A ciascuno il suo Onnigrafo Magazine

A ciascuno il suo

Candida le chiedeva sempre di cosa fosse fatta la neve che turbinava nelle sfere di vetro, restava sospesa sugli abeti e sui piccoli tetti rossastri, per poi adagiarsi di nuovo sul fondo.

Sempre. Di continuo. Ossessivamente.

Candida, con la voce così simile a una cantilena stonata, con il suo sguardo tanto distratto da sembrare vuoto. Con le braccia magre e ossute, incapaci di stringere senza far male.

Candida con l’amore incondizionato di mamma e papà.

Laura delicatamente posò la sfera sul piano del caminetto, accanto alle altre. Quegli oggetti conservavano i ricordi dei giorni trascorsi nella vecchia casa di famiglia, fatta di pietra ruvida e legno temprato al gelo dell’inverno che calava sulla regione, affilato come una mannaia.

Racchiusi nel vetro, vi erano placidi paesaggi, scene rarefatte nella loro perfezione. Una sfera per ogni Natale passato, tranne quella del 1983.

Candida, le lunghe dita “Che se non era...sarebbe diventata una pianista” rigide come stecchi, l’aveva fatta cadere. Il vetro era andato in frantumi, i borghi ameni si erano disfatti, come sotto l’azione terribile di un terremoto. Il liquido aveva impregnato il tappeto e la neve era sparita tra la trama del tessuto.

Si avvicinò alla finestra, una patina di condensa distorse l’immagine; gli alberi sembravano un’unica macchia scura. Sul terreno c’era una poltiglia fatta di neve sporca, grigiastra e fangosa. Laura ripensò alle giornate interminabili trascorse nell’isolamento, immersi nel candido baluginio che accecava, che rifrangeva il sole in un caleidoscopio di colori.

Il Natale serviva solo a far sì che chiunque, parenti, amici, conoscenti, si rivolgesse alla sua sorellina così come si farebbe con un cucciolo ferito.

Candida con i capelli biondi così ordinati, che la mamma non smetteva mai di pettinare. Con i suoi occhi azzurri come placidi laghi d montagna. Con il suo vestito da angelo, con la coroncina di stelle filanti e le ali di soffici piume, che credeva ingenuamente potessero farle spiccare il volo.

Era così ingenua da pensare che lo scampanellio che udiva, ogni vigilia di Natale, fosse realmente una slitta colma di doni, trainata da otto renne volanti. Che quella risata giocosa e bonaria fosse quella di Babbo Natale, mentre era il loro di babbo, che camminando nella neve fresca, agitava un campanaccio da pascolo, camuffando la propria voce.

«A ognuno il suo» diceva sempre la mamma, «Candida è bella ma non crescerà mai. Tu, invece... avrai tutto il tempo per prenderti cura di lei.» E così aveva fatto.

Un po’ di talco nel latte la mattina. Un cucchiaio di colluttorio nel tè alla menta. Le pillole del babbo sciolte nella minestra.

I biscotti di pan di zenzero a cui aveva aggiunto un po’ della polverina conservata in cantina, quella per i ratti, che il sapore speziato era riuscito a coprire.

Laura si chiese, mentre osservava un cielo cupo, pieno di stelle che sembravano disegnate a matita, se la sua vita si sarebbe potuta svolgere in modo differente, se solo i genitori non fossero stati così impegnati a vomitare amore sulla sua sorellina. Se gli avessero voluto anche solo la metà del bene che volevano a lei.

Dopo la morte di Candida niente era più come prima e niente era mutato. Il lutto si era portato via ciò che restava di sua madre e suo padre, ridandogli indietro due anziani malandati, dallo sguardo assente e dalle mani tremanti.

Erano anni che nessuno metteva piede nella vecchia casa. La collezione di sfere sul camino si era fermata al ’94, anno in cui avevano trovato Candida distesa nel suo letto, la mattina della vigilia di Natale. Rigida come uno stecco, pallida come un cencio sbiadito. Sulla camicia da notte, e sul risvolto delle lenzuola, c’erano ancora piccole briciole di biscotto.

Laura cercò di scacciare l’immagine di quel corpo dal volto così simile a una maschera di cera.

Poi qualcosa di là del vetro attirò la sua attenzione. Nel cielo che pareva fatto di carta increspata, si muovevano piccole stelle, seguendo una scia sinuosa. Sempre più grandi e sempre più vicine.

Udì un suono attutito, un tenue scampanellio. Per un istante credette che fosse suo padre a schiamazzare, ridere e scampanellare, nella quiete della vigilia, ma la ragione la costrinse ad allontanarsi dalla finestra e uscire nel portico.

Il vento gelido le sferzava il viso e piccoli fiocchi candidi turbinavano tutto attorno. Strinse gli occhi cercando di mettere a fuoco. A poca distanza, stagliata sul verde cupo e palpitante della boscaglia, vide qualcosa. Qualcosa di irreale.

Era una slitta laccata di rosso, dalle cromature lucide che riuscivano a catturare i raggi di una timida luna. A trainarla c’erano delle renne, con il loro palco di corna maestose; battevano gli zoccoli soffiando dalle grosse narici il caldo respiro che si condensava in vapore.

«Babbo Natale... è venuto per me» disse Laura, scendendo con attenzione i gradini di pietra su cui si era depositato un sottile strato di ghiaccio.

Osservò quella figura maestosa scendere dalla slitta e fare qualche passo, e fermarsi ad accarezzare le renne scalpitanti.

Ora che ci faceva caso, gli animali avevano qualcosa di strano. Erano esili. Troppo esili. Le costole scheletriche, le zampe ossute e il muso scarno.

Una risata bonaria infranse il silenzio.

La sagoma avanzò nell’anemico cono di luce proiettato dalla luna. Mostrò il corpo grottesco, agitando le lunghe braccia, indossando brandelli di stoffa rossa e pelliccia logora. Gli occhi erano due cavità infossate.

Residui di capelli grigiastri erano appiccicati al cranio, mentre la barba rada nascondeva a mala pena le ossa sbiancate che si intravedevano sotto la pelle livida. Le sorrise, mostrando denti guasti stranamente aguzzi.

A ognuno il suo.