Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 2

Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 2

Il Principe stava correndo nei freddi cunicoli sotterranei della sua maestosa villa, si stava lasciando alle spalle lussi e comodità che avrebbero alimentato l'invidia di un Re, ad ogni passo il suo pensiero era rivolto alle migliaia di Quarzi che si stava lasciando dietro, ma anche alle pericolose armi che molto probabilmente lo stavano inseguendo. Ne sentiva il tintinnio.

Lo sferragliare dei congegni meccanici che componevano i segugi di metallo risuonava tra i corridoi, le tre creature animate dall'arte di Serize correvano veloci tra lui e il Principe, la vista meccanica di cui erano forniti vedeva quest'ultimo sempre più prossimo, il loro bersaglio era palesemente in trappola, infilato in una via senza uscita. Il cultista fece fermare i segugi, estremamente simili ai loro antenati di carne, a guardia dell'entrata del cunicolo in questione, poi egli salì sulla piattaforma fluttuante che aveva trovato in un magazzino lì vicino e inizio ad avvicinarsi verso il posto.

Nel frattempo il Principe aveva realizzato il proprio errore. Sarebbe dovuto proseguire verso est molti metri prima. Oramai gli restava solo lo scontro diretto. La sua riserva di energie era agli sgoccioli, avrebbe potuto manipolare ancora una sola volta. Prese quindi in esame la situazione. I corridoi erano fatti di cemento armato, lo aveva notato perché da una parete affioravano dei ferri di armatura. Fece uso del proprio potere per percepirne la disposizione nel muro. Una volta finito ne trovò un possibile utilizzo. Avrebbe atteso il cultista e i suoi segugi e lo avrebbe infilzato con le travi attraverso il muro, ma doveva essere vicino. Massimo tre metri. Pensò. L'ultima occasione.

Serize arrivò a breve all'imboccatura del corridoio. I tre segugi attendevano inermi, come se non più animati. Decise di muoverli avanti a lui, sapeva che l'avversario si era risparmiato delle energie per un'evenienza del genere. Il buio del corridoio non lo inquietava, poiché ancora una volta vedeva attraverso gli occhi dei cani a pochi passi da lui, fece qualche metro e individuò il fuggiasco. D'improvviso qualcosa dai lati scatto repentino verso i tre cani frantumando istantaneamente i circuiti di cui erano composti. Il rumore riecheggiò in tutto l'intricato complesso architettonico. Anche Serize adesso non vedeva più. Sarà più divertente. Si scoprì a pensare e mentre lo faceva, l'altro era già a terra esausto, con 2 metri di fili d'acciaio intrigati a muro tra lui e il suo avversario.

Il cultista si avvicinò al rogo d'acciaio e vi appoggiò una mano, poi richiamando la propria energia fece uso di uno dei suoi stratagemmi più comuni e la tramutò in calore, presto i fili divennero incandescenti, fu allora che levando la mano fece ricorso ad un altro espediente simile e sempre tramite la propria energia inspirò profondamente per poi soffiare un'aria gelida come il vento del nord sulla superficie incandescente. L'effetto fu immediato e il muro si sgretolò. Vide il suo avversario a terra in un angolo, tremante.

Serize sorrise beffardamente. Prese il coltello dal fodero che teneva al fianco sinistro. Si avvicinò allo stremato Matveyev, lo prese per i capelli, gli pose il coltello alla gola e strusciandolo in terra per parte del corridoio ripeté più volte ad alta voce una frase che il Tiranno era solito citare. «Dobbiamo essere cattivi, senza pietà, prima che gli altri diventino ancora più cattivi di noi.» Matveyev si irrigidì in una smorfia di pentimento un istante prima che il coltello gli trapassasse la giugulare, poi il freddo iniziò a calare su di lui e ancora sulle parole di quella citazione il coltello gli tranciava la gola.

***

L'ultimo sacerdote era stato sconfitto. Azumamaru alzò lo sguardo su quella che pochi minuti prima era la lussuosa sala del trono del Tiranno; mura di pura muscovite, decorate con raffinate finiture d'argento e pietre rosse, antiche lastre di acciaio, incise con le più spettacolari rappresentazioni di un'epoca oramai passata da centinaia di anni, veli di raro tessuto proveniente dalle lontane valli del grande deserto rosso, tutto quel lusso e quei tesori adesso erano soltanto lo sporco scenario di una sanguinolenta battaglia.

Azumamaru stava scrollandosi di dosso l'ultimo cadavere quando dalla porta segreta posta sul retro del trono, in fondo alla grande stanza rettangolare, uscì il compagno Serize. La vista dell'amico lo fece sorridere un po' beffardamente, compiaciuto dell'ottimo lavoro che era stato fatto da lui e dal cultista. Al contrario Serize era palesemente insoddisfatto del risultato o quanto meno così dava a vedere. Entrando nella sala del trono iniziò a guardarsi intorno con aria disgustata e si fermò dinnanzi alla schiera di corpi straziati.

Non era un bel vedere, ma dava dimostrazione del fatto che l'amico sapeva il fatto suo in battaglia. Che spreco di viscere! Fu questo il pensiero di Serize difronte allo spettacolo che Azumamaru gli aveva preparato. Una mattanza di carni umane, organi ed interiora putrescenti, liquidi dall'odore vomitevole e sangue rappreso un po' ovunque. Facendo qualche passo verso il centro della stanza il suo sguardo non riuscì a vedere nessuna parte anatomica nella sua integrità, potevano essere benissimo i resti di una mandria di buoi al macello, tale era stata la ferocia con cui Azumamaru aveva combattuto.

La sua lama era ancora elettrizzata e parzialmente infilata nel corpo di un sacerdote, quando alzando lo sguardo vide che Serize era a pochi passi da lui. Ecco la fine di un Re. Pensò vedendo l'amico. Con un colpo secco liberò la lama dalla stretta delle carni che la stessa aveva da poco tranciato, si alzò dalla posizione incurvata in cui si era ritrovato a fine scontro e diede un calcio ai resti dell'ultimo uomo ucciso per farsi spazio. Provava solo disprezzo per quegli uomini, sacerdoti votati alla fede di Reah che si erano armati di spade e fucili e avevano difeso un vile tiranno. La condanna di un'intera città per dieci lunghi anni. I dieci anni più lunghi della sua vita. Non attese neppure che l'amico gli desse la notizia della morte del Principe, non ce la faceva più. Dopo tanto tempo passato a combattere, battaglia dopo battaglia, uomo dopo uomo, assassinio dopo assassinio, credeva che oramai il suo cuore fosse divenuto di pietra, della stessa dura pietra di questo luogo. Tiepide lacrime gli rigarono il viso. Il suo sguardo scivolò fuori, oltre una finestra, dove Reah, signore dei cieli, stava per riversare le sue lacrime purificatrici, su questa città insanguinata dalla battaglia.

***

Il buio. È ancora buio. Qualcosa non mi permettere di alzarmi, è pesante. Sono stanco. Mio padre è qui con me, ne sento ancora l'odore, ma ho freddo e non sento la sua voce. Cosa è successo? Non ricordo niente. Devo uscire di qui e trovare un posto sicuro, ma fuori infuria la battaglia e poi, questo dannato buio. Cos'è questa sensazione? Sta piovendo? Ma dove sono? Ricordo che ero in casa e poi c'è stato un lampo, una luce accecante seguita da un forte rumore, la porta di casa è stata scaraventata sul muro opposto, mia madre che urla; Mamma!!! No, sento che anche lei è qui vicino, ma dove siamo? Rammento qualcosa... la strada difronte a casa, pullulava di gente che si faceva la guerra, uomini e donne che venivano trafitti dai proiettili delle armi e squartate dai raggi delle stregonerie più terrificanti. Più di quelli che mi raccontava mio padre quando mi leggeva i suoi libri di avventura.

Come mai non sento la loro voce, come mai non sento il loro respiro.

Sto sognando, ecco è per questo che non sento niente. Sto dormendo. Devo svegliarmi e uscire da questo incubo. Devo...

Pjotr scattò a sedere come svegliandosi da un incubo, affannando e traballando, non riusciva a vedere nulla, sentiva i suoni offuscati, vedeva solo ombre parziali delle cose. Era intorpidito, a fatica riusciva a percepire tramite il tatto delle mani, ma si sostenne. Pochi istanti dopo il suoi occhi si adattarono alla luce dell'alba e tornò a vedere distintamente. Forse quello che non avrebbe mai voluto vedere. La via di fronte casa, il lastricato della strada sotto le sue mani, una pozza di sangue visibilmente rappreso. Corpi su corpi, anche su di lui. Tutti morti, lui no. Non aveva neppure un graffio. Ma era solo. Suo padre su di se, Sua madre a pochi passi, trafitti da decine di proiettili. Erano fermi. Inermi, con le mani si tenevano e con gli occhi si guardavano. Vitrei. Immobili.

L'alba era coperta da nubi nere, basse e minacciose, presto l'acqua avrebbe lavato la città. La pioggia inizio a cadere violenta, spegnendo gli ultimi fuochi e chetando tutto con il suo suono.
Pjotr era ancora lì, con la pioggia che gli graffiava il volto. Non riusciva a pensare a niente, sentiva un dolore incontenibile, sentì le unghie spezzarsi sulla pietra grattando via la poca polvere che v'era. Sentì male. Ma non era sufficiente per distrarsi da tutto questo.

La pioggia aumentò la sua ferocia. Pjotr cadde di nuovo a terra con gli occhi verso il cielo cupo. Reah sta piangendo. Laverà via il nostro dolore con il suo. Parole che sua madre ripeteva spesso.

***

Hekaart sistemò la sua roba sopra al comodo letto che Marius gli aveva fatto preparare.

La stanza si presentava semplice e con oggetti apparentemente umili, ma Hekaart sapeva che non era così; il letto era coperto da lenzuola di purissimo cotone, la cassapanca in noce, infondo al letto, era intarsiata a mano e decorata con della rarissima foglia-oro, al centro vi era una robusta serratura, il sopra era rivestito con dei morbidi cuscini, ricamati indubbiamente a mano. Sulla parete a nord c'era una finestra e subito sotto, posta con la sedia che gli dava le spalle, una pregiata scrivania in legno scuro e marmo bianco, con dei rinforzi in antico ferro battuto, sopra di essa c'erano dei fogli bianchi, una penna a sfera, il taglio dello schermo a scomparsa e le chiavi della stanza, della cassa panca e dell'armadio che era situato vicino alla portafinestra sulla parete est. Erano mesi che non si trovava in un luogo così accogliente e allo stesso tempo semplice. Un fiume di ricordi gli pervase la mente, ma solo per un attimo, poi il suo attuale cruccio torno più vivo che mai.

Aveva vinto una battaglia tra le vie della città, ma dentro se ne stava combattendo un'altra altrettanto feroce. Desiderava il riposo, desiderava dormire. Si distese sul letto spostando a terra le sue valige, ma non era quello un giorno in cui il sonno facilitava a venire, guardò lo scarno soffitto per molti minuti. Appena chiuse gli occhi i terribili momenti in cui i primi sacerdoti scatenavano le loro possenti magie offensive sui ribelli gli tornarono alla mente. Le urla della gente impaurita. La gioia spezzata nel volto di un bambino. Il sangue sulle sue vesti. Il buio opprimente della notte. Incubi che dentro se gli graffiavano il cuore e gli ideali.

Nulla sarà mai più come prima. Niente più riunioni segrete nelle fogne e nelle catacombe dei templi, ne tiranni di nessun genere. Tutto portato a zero, tutto da rifare. Lo rifaremo noi, tutti noi. Tutte le persone che oggi sono sopravvissute. Che domani cresceranno in un luogo sicuro e libero. La libertà.

Nella storia dei nostri avi è stata sognata e rincorsa in questo modo e in mille altri, ma mai è stata trovata. Chi sono io per cambiare tutto questo? Quanto la mia parola vale più di quella di un bambino? Quanto sono diverso dallo stesso tiranno che oggi ho spodestato? Non lo so, non so niente. Mille pensieri e altrettanti dolori, altrettante vite finite in una sola notte. Non avrò neppure il tempo di piangere uno dei miei migliori amici. Marius neppure lo sa.

Marius. I tuoi occhi stasera mi hanno ferito più delle tue parole.

Ma queste cicatrici, sono le mie cicatrici. Adesso c'è altro da sistemare.

C'è da convincere la gente, i sopravvissuti, da istruirli rendendoli consapevoli delle loro possibilità. Vivono come primitivi in un mondo avanzato, in un mondo di comodità e di semplicità. Costretti per decenni a credere il contrario, rinchiusi in una città fortezza. In un bunker.

Voleva forse il tiranno proteggerli, infondo? Temeva per loro e per cosa sarebbe potuto accadervi se avessero conosciuto l'esterno? No, Matveyev era un maledetto bastardo, uno sfruttatore, un vigliacco Tecnocrate legato alle tradizioni dittatoriali della sua stipe. Un esterno che viveva nel palazzo più alto con i lussi più sfrenati, con decine di donne che sguazzavano seminude in vasche di d'oro e diamanti. Era il più viscido pezzente che abbia mai conosciuto. E' stata una vera fortuna che si fosse contornato di malviventi come lui. Malviventi che alla fine lo hanno tradito e che anche loro hanno trovato la giusta fine, non tanto diversa da quella che hanno riservato al loro padrone. Giustizia? No, non mi ritengo una persona giusta. Non lo sono affatto, ma non credo che il mio gesto abbia solo portato distruzione, mi piace pensare più che altro, che abbia fatto rinascere le possibilità!

Su questi turbolenti pensieri Hekaart si addormentò quando fuori la città ancora gemeva.

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