Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 3

Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 3

Dopo aver chiuso la porta della sua stanza dietro di sé, Marius sedette sul proprio letto. La camera era ricca di ricordi del suo passato, che lo fecero tremare per un attimo. La nostalgia di quei giorni lontani e di quei volti amici. Chi avrebbe mai immaginato che saremmo arrivati a questo. Hekaart, amico mio, cosa ti ha cambiato così tanto? Mentre si diceva questo, quasi istintivamente si era avvicinato a uno dei souvenir di quei giorni d'avventura; una foto che ritraeva l'intero gruppo di avventurieri alle porte di Nova Tokyo.

Fu in quella circostanza che, già compagni di viaggio, consolidammo la nostra amicizia. All'epoca io ero soltanto un giovane combattente alle prime armi, e Hekaart il figlio semi-teppista di un metalmeccanico. Tutti quanti con la fedina penale già segnata da diversi reati, per lo più perché ci ritrovavamo sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. Non eravamo dei criminali, anche se, agli occhi di molti, potevamo sembrare così. I modi con cui spesso affrontavamo le nostre piccole guerre non erano poi molto consoni.

I vecchi tempi. Tante cose sono cambiate, cosa dovrà cambiare ancora?

Ancora una volta si posò sul letto, questa volta guardando fuori dalla finestra. Molti dei suoi compagni di un tempo ormai erano morti, altri lo avevano tradito passando dalla parte opposta. Si trovò a fissare le proprie mani: le vedeva deboli, sentiva che una torpida stanchezza lo stava avvolgendo pian piano, sentì salire il tutto dolore di quella notte e la rabbia che questa si trascinava dietro. Ripensò alle parole di Hekaart e sentì le mani che si stringevano in pugni irosi, ma impotenti. Qual è stata la mia parte in tutto questo? Ho scelto saggiamente?

Ho rispettato i miei dogmi, e facendolo ho permesso a molti individui di salvarsi. Ecco cosa ho fatto. Questo è stato il mio limite. Non avrei potuto rischiare di perdere la posizione che da sempre mi sono preposto di mantenere. Una posizione di imparzialità totale. Una posizione difficile. Una posizione giusta!

Mai più di adesso avrebbe voluto parlare con il suo dio. Ma sapeva che questo adesso non era possibile. Avrebbe dovuto aspettare il tempo necessario.

Da pensieroso, il suo stato si tramutò repentinamente in serio e calmo. La sua voce tuonò nella stanza.

«Schermo» Al comando, uscì da una parete laterale un braccio meccanico con attaccato uno schermo sottilissimo che si illuminò non appena fu davanti al Sacerdote. La sua mano si mosse rapidamente tracciandovi sopra precise istruzioni. Al termine, una voce sintetica riecheggiò nella stanza.

«Ricerca In Corso» E dopo pochi attimi: «Ricerca Completata».

Lo schermo emise un bip, e apparvero diverse immagini. Muovendo un dito sullo schermo, Marius ne spostò alcune; queste uscirono letteralmente dallo schermo rimanendo a mezz'aria, immobili nell'etere, come sostenute da fili invisibili. Presto, il moto continuo della prima mano venne accompagnato anche dall'altra. Le immagini e i filmati erano il sunto della battaglia. Il delicato lavoro di controllo di questi dati sarebbe servito per determinare i danni che la guerra aveva causato; in più, grazie a questi dati, già adesso era possibile formare alcune squadre di ricognizione per recuperare i sopravvissuti e gli ultimi feriti. Decine di immagini si erano sovrapposte nell'area intorno allo schermo, seguite dagli occhi veloci del sempre attento vicario.

Continuò scrupolosamente il suo lavoro per molto tempo, poi qualcuno bussò alla porta.

La luce del giorno era già evidente fuori dalla finestra. Marius diede un ultimo sguardo alla mole di lavoro che ancora lo attendeva, poi, con un gesto della mano, fece sparire tutte le immagini, e lo schermo ritornò nel suo nascondiglio, posto all’interno del muro.

Si avvicinò alla porta per aprirne lo spioncino, quando una voce di donna squillò da oltre di essa.

«Marius!»

Questi, sorridendo, ritrasse la mano dallo spioncino e aprì la porta; davanti a sé c'era Axia, sua sorella minore. Appena fece il suo ingresso nella stanza, Marius non poté fare a meno di osservarla. Per lui Axia era un gioiello: il gioiello di famiglia. Tra tutti i fratelli e sorelle che aveva, lei era la più aggraziata, la più scaltra e la più dotata, sia intellettualmente che fisicamente. Negli ultimi due anni, poi, il suo portamento e i suoi modi si erano affinati, e la disciplina a cui si era dedicata l'aveva resa più matura. Alta quanto il sacerdote, ma dalla costituzione più esile, la carnagione leggermente più ambrata risaltava con i capelli color rame, raccolti con eleganza in sottili trecce che, anche se legate dietro la nuca, le scendevano fino a sotto le scapole. Quel giorno indossava una veste corta di cotone bianco, legata in vita con una cintola bordeaux, una calzamaglia dello stesso colore e un mantello di damasco color crema con rifiniture rosse e dorate, agganciato a una spallina in acciaio con inciso lo stemma di famiglia. Marius rimase sulla porta aperta per diversi istanti fissando sua sorella che entrava, e quando lei si girò, lui era ancora lì.

Axia aveva la capacità di riportare l'allegria sul volto di tutti con la semplicità di uno sguardo, ma quel giorno il suo viso era cupo. Marius aveva intuito da subito questo insolito stato d'animo della sorella, quando, ancora prima che entrasse nella stanza, lo aveva chiamato da oltre la porta.

Non appena il sacerdote ebbe chiuso la porta, la sorella sedette sul letto. Era sgualcito. Indubbiamente, il fratello vi stava riposando.

Marius non perse tempo, non era il giorno giusto per poterlo fare.

«Cosa ti porta qui, sorella?» Parlò con tranquillità, evitando di dare a vedere la crescente preoccupazione per la sua visita. Spero che tu non sia qui solo per lui.

«I nostri cari stanno bene» Disse con fare indifferente. «Nostra madre e nostro padre stanno per essere condotti qui. Volevo solo avvertirti di questo» Il discorso avrebbe potuto reggere, ma le ultime sue parole assunsero un tono alquanto misterioso. Marius cominciò a essere preso dai dubbi, sentendosi palesemente raggirato. Avrebbe risposto con indifferenza, ma Axia parlò prima che fosse lui a poterlo fare.

«… e anche del fatto che sono a conoscenza che lui è qui!»

Marius dovette respirare profondamente per non sbottare. Non troppo tempo prima l'aveva avvertita di cosa sarebbe successo, delle conseguenze di quella guerra non solo per la città, ma anche e soprattutto per la sua vita. Non era quello il compagno che avrebbe voluto come futuro sposo. Entrambi fecero un passo indietro, immersi per un istante nei loro ricordi.

Era accaduto non più di qualche giorno prima. Il tempio di Reah era ricolmo di fedeli, la funzione del giorno veniva ascoltata in rispettoso silenzio da parte di tutti. Decine e decine di persone erano sedute nelle panche di legno chiaro, o in piedi nei pressi dei grandi pilastri di cemento grigio, alcuni dei quali adornati da bassorilievi e antiche pitture. L'immensa volta centrale, racchiusa dalle possenti colonne, amplificava naturalmente la voce del sacerdote.

«… e il giovane si avvicinò al muro, dove aveva visto il buco lasciato dal mattone che si era spezzato. Vi infilò la mano, e poi l'intero braccio. Cosa cercava? Dopo mesi di cammino nella valle del silenzio, aveva forse trovato le sue risposte all'enigma che l'oscuro cavallo di tenebra gli aveva posto? Dove la mano trovava il giusto riposo? Il giovane si sentì preso, si sentì trascinato dentro il piccolo anfratto, ma non ebbe paura. Non ritrasse la mano. Ebbe fiducia!»

Il sacerdote finì il suo intervento e la gente iniziò a fluire via, verso le porte del tempio. Espressioni dubbiose, altre annoiate, altre pensierose, e altre ancora visibilmente incoraggiate. Presto il fiume di persone iniziò a dissiparsi in un brusio silenzioso. Mentre il sacerdote congedava i giovani chierici, un uomo in armatura sintetica gli si avvicinò. Questi lo riconobbe subito.

«Mio caro Jakob! Che piacere vederti qui. Quanto tempo! Dimmi la verità, ne è passato molto dall'ultima volta che hai messo piede in un tempio di Reah!»

«Marius, fa piacere anche a me vederti, amico mio... Oh, beh... Molto, effettivamente», disse, accompagnando le sue parole con un lieve sorriso, facendole poi seguire da una piccola pausa. Poi riprese. «Come sai sono sempre in giro e non ho molto tempo per queste cose»

«Non importa giustificarsi amico mio, so che tipo di persona sei e rispetto il tuo pensiero. Ma cambiamo discorso, cosa ti porta da queste parti? Ricordo che al tuo ultimo contatto eri ad Ankara, nella bianca città fluttuante»

«Una vecchia conoscenza... mi ha contattato per un lavoro decisamente onorevole» Jakob fece un'altra breve pausa, girandosi verso l'entrata del tempio. «Vedo che le cose sono migliorate notevolmente qui», riferendosi alla notevole quantità di fedeli che avevano assistito alla funzione e ancora stavano uscendo.

«È tutta questa tensione amico mio. La gente… lo sente nell'aria. Lo vede nelle strade. Negli occhi delle guardie di Matveyev. Purtroppo è solo questo il motivo di così tanta affluenza»

«Sono certo che presto passerà!»

Marius notò una insolita inclinazione nelle parole dell'amico, che mentre parlava abbassò lo sguardo, anche se solo per un secondo. Stava nascondendo qualcosa, e già sospettava cosa. … un lavoro decisamente onorevole... Una vecchia conoscenza. Mentre pensava a ciò si distrasse, vedendo una giovane donna in attesa vicino a uno dei grandi pilastri principali, parzialmente nascosta da una veste di lucido velluto beige, notando anche che il tempio si era svuotato. Immediatamente pose una mano sulla spalla dell'amico, che stava per parlare di nuovo.

«Sorella!», disse ad alta voce, alzando una mano e facendo cenno di avvicinarsi.

Axia si scostò dalla colonna a cui era appoggiata muovendosi con grazia innata; avvicinandosi passo dopo passo sentiva, sempre più vivo, il familiare odore di suo fratello Marius, mischiato a quello degli incensi e delle spezie aromatiche e all'acre sentore dell'olio da lucido, usato per l'armatura cerimoniale. Tuttavia, sentiva provenire dall’amico anche un insolito, impercettibile profumo di cuoio lavorato, di liquore di jemer e di orzo bianco, molto diffuso sulle città fluttuanti. I suoi sensi sviluppatissimi percepirono dapprima il loro battito cardiaco, poi le loro voci, l'inclinazione, il tono, la loro vibrazione nell'aria, e infine il tintinnio dei cromografi che, collegati alle loro retine, si muovevano, facilitandone la vista. Una volta arrivata, vide che il fratello aveva ripreso a discorrere con l'amico, e contemporaneamente faceva a entrambi segno di seguirlo. Mentre camminavano, Axia ascoltava e osservava attentamente i due: sentiva che nell'aria c'era qualcosa di criptico nascosto in ogni loro parola, ma non riusciva a percepirne alcun accenno che ne rivelasse, anche solo in parte, la natura.

«Cosa stavi per dirmi, Jakob?»

«Sinceramente, mi è passato di mente... Sai, mi distraggo facilmente!», e dicendo questo guardò Axia, sorridendo. Lei ricambiò il sorriso.

«Quindi sei qui solo per lavoro? Quanto ti tratterrai? Hai un posto dove riposare?»

«Sì, in realtà è solo per il periodo in cui lavorerò. Credo di tornare nella bianca Ankara appena avrò sistemato tutto» Fece una breve pausa. «Sono arrivato adesso, stavo per fermarmi in un ostello, quando ho sentito che la gente si affrettava per venire ad assistere al tuo sermone, allora ho preso l'occasione per poterti rivedere... Pensando che, magari, avresti potuto offrirmi un riparo più tranquillo e meno oneroso», disse sorridendo e alzando leggermente le spalle.

Il tragitto, scandito dalle parole di Jakob, all'interno del tempio fu breve: passando dai corridoi riservati ai soli chierici del tempio, i tre arrivarono presto nella stanza del sacerdote. Nel frattempo, Axia non poté fare a meno di distrarsi passando tra quei corridoi così pieni di ricordi. Infine, entrando nella quasi del tutto spoglia stanza del fratello, la sua attenzione alla conversazione svanì del tutto, attratta da altro. Nelle pareti adiacenti alla porta, tra i primi vani incassati, vide i souvenir del fratello. Ognuno di quegli strani oggetti la riportava indietro nel tempo, facendola viaggiare di situazione in situazione. Poi, il suo sguardo cadde su una fluttuosfera. Era immobile, incastrata nel suo anello; la mosse con il dito e ne percepì la forza che, all’interno, riprendeva vita, rigando l'aria con un fischio simile a un sospiro, impercettibile all'orecchio umano, ma naturale per i sensi amplificati della ragazza. Si staccò dall'anello, elevandosi per pochi centimetri da esso.

Nella sua mente passarono immagini di lontani ricordi, impolverati dagli anni più recenti, ma abbastanza nitidi da riportarle alla memoria voci e odori. Suo padre, molto più giovane, intento a governare gli animali della fattoria in cui era nata; i suoi primi giochi nei pressi della staccionata, e il vento freddo della montagna che sibilava tra le fronde degli alti alberi. Le tornò alla memoria un giorno in particolare, in cui il fratello maggiore era tornato da un lungo viaggio nelle terre dell'Est. La folta barba che le irritava le guance. Il delicato pelo della giacca che la solleticava. La corsa della madre verso il figlio. Lo sguardo lontano del padre. La voce di suo fratello. Piccola…

Il tonfo della porta che si chiudeva la riportò alla realtà. Al presente.

«Piccola?» Suo fratello la chiamava ancora in quel modo. Axia si girò e gli sorrise.

«Perché non hai salutato Jakob?», chiese ancora Marius, stranito.

«Jakob?» Fece una pausa e, guardandosi attorno, notò che l'amico se ne era andato. «Ero distratta... La fluttuosfera mi aveva riportato a un ricordo lontano» Si fermò di nuovo, questa volta per sondare il fratello. Poi proseguì. «Ma adesso sono qui! Mi spiace non averlo salutato. Andrò dopo da lui» Poi tacque, aspettandosi che fosse il fratello a prendere la parola. Questi si mosse verso la sua scrivania e vi si mise a sedere, guardando proprio verso Axia.

«Vieni, accomodati pure dove vuoi»

La ragazza si mosse verso il letto e vi sedette. Era in ordine. Rifatto alla perfezione, ma non dal fratello. Ci aveva pensato qualcun altro. Le impercettibili pieghe delle lenzuola davano impressione che la persona fosse mancina, mentre Marius era sempre stato ambidestro. Sul cuscino, l'odore di Marius era accompagnato da uno più dolce e più forte. V'era rimasto il pungente sentore degli olii vegetali del deserto rosso. L'odore era inconfondibile. Era sicuramente una donna.

In quei pochi istanti, Marius non si accorse minimamente dell'acuta analisi che la sorella stava facendo. Aspettò che Axia si accomodasse, poi parlò.

«Vieni da San Pietroburgo?»

«Sì. Ci sono anche nostra madre e nostro padre. Ishka e Nicholas stanno tornando da Monaco. Stanno bene, il viaggio li avrà stancati parecchio, quindi riposeranno a San Pietroburgo ancora qualche giorno. Verranno qua tutti insieme»

Marius aspettò che la sorella finisse di parlare. In quel momento, notò per la prima volta, da quando l'aveva incontrata diversi minuti prima nel tempio, che stava usando le sue capacità. La voce posata in una quasi statica tonalità. Il viso ben eretto nella posizione di ascolto, le braccia appoggiate sulle gambe, ma con le mani aperte. Gli occhi fermi, per troppi istanti. Segnali minimi, impercettibili a un occhio non allenato. Marius si sentì turbato. Cosa hai percepito in me di tanto alieno da portarti a usare così le tue capacità? Pensando a ciò, rifletté di nuovo sulle parole di Jakob. Lei ha ascoltato tutto da quel momento... cosa voleva dirmi Jakob che mia sorella non doveva sentire? Sospirò. Al che, una volta che Axia ebbe terminato, la guardò, volutamente accigliato. Lo fece apposta, tradendo una falsa emozione, così da creare dei dubbi nelle possibili analisi che la sorella avrebbe potuto fare fino a quel momento. Non sapeva cosa il suo amico avesse voluto dirgli, e adesso voleva capire adesso cosa aveva avvertito sua sorella.

Lo sguardo del fratello la fece a sua volta accigliare. Non capiva. Un'espressione così nitida da parte di Marius non aveva un senso logico. Raramente si tradiva così facilmente. Ma era vera. Notava che nei suoi occhi, neri come la pece, si celava un dubbio altalenante.

I due si guardarono per parecchi istanti, nei quali, per quanto gli occhi fossero penetranti, la mente viaggiava in direzioni opposte, sui binari di una sempre più similare consapevolezza.

Marius ripensava ancora alle prime parole di Jakob.

«... un lavoro decisamente onorevole... una vecchia conoscenza...» Cosa voleva dirmi? «...mi è passato di mente... è solo per il periodo in cui lavorerò» Ma per chi? Marius pensava ancora queste parole quando Axia, a un certo punto, uscì dai suoi turbinanti pensieri.

«La gente si aspetta di vedere il Tiranno affogare nei suoi diamanti» Fece una breve pausa. «Credi che ne sarà in grado?»

Marius vide sua sorella infastidita: si era accorta del suo tentativo di diversione, ma aveva voluto fare il suo gioco, schernendolo, però, con una domanda alquanto dolorosa.

«La tensione sale. La gente mormora. Si aspettano una svolta», e anche egli si fermò un istante. «Non si aspettano una guerra!»

«È questo quello che accadrà? Hai già previsto il futuro, fratello mio?»

«Non ho previsto niente» La voce di Marius iniziò a diventare sempre più seria, e le sue risposte sempre più coincise.

«Sono considerazioni che ti bruciano, vero? Cosa ne dici se adesso parliamo chiaramente senza omettere nulla?»

«Non stavo...» Marius venne interrotto bruscamente da Axia.

«No... Da quando mi hai fatta entrare nella conversazione con Jakob hai evitato di proposito di far luce nelle sue frasi criptiche!» Axia fece una pausa, ma Marius rimase in silenzio, in attesa che si sbollisse. Lei avrebbe continuato, ma la calma del fratello la inquietò. Si alzò dal letto del fratello, che ora era stato sgualcito dalle irose mani che vi aveva poggiato poco prima. A occhi bassi si avvicinò di nuovo alla fluttuosfera.

«Non puoi nasconderti sempre dietro ai ricordi. Cosa è successo che ti ha fatto preoccupare così tanto da usare le tue capacità su me e Jakob...» Marius stava per continuare, ma Axia lo interruppe di nuovo. Questa volta il suo tono fu più tranquillo, ma non meno ansioso.

«Niente! Tu non sai nulla. Non sai niente di niente. Eppure, nascondi l'evidenza»

«Quale evidenza?», disse Marius, visibilmente scocciato dalle inconsistenti parole della sorella.

Poi ci fu un attimo di silenzio. I due si fissarono per un istante negli occhi cupi. Neri.

Marius capì in un istante cosa l'amico stava per dirgli, ma non capiva perché nasconderlo alla sorella.

Cosa sai di Hekaart che io non so? Cosa c’entra Axia in tutto questo? Jakob sta lavorando per Hekaart, questo l'ho capito. Hekaart vuole sistemare la situazione con il Tiranno. Sono mesi che si organizza con i ribelli. Forse è arrivato il momento. Ma cosa altro c'è che io non so?

Mentre Marius pensava a tutto questo, Axia capì che il fratello non sapeva veramente nulla di quello che stava accadendo. Aveva dubitato di lui, e ora doveva dirgli tutto.

«Tre mesi fa... Hekaart mi ha chiesto di sposarlo»

Marius sgranò gli occhi e girò lo sguardo, fino ad allora fisso nel vuoto, verso sua sorella.

Seguirono interminabili istanti di silenzio, mentre la consapevolezza di quanto gli aveva appena detto si faceva spazio tra i pensieri più profondi del Sacerdote. Adesso aveva capito il perché dell'interruzione di Jakob. Non vi erano mai stati segreti tra di noi. Axia era sempre stata considerata come tutti gli altri; Jakob, Hekaart, Shana, Jonathan. Ora invece Hekaart e Axia sono promessi sposi, e io neppure lo sapevo.

Hekaart non potrà portare fede alla promessa fatta. Forse questo non lo sa neppure lui.

Presto la guerra inizierà, e potrebbe durare a lungo. Se Hekaart vincerà, allora diventerà lui il nuovo futuro di questo luogo, e sarà costretto a sposare Julia di San Pietroburgo, così da sanare le incomprensioni che vanno avanti da decenni. Se perderà...

Marius guardò la sorella. Doveva spiegargli tutto questo.

«Questo adesso spiega tutto. Forse Jakob stava per dirmelo, ma il tuo arrivo lo ha fermato. Non è mai stato troppo bravo a fingere. Lo sappiamo bene tutti» Fece una breve pausa sforzandosi di sorridere, ricordando alcuni passati, goffi tentativi del loro amico di raggirare i loro astuti nemici.

Ora anche Axia era più rilassata, pensando anche lei a quei fatti lontani nel tempo. Poi Marius proseguì.

«Hekaart sta per portare il primo vero attacco al Tiranno. Jakob è qui per aiutarlo. A questo punto, credo che abbia richiamato tutti»

«Sta per attaccare il Tiranno. Ma ci sarà una strage. Matveyev non è stato mai più forte di adesso»

«Lo so. Ha anche trovato il favore di molti Sacerdoti di Reah»

Axia si spostò ora su una delle sedie di fronte alla scrivania di Marius.

«Dovevamo sposarci tra un mese. Credevo di poter fare una vera cerimonia nuziale» Sospirò. «Ma andrà bene anche così. Alla fine avremo più tempo per dirlo a tutti. Non volevo tenere tutto nascosto, avrei voluto dirtelo diverso tempo fa, Marius. Ma Hekaart…» Marius la interruppe.

«Hekaart sicuramente lo ha fatto per proteggerti. Lo conosco bene» Il sacerdote si alzò dalla sedia e andò ad accomodarsi sul proprio letto, seduto dove prima c'era la sorella.

«Però...», continuò, «...non potrà mai succedere. Hekaart diventerà il nuovo principe di questa città e di tutte le terre annesse. Dovrà fare molto per il popolo, e potrà fare poco per se stesso. Come sai, ci sono le vecchie incomprensioni con San Pietroburgo che vanno risanate, e solo un matrimonio con la Principessa Julia potrebbe essere utile allo scopo. Sarebbe una svolta per tutti. Tu, sorella cara, devi fartene una ragione e rinunciare. Potresti solo esser una concubina, e so che questo non riusciresti mai a sopportarlo...»

Mentre Marius diceva questo, Axia, incredula, non riusciva a spicciare parola. Marius le stava dicendo che non avrebbe mai sposato il suo amato. Le parole del fratello si mischiarono ai suoi turbolenti pensieri. Aveva ragione. Non sarebbe mai potuto accadere.

Axia riprese il pieno controllo di sé solo quando fu fuori dalla stanza di suo fratello, diversi minuti dopo.

Tornarono tutti e due al presente, come guidati da un solo filo.

Non avrebbero mai pensato di ritrovarsi così presto e a guerra già finita. Era durata una sola notte, e ora Marius e Axia erano di nuovo faccia a faccia, di nuovo a discutere di quella situazione. Ognuno con le proprie contrastanti idee.

Marius riuscì a rispondere con calma alla precedente affermazione di Axia, andando diretto al cuore della questione.

«Non puoi pretendere da lui il legame che vorresti! Ne abbiamo già discusso diversi giorni fa!»

Axia si mosse, in evidente stato di agitazione per l’ennesima obiezione, stringendo in un pugno il lenzuolo già sgualcito su cui sedeva; Marius iniziò a camminare su e giù per la stanza con passo lento, gli occhi fermi sulla sorella. I due si fissarono in silenzio per molti istanti, rammentando entrambi un gioco che facevano da piccoli. Questo servì a far diminuire la tensione sul loro volto. Marius la vedeva ancora piccola.

«Hekaart vorrà almeno...» Axia tentò di finire il discorso, ma Marius la fermò con rinnovato impeto.

«Hekaart merita solo il trono del Tiranno, oggi!» Il veleno che grondava dalle parole del fratello la travolse letteralmente, mai lo aveva sentito parlare così di lui. Il suo migliore amico. Il suo più vero fratello, come lo definiva spesso. I suoi occhi si colmarono di lacrime. Troppo forti per essere trattenute. Troppo intime per essere gridate. In silenzio, il viso le si rigò.

Marius si sentì scosso dalle sue stesse parole. Odiava Hekaart. Lui lo Odiava.

***

Hekaart stava finalmente riposando, anche se, a breve, sarebbe dovuto essere in piazza a parlare al popolo. Nella stanza filtravano dei fiochi raggi mattutini, e solo il ronzio elettronico della radiosveglia disturbava il silenzio di quel luogo: una musica che Hekaart amava molto. Il gracchiare metallico della città fluttuante, il ricordo di quel luogo gli fece tornare in mente alcuni dei momenti più belli della sua vita. La vita nei cieli gli stava mancando, e dopo tanto tempo sentiva la nostalgia di quel luogo così caotico e rumoroso. Qualcosa, sentiva, era rimasto in quella città, tra le vie di freddo metallo e di pulsanti led luminosi.

Le maestose strade di pietra dura e porosa, gli immensi palazzi del quartiere dove vivevano milioni di persone.

Il caos della città. Il caos.

Era questo il suo punto debole.

La sua mente fece un nuovo balzo tra i suoi ricordi, con Marius, con il suo amico. Quegli indimenticabili occhi.

E i suoi si chiusero di nuovo, spinto ancora una volta dal desiderio di dormire; ma nella stanza uno sfrigolio interruppe quel momento e una luce elettrica esplose a pochi passi dal suo giaciglio. Un istante dopo il bagliore, nello stesso punto, erano apparsi Serize e Azumamaru, i suoi due fidati compagni. Azumamaru tossì in preda a una forza di stomaco, brontolando qualcosa di incomprensibile. Serize si guardò attorno per un attimo, quasi con indifferenza, poi si avvicinò a Hekaart, che adesso si stava mettendo seduto sul letto. Muovendosi fece un gesto secco verso una sedia, che si spostò, trascinata da una forza invisibile, a circa un metro dal letto. Serize vi si mise, quindi, a sedere. Hekaart continuava a meravigliarsi degli innumerevoli stratagemmi ed espedienti dello stregone, il suo modo di fare metteva a nudo le sue capacità e le esaltava. Non era certamente da considerarsi una persona modesta, ma aveva tutto il diritto di non esserlo. Spesso, la sua sola presenza bastava a mettere in soggezione qualsiasi nemico.

Una volta accomodatosi sulla sedia, Serize aspettò in silenzio che Azumamaru si riprendesse, tirando fuori dalla tasca una scatola di legno contenente delle profumate spezie del deserto rosso. Vere e proprie prelibatezze. Iniziò a masticarne un bastoncino, riponendo il resto nella tasca. Dopo poco, anche Azumamaru si riprese e sedette a gambe incrociate in terra, vicino ai due compagni. Il suo kimono era macchiato di sangue rappreso, strappato in più punti, i suoi capelli erano liberi e altrettanto malandati, puzzava come una fogna; lo stesso Hekaart non poté fare a meno di chiedersi se non fosse quello il vero motivo delle sue forze di stomaco. In realtà sapeva bene che non era così. Il grande Azumamaru era un uomo abituato a tutto, tranne che a un qualsiasi tipo di viaggio: resisteva ai venti del gelido nord, alle torride sabbie del deserto rosso e ai puzzolenti canali di Londra.

«Abbiamo finito», disse improvvisamente Serize, con una punta di noia. Poi continuò: «Un tuo cenno e la cattedrale del Tiranno sprofonderà nella terra».

Hekaart guardò il compagno, sorridendo; Serize aveva nascosto in quelle parole il desidero di volere andare fino in fondo a quanto aveva affermato, e Hekaart questo lo sapeva. Sapeva che Serize era burbero e di poche parole, un individuo dalle emozioni imperscrutabili, nascosto dietro una maschera di indifferenza verso tutto e tutti. Egli amava il caos più di quanto chiunque avrebbe mai potuto immaginare, ma era comunque buono. La sua indole era giusta e serviva, se pur a suo modo, i suoi stessi ideali di giustizia.

«Non dovremmo andare alla Piazza delle Grida?», chiese Azumamaru con palese impazienza.

«Sì!», fu la risposta secca di Hekaart, ancora in sovrappensiero.

 

Hekaart e i suoi compagni uscirono dalla camera e si diressero verso l'uscita del monastero. I tre erano in fila, ognuno assorto nei propri pensieri; Hekaart stava in fondo, procedendo con passo un po' più lento rispetto agli altri due. Li osservava pensieroso, come se li vedesse per la prima volta; Serize con quel suo portamento autoritario, vestito di una semplice tunica beige e viola, in alcuni punti ricamata con iscrizioni dorate, stretta ai fianchi, ai polsi e alle caviglie, sopra attillatissimi guanti e scarpe di cuoio, indubbiamente pregiati. Il viso tondo, lo sguardo sfuggente, gli occhi bruni, la testa completamente rasata. Era inquietante. Più inquietante dello stesso Azumamaru: lui sì che era strano. I suoi lineamenti esaltavano la sua discendenza totalmente nipponica, così come le sue vesti molto rétro, somiglianti a un kimono di colore blu notte, con ricami evidenti sulla parte inferiore; il torace era spoglio, e solo al braccio sinistro indossava un'armatura molto pesante in cuoio e acciaio. Alla vita aveva una cinta di un materiale indubbiamente nanotecnologico, sotto portava pantaloni larghi sulla gamba che si stringevano alle caviglie con due parastinchi intarsiati, ed era sì adornato qua e là da oggetti di uso comune, come mini torce, trasmettitori e anelli di schermatura, ma poteva sostanzialmente apparire come in un'antica illustrazione samurai. I capelli neri e lisci erano raccolti in una strana acconciatura a pennacchio sopra la testa, e la lunga spada katana gli pendeva al fianco sinistro. Indossava pure lui dei guanti di pelle borchiati a mezzo dito, e ai piedi portava semplici sandali infradito. Hekaart ancora non capiva come un uomo di tale fatta potesse trasformarsi nell’abile combattente che più di una volta aveva dimostrato di essere.

Era ancora assorto da questi pensieri quando qualcuno, all'improvviso, lo strattonò da dietro. Hekaart, stupito dalla cosa, si girò repentinamente, aspettandosi di vedere l'amico Marius, ma mai si sarebbe sognato di incontrare lei: la musa ispiratrice di ogni suo sogno, la voce della speranza nel suo cuore.

Axia era lì, più bella che mai; Hekaart si perse nei suoi occhi per degli interminabili istanti. Una brezza spostò delicatamente i suoi capelli, una lacrima gli rigò il viso. Seguirono interminabili istanti di silenzio in cui, i due sguardi fissi l'uno sull'altro, rievocarono entrambi dei momenti non troppo lontani di intima passione, di amore. Hekaart le prese le mani e gliele baciò, socchiudendo gli occhi. Poi fu sopraffatto la realtà della situazione e si sforzò di distogliere l'attenzione da lei, stringendo la mandibola e piegando lo sguardo da una parte. Il dolore era troppo forte, le parole uscirono tremanti dalla bocca di Hekaart.

«Ti ho amata e ti amerò ancora a lungo, ma non posso mantenere la promessa che ti ho fatto tre mesi fa. Dimenticami, odiami pure se vuoi. Le nostre strade si dividono qui, adesso» Detto questo le lasciò le mani, che le caddero inermi lungo i fianchi, e girandosi se ne andò, lasciando lì la giovane, pietrificata dal dolore.

Le parole di Hekaart l'avevano paralizzata, la delusione le graffiava la gola. La prima lacrima era stata di piacere, le seguenti di dolore. Presto, i suoi occhi ricolmi di lacrime non riuscirono più a vedere nient'altro che sottili ombre che sparivano oltre le luminose volte del monastero.

Hekaart era già a molti passi da Axia, quando nel più profondo del cuore sentì che stava sbagliando. Doveva mollare tutto e vivere la vita con la sua amata. Senza di lei non sarei qui, pensò.

Ma era del tutto incomprensibile abbandonare così il lavoro di una vita, le speranze dei suoi compagni, la fiducia dei suoi amici. E ancora una volta trovò dentro di sé altre incongruenze, pensando all'evidente dissenso del suo più grande amico: Marius. Si sentiva costretto dalle medesime regole e consuetudini che fino a poche ore prima aveva combattuto. Adesso era lui il Principe. Tiranno? si scoprì a chiedersi.

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