Giocattoli rotti Onnigrafo Magazine

Giocattoli rotti

La lama era perfettamente affilata. La impugnò con sicurezza e con forza la infilò in profondità. Quando ebbe oltrepassato quella prima parte, soda e compatta, l’interno non oppose alcuna resistenza. Polpa matura.

Un fluido chiaro fuoriuscì dal profondo taglio e gli bagnò le mani.

Estrasse la lama umida e per un attimo la osservò. Lucida e reale. La lama non mentiva mai, sapeva dirgli se gli altri erano buoni o cattivi. La lama diceva sempre la verità, anche quando rifletteva l’immagine distorta del suo viso.

Iniziò a scavare finché non restò solo un involucro vuoto. Osservò l’espressione di quel volto, ormai immutabile. Posò il suo ultimo capolavoro sul tavolo di fronte a sé, accanto agli altri. Occhi che lo fissavano minacciosi, bocche contorte in ghigni terribili, fameliche a tal punto da fagocitare ogni cosa. E poi l’anima…piccole fiammelle che, per quella notte, avrebbero arso senza tregua.

La porta alle sue spalle si aprì cigolando sui vecchi cardini. Un fascio di luce giallognola corse giù dalla ripida scala, proiettandosi nella penombra della cantina.

“Sei ancora qui…”. Non si mosse. Quella voce, sempre uguale, aveva sempre lo stesso tono di biasimo. Non aveva bisogno di voltarsi, sapeva che quegli occhi lo avrebbero fissato sconcertati, increduli del fatto che, anno dopo anno, fosse ancora vivo.

“Si mamma, ho quasi fatto”, rispose osservando la sua opera.

“Darai fuoco alla casa, il legno di questa catapecchia brucerà come la bocca dell’Inferno e sarà solo colpa tua”.

“Solo per questa notte, solo una…”. Pronunciò quella frase con difficoltà, le esse gli uscivano dalle labbra accompagnate da ridicoli sibili.

“Non capisco una dannata parola di quello che dici. Sbrigati, metti fuori quelle zucche, o penseranno che in casa non ci sia nessuno che dia loro qualche dolcetto”. Sua madre disse quell’ultima parola in un modo così disgustoso, che lo fece pensare a fiumi di melassa che, colando lenta, gli riempivano la gola fino a soffocarlo.

“Si mamma, lo faccio subito”, concluse distogliendo il pensiero.

“Fatti un po’ vedere…”, la donna, una macchia scura che si stagliava nello specchio della porta, scese i primi gradini della scala, battendo i tacchi squadrati sulle assi di legno.

“Sì, così puoi andare bene, i tuoi vestiti sono a posto”. Lui abbassò lo sguardo sui pantaloni, oramai troppo corti, di velluto marrone. In alcuni punti era così liso che non si vedeva più la trama del tessuto, mentre la sua camicia a quadri rossi e blu, era sgualcita e rammendata in più punti. I bottoni si erano persi ed erano stati sostituiti, diversi gli uni dagli altri. A lui piacevano, sembravano tanti piccoli gioielli, ma non belli come quelli che portava la mamma.

“Ma dio santo, pettinati! I tuoi capelli sembrano la stoppa di uno spaventapasseri”.

La donna scese gli ultimi gradini e lo raggiunse, allungò il braccio verso di lui, tese la sua mano ossuta come l’artiglio di un rapace, ma poi, improvvisamente, la ritrasse.

Lui si lisciò velocemente i capelli che rimasero imbrattati di succo e polpa di zucca.

“Lascia stare, fermati…”, il suo tono autoritario lo fece irrigidire. “Tanto è inutile”, concluse la madre in modo offensivo.

La donna osservò quel viso, quel mucchio di lineamenti che sembravano essere stati messi lì a caso. Col pensiero corse a quella stessa notte, il 31 Ottobre, Ognissanti di ventitré anni prima. La notte in cui era quasi morta.

La pozza di sangue che riusciva a scorgere tra le sue gambe era enorme, liquido scuro che aveva tinto come inchiostro quel piccolo corpo che, ancora legato a lei, si dimenava. Alex era nato nel sangue, aveva atteso per otto ore, otto ore di dolori lancinanti, di urla, senza che accadesse nulla, come se volesse nascere proprio quel giorno.

Poi vide il viso, in quei sette mesi, nel suo grembo era successo qualcosa, qualcosa che lo aveva fatto nascere prematuramente proprio la notte di Halloween.

Non ci riusciva. Proprio non riusciva ad avvicinare al seno quell’essere deforme. Avido si attaccava con le gengive ossute, irrorate da capillari violacei, alla carne tenera e rosea del capezzolo come volesse prosciugarla della sua stessa vita.

E allora lei premeva e premeva, facendo sprofondare la testolina tra le rotondità del suo corpo; solo allora, cianotico dischiudeva le labbra, cercando nuova aria da far entrare nei minuscoli polmoni.

Presto i denti sarebbero emersi dalla gengiva gonfia, spuntando come fiori d’avorio in un campo vermiglio. Troppo piccoli e troppo numerosi.

In quel solo e unico giorno, Alex non aveva bisogno di nascondersi, di coprire quel grugno mostruoso, poteva uscire e camminare in mezzo alla gente.

“Mamma, allora vado, gli altri staranno già fuori”.

Gli altri…orde di marmocchi che correvano per le strade come tacchini impazziti al quale stavano per tirare il collo. Chiassosi e maleducati, coperti dai loro costumi macchiati di sangue finto. Ma loro non sapevano cosa era veramente il sangue.

Osservò il suo bambino e sentì nello stomaco qualcosa che gli provocò un conato di vomito, sentì quel sapore acre e lo ricacciò giù in profondità.

“Mamma allora… posso, posso? Voglio giocare con qualcuno”, chiese Alex impaziente, spalancando la bocca in un sorriso sbieco.

Alex distese le labbra. I minuscoli denti crescendo erano marciti uno dopo l’altro, e si erano accavallati come lapidi sbilenche in un terreno di sepoltura.

“Sì, ma questa volta fai più attenzione o sarà peggio per te…dovrai aspettare un altro anno per poter giocare di nuovo”. Lo sguardo corse veloce nella parte più buia della cantina, lì dove un cumulo di terra smossa aveva formato una sorta di collinetta.

“Lo sai”, disse la madre. “Una volta rotti i giocattoli non servono più. Bisogna buttarli via”.

“Ma io non voglio, voglio tenerli tutti con me”.

“Non mi interessa cosa vuoi o non vuoi…tu farai solo quello che ti dico io”

“Ma io…”

“Taci! La tua testa è più dura di quelle dannate zucche.”

*

Accanto aveva posato la sua testa, congelata nella fissità della morte. Le ossa sbiancate affioravano oltre la pelle livida degli zigomi esposti, svuotati come terra arida. Quello che un tempo era stato un volto, ora era solo un ammasso di tessuto grigiastro.

I radi capelli incrostati erano raccolti dietro la nuca in un gretto chignon, simile alla tana di un ratto.

Gli occhi erano leggermente aperti, un velo di cataratta sembrava sceso a offuscare lo sguardo.

Poteva ancora riconoscerla, sembra osservarlo con lo stesso sguardo di rimprovero e disgusto. La mascella era slogata e la bocca spalancata in un tetro sorriso. Osservò da vicino quell’antro oscuro.

Improvvisamente l’odore dolciastro di carcassa lasciata a marcire si fece più forte, si attaccò alla gola e al naso come melassa collosa. La lingua pendeva dalle labbra tirate a mostrare la dentatura ingiallita.

La punta di quel lembo di carne, conciato come cuoio antico, era inchiodata sulla tavola. Prese una candela accesa, alcune gocce di cera sfrigolarono sulla pelle rinsecchita, nel mezzo vi posò il cero fatto si sego stantio. Una luminosità sinistra rischiarò la cavità buia, rendendo la pelle sottile delle guance simile a pergamena antica.

In un attimo il fumo grasso e nerastro avviluppò i lineamenti, rendendoli imprecisi e distorti.

Io e la mia mamma ci somigliamo davvero tanto, penso Alex per la prima volta in vita sua.