uccidere Antony, no… volevo soltanto fargliela pagare, volevo spaventarlo. Che cosa diavolo è successo?!

«Lucy continua, stai andando bene. Hai finto di essere attratta da lui e ti sei concessa per un attimo quando ti ha offerto un passaggio per casa. Poi sei salita da lui, io ti aspettavo già lì, ricordi?» Thomas rinfresca la memoria di Lucy con nuove informazioni, la ragazza ricordò a sprazzi quei momenti ma sentì che erano veri. In parte. Per qualche motivo decise di continuare a ricordare, sentì che seguendo questa via avrebbe trovato le risposte a quelle domande terribili, anche se poteva significare rivelare a se stessa di essere un mostro.

«Siamo saliti da lui, al 49°, la casa era un sogno. Una penthouse magnifica e Antony lì risplendeva come un diamante su un panno di velluto nero. Ero eccitata, sinceramente. Non so da cosa fosse dipesa tutta quella euforia, ma volevo scoparmelo e così è stato. L’abbiamo fatto e rifatto. Mi ricordo quando mi ha tolto i vestiti, sotto una risatina beffarda ha detto “sapevo che sotto quel maglione da sessantenne si celava un corpo mozzafiato”, ma era gentile. Non era come lo ricordavo. Ha iniziato a baciarmi e mi sono lasciata andare. Ero sicura che tu non ci fossi, Tom. Ti avevo detto di lasciar stare.»

«Ma io ero lì, Lucy. In attesa da ben quattro ore. Tutto quel tempo durante il quale tu ti stavi divertendo con il tuo nuovo amico. La sensazionale scoperta che avevi fatto, su di lui, la sua Mascherada tiranno e il suo cuore da eroe su carta. Ti aveva eccitato la sua doppia vita… avevo capito che avresti ceduto al suo fascino alla fine. Quindi ti ho preceduta. Ho atteso nell’ombra di quella casa troppo grande. Ho aspettato, con la pistola di tuo fratello Clark, ricordi tuo fratello? Ricordi dov’è adesso?» La voce di Thomas si fece lenta e cadente, suonava come un lieve brontolio astioso. Il disprezzo nelle sue parole trasudavano un icore velenoso, meschino. Malvagio. I suoi occhi verdi si strinsero tra gli zigomi le sopracciglia di quel viso tondo, che fino a poco prima era amico. Adesso invece Lucy vedeva come la stava guardando, vedeva che quel disprezzo era per lei. Anche per lei.

Ma ancora non riusciva a mettere tutto a fuoco. I ricordi erano confusi. Dov’è Clark? Dov’è mio fratello? Un’immagine le passò davanti agli occhi, la bocca le si curvò in una smorfia di dolore. No…Ricordò, in un istante, il corpo esanime del fratello che veniva lasciato cadere oltre il bordo della barca di Thomas, e ricordò anche la voce di quel suo amico che le disse: “Era diventato troppo ansioso Lucy. Era pericoloso.”. La sua attenzione tornò al presente.

Di fronte a lei c’era il suo disprezzante amico Thomas tra le cui mani impugnava l’arma di suo fratello. Lui la guardò dritta negli occhi, in quelle pepite nere come il cielo notturno. La squadrò, dai boccoli castani scese dalle spalle fino ai piedi e ritrovandosi a guardare oltre i pochi lembi di tessuto che la coprivano sorrise, mentre nella sua mente sentiva dare ragione alle parole di Antony il porco. Adesso Thomas la vedeva diversa, non più unica. Non sentiva più quel legame che c’era fino qualche giorno prima, quando dovette convincerla ad assassinare suo fratello. Sentiva che quella mente era persa, si era rotto qualcosa in un modo irreparabile. Oramai l’aveva persa. Tanto valeva giocarci ancora un po’.

Lucy vide l’atteggiamento di Thomas cambiare durante quegli attimi in cui la fissava. La sua paura era divenuta reale. Sentiva che quella persona che aveva davanti non era più il suo amico di infanzia. Sentiva che davanti a sé adesso c’era un vero mostro. Ora Lucy ricordava, ricordava tutto. Da quando erano piccoli Thomas non aveva avuto amici tranne che lei e suo fratello. Erano cresciuti insieme, erano andati allo stesso college e avevano coltivato le stesse passioni, le serie tv, i giochi da tavolo, gli e-sport, i cosplay. Erano inseparabili. Poi Clark decise di cambiare, diventò un poliziotto, Lucy divenne giornalista nel settore hi-tech e Thomas invece si laureò in psichiatria. Lucy non sapeva chi fosse o cosa fosse diventato. Per anni non si erano più visti. Da piccola ricordava di aver avuto una bella cotta per quel ciuffo color rame. Poi un giorno tornò, era sempre il solito tipo smilzo pel-di-carota, non era cambiato di una virgola e anche gli anni, tutto sommato, erano stati clementi con lui. Lucy ricordò, in quel momento, che da quando Thomas era tornato nella sua vita, sembrava che il tempo si fosse riavvolto. In non più di sei mesi aveva lasciato le sue amicizie, aveva deciso di cambiare casa, tornando a vivere in una più simile a quella dell’infanzia. Un seminterrato per l’appunto. Aveva riallacciato i contatti con il fratello, grazie alla comparsa di Thomas che pareva fossero colleghi in qualche modo, e avevano iniziato a uscire il giovedì. Soltanto loro tre, per ricordare i vecchi tempi. Lucy non aveva altri amici, lui e suo fratello lo erano, in realtà. Thomas era al centro di tutto questo cambiamento, eppure ancora qualcosa non le tornava. So cosa devo fare.

Lucy era rimasta imbambolata a guardare nel vuoto. Thomas aveva atteso oltre venti minuti in silenzio, fissando la donna in cerca di un segno di qualche genere. Quando lei si volse verso di lui il suo atteggiamento era diverso. Più consapevole. Lucy si alzò in piedi e porse una mano a Thomas facendo cenno di dargli l’arma.

«Dalla a me, non voglio che rischi di farti male come la settimana scorsa.» la sua voce era distesa, autoritaria e tagliente. Una persona nuova. Thomas un po’ titubante si accertò che la sicura dell’arma fosse inserita e la passò alla giovane donna. Lei la prese e la mise dentro la sua borsa. Poi si rivolse nuovamente a Thomas, che era rimasto in silenzio.

«Sono le due di pomeriggio. Vai alla stazione e compra due biglietti andata e ritorno per Green Bay. Poi torna a casa e prendi le cose essenziali per stare fuori tre giorni. Partiamo domani mattina presto.» Lucy notò il dubbio nello sguardo di Thomas, ma continuò. «Andremo a Green Bay, se ci cercheranno penseranno che abbiamo preso la tua barca che risulta ormeggiata lì. Invece noi prendiamo un autobus e ce ne andiamo in Montana da mio cugino. È solo, non ha famiglia e ci ospiterà senza fare troppe domande.»

«Ma perché andata e ritorno?» Thomas ancora poco convinto non riusciva a collegare per intero gli intenti dell’amica.

«Perché così, chi ci cercherà, penserà che siamo degli idioti e che vogliamo tornare a casa.» Risponde Lucy schernendo l’amico. Thomas annuì e si preparò a uscire.

Lucy lo guardò andare via. Sentì l’adrenalina pompare sempre più forte il sangue nelle vene e la paura diventare eccitazione. Riconobbe quella sensazione, quell’euforia. Era la medesima che aveva provato pochi istanti prima di appoggiare la canna della pistola sulla nuca di Antony. Brava Lucy, la caccia ha inizio.

«Non dovevo lasciarti in silenzio così a lungo.» Dice tra sé Lucy.

«No, non avresti dovuto!» Si risponde pochi istanti dopo.