Warlogs, Capitolo 2: Inevitabili Conseguenze - parte 1

Warlogs, Capitolo 2: Inevitabili Conseguenze - parte 1

Un rumore. Delle voci. Ancora il buio. Il vento del Nord ha intorpidito ogni mio muscolo. Sono stanco. Vorrei dormire un sonno profondo. Perché adesso sono sveglio? Mio padre è morto. Mia madre è morta. Sento che tutto questo è appena iniziato, ma la mia vita è già finita. Vorrei lasciarmi abbandonare, vorrei lasciarmi andare, ma non ci riesco. Ho paura. Paura di dimenticare di me abbastanza da essere perseguitato dal ricordo di tutto ciò. Devo aprire gli occhi, devo respirare. Diavolo, devo respirare!

D'improvviso, Pjotr scattò a sedere in mezzo ai corpi senza vita dei suoi cari, ansimando come dopo una lunga apnea. La luce improvvisa del giorno lo aveva accecato, e servirono alcuni istanti perché ricominciasse a distinguere quelle che fino a poco prima erano soltanto ombre.

Ricognitori!, pensò Pjotr.

Grossi busti bianchi, vestiti del solo metallo lucente di cui erano costruiti, e una teca trasparente che lasciava trasparire le cervella, incassata tra due possenti spalle. Dalla vita in giù, alcuni avevano una monoruota che slittava sul lastricato di pietra della strada, e altri dei piccoli reattori che emettevano sibili assordanti. La maggior parte di questi stava caricando i cadaveri su una navetta fluttuante, altri portavano i primi soccorsi ai feriti più gravi, altri ancora calcolavano i danni. La scena dinnanzi ai suoi occhi era fredda, distaccata da tutto quello che aveva vicino; eppure, la stava osservando con la testa sgombra, come nel limbo di un sogno senza senso. Quelle strane creature, metà uomini e metà macchine, così poco familiari e così lontane, ricordarono a Pjotr suo padre, che spesso lo portava al centro della città, nella piazza del jumper, a vedere queste creature a lavoro tra i vari corrieri e carrozze. Ricordava questa miriade quasi infinita di "droidi" andare avanti e indietro da un cuscino all'altro, senza sosta. Portavano bagagli e rifornimenti, effettuavano riparazioni. Alcuni, spesso dall'aspetto più vicino a quello degli esseri umani, erano forniti di equipaggiamenti alternativi e fungevano da guardia armata; altri, invece, erano integrati con i jumper stessi e li comandavano, direzionandone gli spostamenti. Ancora una volta, il suo sguardo si posò sui suoi genitori, che si trovavano accanto a lui. In preda alla tristezza, cercò di rivolgere altrove i suoi pensieri, lasciandosi trasportare da un profondo turbinio di immagini e di ricordi felici, ma la verità era così straziante da far apparire tutto un disastro. Tutto era nero. Tutto sarebbe stato, presto, nient'altro che dolore.

Davanti al suo sguardo, ancora fisso tra il vuoto e gli occhi vitrei dei suoi cari, apparve una mano. Fissò per qualche istante questa mano sporca, ma giovane, e piano piano il suo sguardo salì lungo tutto il braccio, trovando infine il volto di una ragazza dalla pelle chiara e i capelli rossi. Questa gli sorrise, con gli occhi verdi e la pelle candida che le davano l'aspetto di un angelo. Pjotr, silenziosamente, accettò quel gesto di sostegno, di aiuto. Alzandosi in piedi dopo diverse ore barcollò per un attimo, e la ragazza lo sorresse con l'altra mano. Lo sguardo del giovane era di nuovo basso. La ragazza capì: voleva dare un ultimo saluto ai suoi cari. Delicatamente, la sua mano scivolò via lasciando lì il giovane dai capelli corvini. Sapeva che quello sarebbe stato un momento importante per lui. Andò a sedersi su delle rovine vicine per aspettarlo. 

Lo aveva visto risvegliarsi tra i tanti morti, come un miraggio. Aveva visto in lui la speranza, era certa che in lui c'era un'anima forte. Anche lui era orfano, adesso. Anche lui avrebbe sofferto. Avrebbero potuto sentirsi vicini in qualche modo, avrebbero potuto farsi compagnia a lungo. Lo osservava, da quelle rovine spoglie.

Pjotr prese i corpi di sua madre e di suo padre, li girò e li sistemò vicini. Chino su di loro, poi, gli chiuse quegli occhi un tempo profondi, ora spenti per sempre. Lei sentì di nuovo il dolore di quel ragazzo. Poi, i suoi occhi videro anche il guscio di quell'anima straziata: il corpo forte e robusto, temprato dal lavoro, la pelle scurita dal sole, gli occhi iniettati di ombra, il naso pronunciato, il volto spigoloso, la mandibola forte e larga. Erano vicini di età: lei aveva sedici anni, lui forse diciassette.

Poi il ragazzo tornò da lei, le porse di nuovo la mano, come poco prima lei aveva fatto con lui. La ragazza accettò, e prima che potesse aprire bocca, fu lui a parlare.

«Grazie. Io sono Pjotr»

Lei, un po' in imbarazzo, rispose con tono lieve: «Neha».

Dietro di loro, i ricognitori continuavano imperterriti il loro lavoro. Pjotr voleva andare via di lì.

Neha percepì questa sensazione nei suoi gesti, mosse lo sguardo dietro di sé, poi a destra, e infine a sinistra; per ultimo, vide che si posò sulla parete in rovina della casa su cui lo aveva atteso. Le lasciò delicatamente la mano e toccò il muro, appoggiandovisi con la fronte per qualche istante, poi si girò su di lei.

«Andiamocene di qua»

Neha non disse nulla, ma lo riprese per mano e si aggrappò a quelle braccia forti. Si diressero verso la piazza grande.

 

I due ragazzi camminavano assieme, stretti l'un l'altro in un'unione involontaria. Pjotr sentiva crescere in lui il bisogno di chiederle quale fosse la sua storia. Nel profondo del suo cuore già la conosceva, ma temeva che, riportandola agli eventi di poche ore prima, l'avrebbe ferita. In fondo, anche lui era nello stesso stato. Tutto questo silenzio gravava sui suoi pensieri e lo riportava ai minuti precedenti al suo risveglio, quando nella non-coscienza si sentiva vivo, ma avrebbe voluto non esserlo. La guardò ancora; era distratta dalla gente che fluiva nelle strade e camminava accanto a loro. Le sua labbra carnose e quel viso così aggraziato lo facevano sentire insolitamente a suo agio. Non sono mai stato un genio con le ragazze... questo pensiero lo imbarazzò e lo fece sentire stupido, ma questa volta era diverso; forse era la situazione, forse non era così strano.

Lei si accorse che lui la stava fissando, e gli si strinse ancora di più. Gli piaceva, c'era un'affinità... forse era solo il trauma della sua perdita, ed era tutto così nebbioso, ma, a dispetto della situazione, sentiva che, in futuro, sarebbero stati molto uniti. Aveva il timore che quella sensazione di scoperta che aveva nei suoi confronti, quel sentimento che gli cresceva dentro, fosse ancora da ricondurre al suo shock. Lui però, inaspettatamente, le parlò, iniziando a fissare a sua volta la gente che fluiva nelle strade.

«Come sei arrivata sino a me?»

Lei capì che ciò che aveva pensato negli istanti prima non aveva senso; dentro di sé ebbe il timore di non avere risposte, e ripensò ai tragici momenti vissuti qualche ora prima: i suoi cari barbaramente trucidati nei loro letti… Dovevo essere lì. Non li ho salutati, ed è tutto così difficile ora. No, quei pensieri non sono frutto del mio shock. Si rese conto di essersi fermata, come pietrificata a quella domanda; si sentì in imbarazzo, e avvertì che questo ragazzo la capiva. I loro sguardi si incrociarono di nuovo.

***

Marius era da poco arrivato nella sala principale del tempio, qualche minuto dopo che la sorella se ne era andata dalla sua stanza. Stava medicando un povero vecchio: Vatslav l'intarsiatore. Una buona persona, da sempre legato al culto e alla famiglia, la stessa famiglia che quella notte aveva perso nelle strade della città; solo lui si era salvato. Sua moglie, i suoi due figli e i tre nipoti erano stati tutti massacrati dalle guardie di Matvejev. La sua ferita alla gamba era profonda, ma curabile. Presto avrebbe potuto camminare di nuovo. Avrebbe potuto andare a lavoro. Ma per cosa?, si chiese Marius. Per vivere una vita di amari ricordi? Alla sua età, che senso ha continuare a vivere? I suoi occhi... sa che per lui il momento non è ancora arrivato, e il suo silenzio parla di terribili agonie. Lui, che viveva solo per i sui figli, per i suoi nipoti. Il suo sguardo si era adesso spostato sull'intera stanza, i suoi pensieri smisero di attutire i lamenti di ognuno di quei feriti, che dall'ultima sua visita erano raddoppiati. Tutte queste persone... Dentro di sé, un turbine di emozioni contrastanti si faceva spazio tra la sua coscienza e i suoi ideali, un frenetico via vai che lo portava a una sola conclusione: scappare. Tutta questa gente, tutto questo male... e ogni volta che pensava a questo non vedeva il ghigno tirato del Tiranno, non vedeva Matvejev. Tutto ciò era Hekaart! Il suo più vero fratello. Fratello di un assassino!

Finì di medicare la gamba del poveretto: il suo sguardo era cupo, colmo di un odio che non aveva rivali. La gente intorno a lui lo guardava atterrita, i suoi movimenti erano meccanici: una benda, dell'unguento, una medicina, e qualche fredda raccomandazione. Quando ebbe finalmente accudito tutti i feriti più gravi, fece per dirigersi di nuovo nelle sue stanze, ma alzando lo sguardo vide che, davanti alla porta di accesso, c'era Hekaart, appoggiato a uno stipite. A pochi passi, i suoi due inseparabili compagni lo guardarono, per poi dirigersi verso verso l'uscita del tempio.

Marius teneva lo sguardo fisso su di lui, le mandibole strette e i muscoli del viso tirati, come se stesse trattenendo un impeto.

Hekaart lo guardava preoccupato; l'amico era una statua. Paralizzato, lo sguardo cupo. Quell'immagine lo scosse: dopotutto, stava per abbandonare anche lui. Poi, di nuovo, il tintinnio dell'armatura cerimoniale del sacerdote che si avvicinava lo scosse dai suoi pensieri torbi. Come te lo dico adesso?

Ora i due erano vicini, a poco più di un passo. Marius continuava a fissare Hekaart; il suo atteggiamento tradiva un'evidente agitazione. Il silenzio dei due venne interrotto dal capo dei ribelli.

«D'ora in avanti sarà tutto diverso, amico mio!» Hekaart parlò con voce leggermente sommessa, tentando di mantenere però una certa autorità, ma Marius non pronunciò neppure mezza parola. Seguirono diversi istanti di silenzio, poi Hekaart si mosse, in evidente stato di agitazione, e continuò, adesso con rinnovato impeto.

«Così però non mi rendi le cose facili!»

Marius distolse lo sguardo riportandolo alla sala grande dei sermoni, dove decine di feriti moribondi venivano ancora accuditi dai suoi chierici.

«Cose facili, dici? Ti sembra che questo sia facile?», disse indicando la sala. «Se solo tu riuscissi a sentire almeno un decimo del dolore che ognuna di queste persone sta provando, allora non parleresti di cose facili! Tu, io, tutti noi, non abbiamo perso niente!» Si fermò per un istante guardando l'altro fisso negli occhi. «Loro non hanno più nulla!»

Hekaart pensava ad altro, e sentì le parole dell'amico come un gorgoglio insensato.

«Non sai cosa stai dicendo, amico mio!»

«Hekaart, per la grazia di Reah... Io non sono più tuo amico!»

«Jakob è morto. Questa notte. Per mano degli altri sacerdoti di Reah, il tuo dio ipocrita!», finì Hekaart, avvelenando così le sue ultime parole. Lo aveva fatto. Lo aveva detto, ed era stato come ingoiare un pugno di fiele, come masticare degli aghi acuminati, con il suo amico di fronte a sé. No... Forse non più!

Marius si impietrì, non riuscendo a capacitarsi di quanto aveva appena sentito. Si sentiva venir meno. Improvvisamente, tutto, intorno a lui, cessò di esistere. Tutto era divenuto di un grigio insensato. Tutti i ricordi legati al suo giovane amico. La bianca Ankara, le loro avventure, l'amicizia che li legava, la sua ultima visita... Dentro di sé, adesso, non c'era alcun dio; non c'era altro che tristezza e dolore.

Cosa ho fatto? Cosa? Non ho fatto niente! Niente! Sono rimasto immobile a guardare tutti che si ammazzavano tra di loro! La mia stupida imparzialità! La gente che mi circonda mi vede come giusto... io mi sento un misero codardo. Io e la mia stupida idea di rimanere imparziale, che ha generato solo danni. Ha generato odio. Non è più qui il mio posto. Oh... Jakob, amico mio!

Il sacerdote fece qualche passo indietro; il suo respiro si era affannato, il suo sguardo brulicava nel vuoto, in cerca di un appiglio. Si appoggiò a una delle fredde pareti del tempio. Hekaart, preoccupato per l'amico, fece per sostenerlo, ma Marius non gradì il gesto e, con uno scatto d'ira, lo respinse.

«Vattene via! Tu e la tua stupida guerra contro nessuno!» Mentre l'eco di queste parole rimbombava nel tempio, prese un fusto decorativo lì vicino e lo scaraventò a diversi metri di distanza, dopo di che crollò a terra, in ginocchio. Il suo viso era bagnato da copiose lacrime. I pugni stretti colpivano il terreno, e dalla sua gola usciva un solo, terribile lamento. Balbettando tra i singhiozzi un solo nome: Jakob.

Hekaart rimase impietrito: mai avrebbe creduto di vedere così scosso il sacerdote. Non poté fare altro che abbassare lo sguardo e, ferito nell'animo, sentì che le prime parole di Marius erano vere. Non erano più amici, ma forse era così da molto tempo.

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