Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 1

Warlogs, Capitolo 1: La Causa - parte 1

Il frastuono assordante del cozzare delle armi tra le vie di Novgorod risuonava incessante oramai da ore, così come le urla e i lamenti delle vittime della ribellione animatasi durante la notte. Nell'accogliente tempio di Reah, dio dell'onestà e dell'amicizia, erano radunati molti dei giovani ribelli che avevano partecipato agli scontri, un po' per curarsi dalla battaglia e un po' per parlare con i sacerdoti.

Il vicario del tempio fece ingresso nella grande sala della preghiera che per l'occasione era stata trasformata in un piccolo ospedale; il giovane dal volto fiero camminò in mezzo ai feriti con fare cauto, ma deciso. Il suo attuale pensiero non era rivolto ai fedeli, anche se il suo cuore piangeva per le loro sofferenze e pregava per la loro vita, ma bensì all'uomo che si trovava di fronte ad una finestra in fondo alla sala. Appena intravide il volto spigoloso di questo, nascosto tra poche vesti di grezza stoffa, il suo passo aumentò notevolmente. Se prima salutava con rispetto la maggior parte dei rifugiati, adesso invece la sua concentrazione era tutta su quell'individuo.

Questo era attento agli avvenimenti dell'esterno, scrutava i fumi degli ultimi fuochi in cerca di messaggi, sperava nella fine di questa battaglia a cui lui stesso a aveva dato inizio. Il lastricato di antico cemento grigio di fronte al tempio era colmo del sangue rappreso degli uomini morti quella funesta notte, combattendo per la libertà o per la ragione. In questo giorno buio non c'erano né perdenti né vincitori, dove anche il sole faticava a farsi strada tra le pesanti nubi ricolme di acqua, nere. Le poche persone sopravvissute alla notte si stavano radunando nella piazza, tutte intorno alla grande statua del loro dio. Tutti quanti quella mattina avrebbero questa pregato per le loro anime.

Il volto malinconico di Hekaart si rifletteva nel vetro, rigato dalle prime gocce d'acqua. La pioggia avrebbe lavato il sangue da molte strade quella mattina. Senza neppure girarsi per salutare il vicario, Hekaart parlò con voce fioca ed evidentemente stanca, appena Marius fu accanto a lui.

«Mio caro Marius» Fece una lunga pausa e la pioggia fece più forte il suo battere sul vetro. Poi sospirando continuò.

«Sembra che oggi non ci saranno né vinti, né vincitori.»

Marius continuò a guardarlo insistentemente aspettandosi che il ragazzo parlasse ancora, ma non accadde. Lo fece lui quindi.

«Come in ogni guerra, amico mio!» le parole gli uscirono asciutte e ben marcate, ma sofferenti. Marius sapeva che la sua affermazione era carica di un significato che aveva lo stesso sapore del fiele. Questo Hekaart lo capì, ma rimase ugualmente scosso dalle taglienti parole del sacerdote che fino ad allora non gli aveva mai parlato così.

Mentre guardava fuori, nella piazza lavata dalla battente pioggia, ricordò la sua infanzia passata a giocavi a guardia e ladri, lì e tra i vicoli nei dintorni del tempio. Fino ad adesso e anche allora aveva avuto sempre al suo fianco Marius, l'amico di sempre, ma stavolta le parole che erano appena uscite dalle labbra del sacerdote erano amare, colme di un'ambiguità a cui per ora non avrebbe voluto dare significato. Per un attimo si girò e fissò il sacerdote. Quegli occhi neri. Quel viso amico.
Marius volse lo sguardo alla finestra che si perse poi nel vuoto della piazza, spoglia e sporca. Passarono interminabili attimi di silenzio, poi anche Hekaart rivolse lo sguardo sulla città; la posizione sopraelevata del tempio ne forniva una vista ampia, oltre a questo solo la maestosa villa del principe svettava tra le altre costruzioni. Il Principe. Il Nemico.

Marius notò che l'attenzione di Hekaart si era posata su quell'abitazione. Ancora una volta l'amaro gli salì in bocca.

«Matveyev è caduto, dovresti essere soddisfatto.» Si fermò per un attimo sospirando, tentando ti mantenere il controllo, poi riprese. «Ma tu, sei ancora in piedi?»

Hekaart si mosse, evidentemente scosso dalla domanda del sacerdote, iniziava a non tollerare più il sarcasmo dell'amico, le sue parole fendevano l'aria come avrebbe fatto un proiettile e tagliavano più di un'antica lama Katana. Ma egli stesso non riuscì a trattenersi dal sorridere, alla fine era riuscito a soverchiare il potere di Matveyev, il Principe Tiranno, in una sola notte. La gioia dell'evento venne però immediatamente soffocata dal dolore crescente per le vite che la battaglia aveva mietuto. Il sorriso appassì sul suo volto e di nuovo senti il battere della pioggia sulla finestra. Quanti suoi compagni erano morti quella notte? Quanti soldati? Quante donne avevano perso i loro figli o il loro amato? Il suo sguardo si volse all'interno del tempio attraverso il riflesso della vetrata e sentì di nuovo la voce della sofferenza. Il lamento dei feriti, di coloro che ce l'avrebbero fatta e di colorò che sarebbero morti. In quel vecchio tempio. Da soli.

Poi ricordò uno scontro con altri sacerdoti di Reah affrontato nella notte. Il suo cuore si fece nero.

«La devozione ai dogmi del tuo credo ha ucciso molto questa notte.» Al termine della frase stava fissando di nuovo quegli occhi neri.

Marius accusò pesantemente questo commento. Abbassò lo sguardo sul pavimento del tempio. Sapeva a cosa era riferita questa sua pesante insinuazione, sapeva che non erano stati i dogmi del suo credo a vacillare e sapeva che non avrebbe mai potuto perdonare i sacerdoti che quella notte si erano schierati e avevano combattuto. Non lo avrebbe fatto mai. Non era ferito nella fede, lo era nella fiducia che nutriva per quelle persone, per il buonsenso che fino a poco prima gli avevano dimostrato. Solo lui aveva rinunciato a prendere una posizione e aveva accolto tutti i feriti nel suo tempio, senza distinzioni. Lui e i suoi Sacerdoti. Come le stesse persone gli avevano sempre insegnato. Anche questa conclusione era amara.

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