Pietre, La Visita

Pietre, La visita

L'estate sembrava fatta solo di cicale e afa. La calura attanagliava tutti e la vicinanza al mare sembrava far passare meglio i giorni nel vecchio casale. Le famiglie dei contadini non potevano che essere numerose e rumorose, ma spesso il troppo caldo rendeva necessario riposare nelle ore centrali, e il silenzio era d'obbligo, altrimenti le ciabatte sarebbero pesantemente volate sulle cosce nude dei bambini. Turuzzo era un padre amorevole, uno di quelli che gioiva della nascita di una figlia femmina e anche di un altro maschio, puntava ad avere molti figli per amore di averne, e non tanto per consuetudine a farne. Si alzava prima dell'alba per raggiungere le bestiole e il piccolo podere, magari accompagnato da qualcuno dei figli più grandi, e prima che il sole diventasse rovente aveva già caricato l'asino di verdura e frutta fresca e tornava verso casa.

Incurante dei giudizi della gente, Turuzzo aiutava sua moglie, che faticava a volte il doppio di lui. Si prendeva cura dei figlioli e aveva piacere perfino nell'imboccarli, e quando portava il cucchiaio alla bocca del bambino, sovrappensiero apriva anche lui la bocca, e il bambino mangiava. Lavava i figli, li vestiva, aggiustava i panni storti ai più grandicelli, e li portava alla spiaggia a fare il bagno. Poi si mangiava tutti insieme e si riposava, e i bambini dovevano restare in silenzio, buoni buoni, all'ombra del portico, ad ascoltare le cicale. I giochi scalmanati era meglio evitarli, per lo stesso motivo per cui era meglio evitare le ciabattate della mamma.

Capitò che una mattina, di ritorno dalla campagna, Turuzzo trovasse sua moglie vestita di tutto punto. Era morto un parente ed era necessario fare una visita. Così anche il contadino dovette rinunciare a sollazzarsi al mare con i figli e, in una calda giornata di agosto, vestirsi di nero con giacca, cravatta e cappello. Tutto nero, così il sole lo avrebbe notato meglio sul carretto. I due figli grandi dovevano finire il lavoro iniziato al mattino: ammonticchiare le foglie secche delle piante dei fagioli che erano state tolte da dietro casa. Erano tante; tante bocche, tanti fagioli, tante foglie secche. Alle due figlie più grandi il compito di badare ai fratellini. Ma le figlie grandi erano ancora bambine loro stesse.

Sulla salita per tornare al paese il cavallo schiumava; in qualche punto gli zoccoli scivolavano sulle pietre della strada e la bestia sbuffava. La Calabria, in un primo pomeriggio di agosto, era davvero fatta solo per sentire le cicale, ma bisognava essere presenti e rapidi nel momento del lutto; non si poteva farsi dire che, appena saputa la notizia, si era arrivati in ritardo. La donna nella sporta aveva infilato zucchero, biscotti e caffè di cicoria; in più, dei fichi raccolti al mattino dall'albero davanti casa, messi in un piatto di ceramica e legati in un canovaccio. Anche lei avvolta in un vestito nero, ma semplice, e un fazzoletto dello stesso colore, da cui uscivano ribelli dei capelli ramati, a coprirle la testa incorniciandole il viso. Nonostante le braccia coperte, sulla fronte non c'era ombra di sudore: quella donna non aveva mai caldo. A pochi minuti dalla casa del morto, Turuzzo si fermò e scese dal carro. Tirò fuori un lungo coltello dritto senza la lama affilata e ripassò il pelo del cavallo per togliergli il sudore di dosso. Si pulì le mani con un grande fazzoletto e risalì, spolverandosi il vestito.

Già davanti alla porta c'era una piccola folla di gente. Voci appena sussurrate, gli uomini da un lato, le donne più a ridosso della porta. Dentro, il morto stava disteso sul suo letto, con attorno candele accese e sedie con tristi comari a snocciolare tra le dita il rosario. Marito e moglie entrarono insieme, appoggiando la cesta sul tavolo della cucina, insieme agli altri pacchetti portati dai visitatori. I fiori, messi al mattino in un vaso, complice il gran caldo puzzavano già di marcio. Una volte rivolte sbrigativamente le condoglianze alla vedova piangente e in profondo cordoglio e ai figli, Turuzzo uscì fuori con gli altri uomini a parlare e a fumare, mentre la moglie rimase a recitare il rosario assieme alle altre donne. Ogni tanto si sentiva un accorato grido di dolore; anche se il morto aveva ormai sessantacinque anni, una veneranda età per i tempi, senza pianto disperato non se ne sarebbe andato contento.

A casa le cicale continuavano nel loro concerto, ma la mamma e il papà non erano a riposare, e dunque il silenzio poteva essere rotto. La mancanza di giochi non era certo un problema per i bambini che, appena lasciati soli, volevano solo dare sfogo alla loro immaginazione. I grandi avevano fatto un mucchio con le erbacce e le ragazzine volevano giocare anche loro, stanche di far finta di essere delle brave mammine. E allora serviva solo un'idea. «Diamo fuoco ai fagioli!» Non si sa bene da chi arrivò il suggerimento, poteva essere stato chiunque dei nove figli. «E giochiamo agli indiani!» Un altro simpatico suggerimento che venne preso al volo. E così, le frasche vennero ben impilate, con sotto fascine e legna secca per far durare di più il fuoco. Ai primi carboni si sporcarono il viso con lunghe righe nere, mentre qualcuno tornò soddisfatto dal pollaio con delle piume in mano. Con le penne rosse tra i capelli i bambini intonarono un canto di guerra, girando allegri attorno al fuoco acceso che si alzava feroce in alto, creando un'alta colonna di fumo. E da lontano si potevano sentire le grida di guerra dei bambini insieme ai fratelli più grandi, travolti anche loro nel divertimento del gioco.

Di ritorno dalla visita era quasi buio. Di fronte alla strada si vedeva netta una torre di fumo che si alzava. E si distinguevano le grida. E la percezione che venissero dalla loro casa divenne sempre più chiara ai due contadini. «La casa brucia! I bambini! I bambini!» Il povero cavallo stanco venne lanciato allo stremo verso casa. Più si avvicinavano più il crepitio del fuoco sembrava scottare sulla pelle dei due poveri genitori. Quelle grida stavano aprendo nella loro mente una immagine orribile di morte e tragedia. Turuzzo non riusciva a parlare e non riusciva più a trattenere le lacrime al pensiero dei suoi bambini tra le fiamme. La moglie moriva dentro, ma manteneva il controllo. Fino a quando, svoltato il muro di pietra del viale, si trovarono di fronte un falò alto e un branco di sciagurati bambini sporchi, sudati e con penne di gallina in testa che urlavano come pazzi, imitando una lontana tribù pellerossa.

Turuzzo scese dal carretto tremando sulle gambe. Raggiunse uno scalino per sedersi e con le mani sul petto, cercando di calmare il suo cuore impazzito, ringraziava il cielo per avere ancora tutti i suoi figli sani e salvi. Sua moglie invece, indossando le scarpe nuove e non potendole lanciare, prese una canna e iniziò a ripassare i poveri indiani. 

© 2018 Myth Press

I cookie che usiamo ci forniscono statistiche anonime che ci permettono di darvi la migliore esperienza di navigazione. Consulta la nostra informativa!