Fino all'alba Onnigrafo Magazine

Fino all'alba

Nel buio chiuse la porta dietro di sé. Cercò di respirare ma l’odore pungente lo prese alla gola. Le mani toccarono il freddo della maiolica. Un bagno sudicio. Non era più tanto sicuro che rintanarsi lì fosse stata la soluzione migliore. Era in trappola.

Nelle orecchie risentì quel suono simile a un ruggito metallico. Ricordò l’elettricità che improvvisamente aveva pervaso l’aria, tangibile come mille fili di seta, imbrigliando le terminazioni nervose del suo corpo. Nel momento in cui una pioggia di scintille azzurrine si era propagata lungo le braccia, la sottile peluria aveva crepitato come una matassa di capelli bruciati.

Non conosceva quella parte della città, aveva lasciato il pub un po’ alticcio, ciondolando fino alla stazione era riuscito a prendere la metro, scendendo però alla fermata sbagliata; nuovamente in strada, in un attimo di lucidità, si era accorto di essersi perso.

Idiota. Il suo cervello annebbiato non aveva avuto il tempo di formulare nessun altro pensiero elementare. In un attimo era stato il caos.

Gli allarmi delle auto e dei negozi avevano cominciato a suonare in modo ossessivo, come le sirene antiaereo dei film di guerra visti in tv.

Le luci dei lampioni e delle vetrine avevano iniziato a sfrigolare per poi spegnersi del tutto, facendo piombare la città in un crepuscolo opprimente. In pochissimo tempo l’aria si era saturata di un odore acre, dolciastro e fumoso. Il lezzo di carne che brucia. Aveva cominciato a correre.

Ora era lì, al buio, rannicchiato al suolo, con la schiena appoggiata alla porta di un vecchio cesso pubblico. Il cervello era in preda a continui blackout; gli impedivano di pensare lucidamente alla sua condizione di topo in trappola.

Fuori sembrava essere tornato il silenzio, nessun suono, nessuno stridio metallico che raggiungeva i timpani ferendoli come aghi incandescenti. Solo il battito forsennato del proprio cuore. A un tratto un forte colpo lo proiettò in avanti, facendogli sbattere prepotentemente la fronte; sentì una ferita aprirsi e del sangue caldo colargli sul viso.

Si voltò d’istinto e vide un’ombra, più scura della notte, occupare lo spiraglio tra la porta socchiusa e il montante di legno dalla vernice scrostata.

Con terrore vide che qualcosa era penetrato all’interno del piccolo ambiente e ora strisciava al suolo come un pallido verme. Carne. Carne in decomposizione, gonfia e tumefatta.

La flebile luce lunare che penetrava da fuori illuminò del tessuto amorfo, forse un arto, intento a saggiare l’aria. La pelle livida come quella di un cadavere appariva corrotta da un fitto reticolo di capillari violacei.

Puntò la schiena e spinse con tutta la forza che gli restava nelle gambe, pregando perché il legno marcito della porta non si sbriciolasse.

Quella cosa oppose resistenza con le sue membra molli. La vide sollevarsi dal suolo e esaminare l’aria in cerca di una preda. Sentì quell’appendice disgustosa, simile a un tentacolo, cercare di infilarsi nelle narici, tra le labbra serrate in un grido silenzioso.

Nell’intento di sottrarsi a quel contatto mortifero spinse ancora e, sotto la forte pressione, la porta si chiuse con uno schianto.

Rimase stremato e dolorante, si toccò la fronte, la ferita era un grosso squarcio dai contorni slabbrati che continuava a sanguinare. Un istante dopo perse i sensi.

*

Si svegliò con i primi raggi di sole che filtravano da sotto la porta. Era stordito, non ricordava molto. Per un istante pensò che fosse solo un incubo, di quelli vividi che spariscono al mattino, ma il dolore che pulsava dalla ferita era reale e tangibile.

Si fece coraggio e aprì la porta; unico baluardo che quella notte assurda lo aveva tenuto separato dal resto del mondo.

Uscì in strada nel baluginare dell’alba. Davanti a sé vide un vicolo deserto, lo stesso in cui nella fuga si era rintanato come un animale braccato. Lo percorse fino alla fine, raggiunse la strada principale e rimase pietrificato.

Alcune macchine erano ferme in modo scomposto al centro della carreggiata, gli sportelli aperti e le chiavi ancora nel quadro. Le basse villette con giardino che formavano quel tranquillo quartiere residenziale avevano le porte spalancate.

Ovunque c’erano tracce di come fosse accaduto tutto molto velocemente. Di come la violenza e il terrore avessero dilagato lasciandosi dietro una scia indelebile che si portava dietro lo stesso olezzo della morte. Lui, invece, era vivo.

Crollò a terra. La schiena contro l’asfalto ruvido, e vide il sole. Si accorse di poter osservare a occhio nudo la sfera luminosa che spiccava nel cielo terso del mattino, come se il suo ardere fosse in qualche modo attenuato.

Solo in quel momento scorse che il grosso disco chiaro era contornato da un alone scuro, una sorta di anima nera che sembrava avanzare lentamente e comprese ogni cosa. Presto tutto sarebbe piombato in una notte perenne.

Presto le creature di tenebra avrebbero fatto ritorno. Era riuscito a sopravvivere fino all’alba, forse l’ultima.