Warlogs, Capitolo 2: Inevitabili Conseguenze - parte 2

Warlogs, Capitolo 2: Inevitabili Conseguenze - parte 2

Il giorno era venuto da molte ore, ma il cielo grigio, saturo di nubi grevi, non lasciava filtrare nemmeno un raggio di sole. La grande piazza brulicava di gente, trentamila persone, se non di più, che davano vita a un brusio scostante alternato a momenti di gelido silenzio. Il palco da cui, fino a pochi giorni prima, venivano proclamate le offerte commerciali, si trovava a non meno di tre metri da terra, sostenuto in aria da un congegno fluttuante a microreattori dei quali, ogni tanto, si poteva avvertire il sibilo. La pedana era ancora vuota. Qualcuno si chiedeva chi vi sarebbe salito, qualcuno già lo sapeva. La piazza intonò un ultimo brusio, come l’avvicendarsi di uno sciame d’api, e poi di nuovo silenzio.

In questo silenzio, Pjotr e Neha si stringevano l'un l'altro, le mani intrecciate nervosamente più volte, i loro cuori che battevano preoccupati. L'attesa e il brusio delle persone li rendeva ansiosi: qualcuno diceva che il Tiranno era vivo e aveva vinto, altri sostenevano che c'era stato un cambio di potere partito dall'interno, altri ancora che erano i ribelli. Di tutte le supposizioni, poche erano quelle credibili, e ancor meno erano quelle positive.

Poi, una luce bluastra e improvvisa come un lampo illuminò l'area della pedana, e uno sfrigolio interruppe il silenzio. Tre individui vi si materializzarono. Per alcuni istanti la gente si soffermò su quell'immagine come se fosse un ologramma, impaurita dallo strano incanto e allibita dallo sfoggio di tale potenza. In molti riconobbero i tre.

Hekaart, il capo dei ribelli, e i suoi due uomini di fiducia, Azumamaru e Serize. Il nucleo della ribellione. Il principio e la fine di tutto. Un boato di esultanza si sparse repentino tra la folla per diversi istanti, poi Hekaart alzò una mano e la folla si chetò.

«Il Tiranno è caduto!», gridò a squarciagola Hekaart, alzando un pugno verso l'alto in segno di vittoria.

Un altro boato della folla vibrò nell'aria per molti secondi. Poi, a un altro cenno del capo dei ribelli, fu di nuovo silenzio.

«Questa notte la città è stata liberata dagli artigli di un leone codardo, dalle mani di un Tecnocrate degenere che per decenni ha trasformato la nostra città in una prigione. I suoi ideali, la sua infamia e il suo domino questa notte hanno cessato di esistere. Il suo nome verrà cancellato da ogni muro, il suo ricordo sparirà con la sua morte!»

Si soffermò qualche istante, osservando la folla.

«Questa notte molti nostri concittadini hanno perso la vita, la famiglia, la casa... C'è chi non ha altro che la propria esistenza, ma questa notte non significa solo tristezza. Nei nostri cuori deve rimanere vigile il vero volto di questa rivolta, dobbiamo scorgere le nuove possibilità che il cambiamento ci darà!» Ancora un nuovo boato della folla... Ancora altri istanti di silenzio.

«Domani le porte della città verranno riaperte a tutto il mondo, la nostra economia rifiorirà, i nostri ideali di giustizia e speranza distruggeranno le oscure mura che ci separano dalla nostra capitale. Saremo presto benaccetti a San Pietroburgo, potremo sostenerci e farci sostenere nelle nostre campagne dallo stesso governo che guida il mondo verso l'alto!» Hekaart prese di nuovo fiato e tempo mentre la gente esultava alle sue parole. Poi concluse.

«Io, Hekaart Kuznetsov, farò di que... »

Mentre Hekaart finiva di parlare, improvvisamente un oggetto acuminato, accompagnato da un fischio metallico, sfrecciò nell'aria facendosi spazio tra la folla; la mano di un esultante venne trapassata dall'oggetto, deviandone leggermente la direzione. Hekaart vide la mano del poveretto frantumarsi, e sentì vicinissimo il fischio che l'oggetto produceva. Fece per balzare di lato, ma il suo movimento fu troppo lento, e l'oggetto lo colpì all'altezza del fegato. Il rumore della carne che si lacerava assieme alle ossa e il fuoco più brutale che fosse mai esistito pervasero la mente di Hekaart. Il dolore che la ferita gli provocava lo fece cadere a terra.

Diversi individui nella folla iniziarono a correre via in direzioni diverse, tutti nello stesso istante e tutti da parti diverse.

Ma qualcuno aveva visto il vero volto di chi aveva scagliato il colpo assassino. Pjotr era a pochi passi da costui. Il sicario si mosse con disinvoltura quando, invece, tutta la gente accorreva nei pressi del palco. Si muoveva piano, in modo da mettere a tacere ogni sospetto. Pjotr guardò di nuovo verso la pedana dove ora il suo nuovo sovrano era a terra morente, poi il suo sguardo incrociò quello atterrito di Neha, e a quel punto un impeto furioso gli scaturì dalle viscere. L'uomo era oramai lontano, diretto verso un vicolo, ma Pjotr prese a correre dietro di lui lasciando lì la ragazza, che non aveva ancora capito.

Le persone diventarono schegge colorate tutt’intorno; la figura focalizzata nella mente di Pjotr si apprestava a svanire nelle ombre, ma queste si dissiparono al suo sguardo. In un attimo fu su di lui e, da dietro, gli balzò sulle spalle. Il sicario neppure si rese conto di quello che stava succedendo, e solo quando fu a terra e si girò sulle spalle riuscì a vedere il suo assalitore. Era stato scoperto. Stava per tirare fuori uno dei suoi acuminati strumenti di morte, ma la furia del giovane era troppo frenetica; dopo il terzo pugno in faccia, l'uomo sentì il ragazzo digrignare i denti come un cane rabbioso, gli occhi intrisi di una tremenda furia omicida. Presto il fiato gli si spezzò sotto i possenti colpi del piccolo mostro che lo aveva aggredito e sentì le sue costole rompersi come fossero state di vetro. Poi questo lo prese per il collo. Le sue unghie, che parevano più simili ad artigli, penetrarono a fondo nella sua pelle. Con uno strattone, il ragazzo alzò l'uomo per il collo: il sicario vide i lineamenti del viso del suo aggressore mutare improvvisamente e il suo pugno acquisire una potenza impressionante. Pensò che fosse arrivata la sua fine, ma, proprio un istante prima che il pugno del ragazzo raggiungesse il suo cranio, una grande mano fermò il colpo.

Dall’alto della pedana, Azumamaru aveva assistito a tutta la scena e, all'ultimo, era scattato repentinamente a fermare l'iroso ragazzo. La sua mano aveva fermato il potente colpo vibrato dal giovane poco prima che uccidesse il sicario. Ora quella mano era un'indistinta poltiglia di carne e ossa rotte, le unghie erano saltate nell'impatto e il sangue grondava dalle fessure dell'armatura che la proteggeva, anche essa piegata abnormemente.

Il ragazzo si era bloccato, e una luce si spense nei suoi occhi; la forza lo abbandonò. L'assassino cadde a terra, anch'esso privo di sensi.

Da lontano, Neha vedeva Hekaart agonizzante a terra. Un lago di sangue fluttuava su tutta la pedana, della gente accorreva nei pressi preoccupata e altra fuggiva nelle strade, intimorita dall'accaduto. E lì, a pochi metri, c'era Pjotr, in preda a un’ira abominevole. Le sue mani colpivano le carni del poveretto ripetutamente, senza tregua. Zampilli di sangue schizzavano via dalle membra sfigurate dell'individuo.

Perché? Che ti ha fatto?, pensò l'ignara ragazza. Non aveva visto quello che era successo. Da una parte il caos della gente impaurita che, in preda al panico, stava muovendo la piazza, dall'altra il suo compagno impazzito, da un'altra il loro salvatore a terra, morto. Assassinato. Niente era diverso da poche ore prima, nulla era cambiato. Ancora morte e sofferenza, ancora caos. Nella sua mente riviveva i tragici momenti in cui i suoi cari venivano mutilati e squartati. Le loro carni in tutto il soggiorno. Le loro interiora sparse per la casa. Sua madre che, agonizzante, tentava di reggersi le budella che traboccavano dalla pancia squarciata, ma con i piedi se le trascinava sempre più via. L'immagine di suo padre morto sulle scale con il cranio sfondato e i propri denti infilati negli occhi. La sorellina che veniva presa dai loro assassini, scuoiata viva e lasciata lì a morire. Le peggiori atrocità. Le peggiori visioni di morte. Un incondizionato getto di malvagità verso tutto. Le loro voci strappate al silenzio di una morte terrificante, in una notte priva di umanità, da cui era sparito qualsiasi residuo di pietà.

Non è cambiato nulla. Non cambierà mai nulla!

***

La pedana è fredda, bagnata. Ha iniziato forse a piovere? Non sento le gocce sul mio viso, non sento l'odore della pioggia. Axia, perché vedo i tuoi occhi? Perché tuo fratello mi odia? Sono stanco di combattere, vorrei solo riposare.

Hekaart era steso sulla pedana fluttuante, quasi incosciente; il sangue usciva copioso dalla ferita al fianco, arrivandogli fino al volto e penetrando fra le tavole di legno. I suoi occhi si stavano spegnendo, poi il dolore lancinante di quella ferita lo fece ritornare alla realtà con un grido strozzato di patimento. Serize lo aveva girato supino, era stato questo a farlo destare da quel miraggio mortale, e adesso ricordava: era stato ferito da qualcosa. Mentre il suo fedele compagno tentava di tamponare inutilmente la ferita, troppo aperta e profonda, la sua mente tornò a Nova Tokyo. Nove anni prima.

«[...] sessantadue, sessantatré, sessantaquattro e sessantacinque!» La voce di Yataru che contava gli ozt, i lingotti di metallo purissimo, fece da sipario a uno dei momenti più difficili della sua vita.

Hekaart aveva appena venduto sei planimetrie dell'Unterstadt di Chiba al capo armatore dei Consorzio Herbert, stanziato a Yokohama. Sessantacinque ozt era un compenso più che onesto per le informazioni riportate in quelle antiche planimetrie, e il fatto di saperle in mani giuste la rendeva una vittoria doppia.

Lui e Marius stavano uscendo dal cantiere navale, soddisfatti e con le tasche piene, quando a un certo punto un forte bagliore alle loro spalle precedette un boato pazzesco e un’onda d'urto così forte da scaraventare i due a terra per diversi metri. Qualche istante dopo Hekaart si era ripreso, tra le braccia dell'amico Marius, ma con una sbarra di metallo fumante che gli usciva dallo stomaco.

Ricordava distintamente l'odore di carne carbonizzata che aleggiava nell'aria, i frammenti del cantiere che ancora volteggiavano in cielo, e la colonna di fumo nero che sovrastava il porto di Yokohama. Ricordava il dolore di quella terribile ferita, quell'anima di ferro che lo aveva infilzato, gli occhi di Marius lucidi di lacrime e la sua voce che aveva invocato i doni di Reah. Questi scintillanti raggi argentei erano scaturiti dal nulla e si erano aggrovigliati sulla sbarra di metallo, fino a penetrare nelle sue carni, e mentre queste spire rimarginavano le ferite più profonde, Marius aveva sfilato velocemente l'anima di ferro dalla sua ferita. Ricordava l'odore del sangue, il viscoso liquido rosso scuro che tingeva le sue mani e gli saliva sino in bocca, riempiendola di quel sapore metallico.

Quel giorno, Marius lo aveva salvato: aveva curato le sue profonde ferite e lo aveva portato in salvo, lontano da quel luogo pericoloso. La prima volta che gli salvava la vita. Il giorno in cui erano diventati fratelli.

Adesso, quel ricordo felice non c’era più. Tornato alla realtà, con il viso coperto dal solito liquido viscoso, con poco fiato tra labbra anche solo per respirare, Hekaart, guardando Serize, sussurrò una singola parola: «Recoil!».

Similmente a quello che era avvenuto pochi minuti prima, i due sparirono, in un bagliore bluastro accompagnato da uno sfrigolo elettrico. La piazza era ancora gremita di gente, e in molti poterono vedere lo stregone Serize fare uso di quel potente rituale.

La scomparsa del loro nuovo leader, in gravissime condizioni, fece cadere la gente in un silenzio opprimente, e mentre pian piano le persone fluivano via, dall'altra parte della piazza Azumamaru si occupava dell'iroso Pjotr.

***

Fuori qualcuno bisbiglia. È Marius, riconosco il vocione. Ci sono tutti quanti, tutti mi sono accanto. Questo dolore... familiare.

Gli occhi si spalancarono, fermi, nel silenzio. Era notte. Le alte e strette finestre decorate con vetro colorato che facevano filtrare i pochi raggi lunari, le alte e lucide mura di pietra levigata della stanza e gli odori di spezie pregiate fecero intuire a Hekaart di trovarsi nel Palazzo del Principe.

No. Non sono tutti. Manca Jacob.

Torvi pensieri e recenti ricordi si mescolarono nella sua mente, dando vita a sogni convulsi e inquieti. Axia era con lui, nel futuro, mesi o forse anni dopo. Nel suo volto, una profonda cicatrice. Lei gli passeggiava davanti, spensierata. Peschi in fiore. Poi, il rumore della battaglia, il sangue sulla corteccia di un albero, lo stesso albero che sanguinava. Il pianto di un bambino di sfondo alle ultime parole di Jacob: «Pensa alla tua famiglia, pensa alla tua futura sposa, pensa al tuo vecchio amico e pensa alla storia di questo stupido posto. Non credo che tutto quello che hai possa finire per un gioco!». E mentre, ancora, il buio lo opprimeva, gli occhi si chiusero, serrati, nel silenzio.

***

La notte era silenziosa, accompagnata da una luna oscura. Le vie di Novgorod erano sgombre, lavate da giorni di incessanti piogge; ai margini delle strade e nei vicoli più bui, un velo di gelo presagiva l'incombente stagione invernale. La pietra fredda delle abitazioni semivuote risuonava ancora allo scalpitio dei due fuggiaschi. La piazza dei jumper era sgombra, solo gli automi addetti alle capsule erano presenti. Hekaart e Axia stavano finendo di caricare i loro bagagli su una capsula, entrambi in agitazione, immersi nei loro pensieri, nei loro dubbi.

Fuggire così. Sembra quasi un sogno. Forse non è giusto, ma in fin dei conti tutta questa storia non era mai stata alla mia portata. Saranno i miei compagni a decidere come andare avanti. Serize ha la temperanza giusta per il comando; Azumamaru l'esperienza di una vita. Sapranno ridare a Novgorod la speranza. Tutto il resto è stato un mezzo per arrivare fin qui, il mio viaggio con loro è finito. Anche Marius lo aveva capito, a modo suo. Gli ultimi bagagli e poi inizierò una nuova vita con Axia, la mia unica ragione di vita.

Su questi pensieri Hekaart finiva di sistemare gli ultimi bagagli, Axia era già salita in cabina, nella parte alta della capsula, dove lo spesso vetro-acciaio consentiva di avere una visone completa. Anche Hekaart adesso si accingeva a salire, e presto era pronto per avviare i comandi di lancio.

Tutto era pronto e stavano per partire, il fischio dei motori aveva già iniziato ad affievolirsi e il jumper era sceso nella conca di lancio. Impetuosi sbuffi di vapore stavano appannando il vetro-acciaio della capsula, una voce artificiale parlò: «Dichiarare destinazione, prego.».

«Ankara Alta, Centro E.M.C.A.» La voce di Hekaart squillò netta nel silenzio della notte. Axia rimase sorpresa dalla destinazione, non si aspettava di andare ad Ankara. Cosa aveva in mente il suo promesso? Ankara era il luogo da cui Hekaart era partito moltissimi anni prima, e aveva più e più volte detto che mai sarebbe tornato in quel luogo. «Troppi ricordi», ripeteva spesso. Adesso, però, la loro destinazione era quella. Fece un respiro profondo, e istintivamente richiamò le sue doti. La notte si fece più limpida ai suoi occhi, il tempo si dilatò, e ogni sua percezione si amplificò a dismisura. Poteva percepire il battito cardiaco di Hekaart, il suo respiro, l'agitazione nei suoi occhi, i muscoli del viso contrarsi e rilassarsi in miriadi di sfumature: l'animo del suo amato era agitato e in evidente stato di eccitazione per tutto il contesto. Certo, di questo se ne era già accorta prima, ma nel profondo celava anche qualcosa che non sapeva distinguere. Una preoccupazione, apparentemente immotivata, stava oscurando le emozioni di Hekaart. Axia stava per chiedere spiegazioni al suo amato, ma nello stesso istante in cui ella iniziò a pronunciare il suo nome, nel cielo apparve una colonna di luce incandescente, proveniente dal Palazzo del Principe, che facendosi spazio tra le nubi ancora cariche di pioggia le dissipò all'istante.

La colonna di luce illuminava la città intera, altalenanti raggi più piccoli scorrevano sulla scia di questo bagliore immenso generando scariche di energia; quando passavano gli uni vicini agli altri, quest'energia si scaricava a terra come fulmini causando un boato assordante. Poi l’onda d’urto, immensa. Il vetro-acciaio tremò per molti istanti, durante i quali lo stupore fece rimanere i due fuggiaschi senza parole. Poi, tra un tuono e l'altro, Hekaart si accorse che Axia lo stava chiamando, quasi gridando il suo nome.

«Hekaart! Hekaart!», gridò più volte Axia, fermandosi solo quando, finalmente, l'uomo si volse verso di lei. Nei suoi occhi, il terrore.

«Hekaart, andiamocene. Non possiamo rimanere qui», disse ancora Axia, ma il suo interlocutore era assorto nei pensieri. Seguì una lunga pausa. Poi, d'un tratto, anch'egli parlò.

«C'è tuo fratello là, se ce ne andiamo adesso... », e non finì la frase. Axia lo stava implorando con gli occhi. Lei sapeva cosa stava succedendo. Lui non lo aveva ancora capito.

«Se adesso rimaniamo, moriremo. Vuoi perdere ancora altro per questo gioco?», disse lei con voce tremante e seriamente preoccupata.

Lui non rispose: le parole di Axia erano così simili a quelle di Jacob. Diventò cupo.

Sto perdendo tutto a causa del mio ego, a causa dei miei capricci. Questa è una realtà oramai tangibile. Quella luce nella notte è il segno che ogni mia scelta fatta fino a ora è stata sbagliata. Non c'è stata alcuna vittoria in questa guerra. Non è caduto alcun Tiranno... i miei gesti non hanno portato a nulla di nuovo. Il cambiamento per la gente di questo posto sarà solo parziale, immaginario. Tra qualche anno avranno una nuova legge, un nuovo tiranno, nuovi ribelli. Se adesso me ne vado non potrò mai più tornare, non potrò mai più voltarmi indietro.

Sull'onda di questi pensieri, Hekaart parlò con voce netta e decisa:

«Arrestare lancio. Portare capsula in superficie. Bloccare jumper».

Tutti i meccanismi intorno a loro si bloccarono per un attimo e poi, repentinamente, ripresero a funzionare con le nuove direttive. In pochi attimi l'uomo si ritrovò fuori dall'abitacolo, intento a prendere con sé i bagagli più importanti. In tutto questo trambusto, Axia era rimasta in silenzio, ancora all'interno della capsula. Pensierosa, scese, mentre Hekaart prendeva anche la sua roba.

Ho sbagliato. Ho sbagliato su tutto. Questa ne è la conferma. Ma so che mi perdonerai, anche questa volta.

***

Il bagliore penetrava nella pietra del palazzo come se questa fosse stata vetro; il calore che emanava era così intenso che toccare la pietra avrebbe significato ustionarsi. Presto, quel luogo sarebbe diventato un altoforno. Marius stava già correndo verso la fonte di questo bagliore e molte persone si erano già riversate nei corridoi del palazzo, dapprima incuriositi, e adesso spaventati e in fuga. Marius correva scansando con forza anche le persone, incurante di ferirle o meno. La priorità era spegnere quel Nodo.

Una volta che fu arrivato abbastanza vicino da poter sentire gli echi dall’altra parte nella sua testa, ricorse a uno dei doni concessogli dalla sua dea. Invocando una nenia entrò nella stanza infestata, dove il Nodo stava bruciando.

Merda, è tardi! C'è una cazzo di Asola là dentro.

Mentre entrava nella stanza sentiva la sua anima bruciare da dentro. Il suo battito stava accelerando e iniziava a respirare a fatica. Quel luogo era quasi del tutto calato nell'oblio, ma ancora non era riuscito a vedere chi o cosa si trovava nel focus del nodo. I venti magici e il forte bagliore rendevano tutto difficile da distinguere e, passo dopo passo, il suo respiro si faceva sempre più affannoso. L'aria era rarefatta, il calore insopportabile, ma lui era l'unico che avrebbe potuto spegnere quel fuoco, chiudere l'Asola e isolare il Nodo.

Lo farò, a costo della mia vita. Con questo pensiero, capì che si trattava di una prova, voluta da Reah: ella finalmente stava di nuovo comunicando con lui. Sento la vostra gloria rinvigorire il mio spirito, mia Signora Eterna. In questi giorni di solitudine lontano da voi mi sono sentito abbandonato, ma adesso so che eravate sempre con me. Ero io a essermi allontanato da voi. Vincerò questa prova e salverò queste persone, a costo della mia stessa vita.

Su quest'ultimo pensiero, il vicario scattò in avanti verso il terribile Nodo vorticoso. Incessantemente alla ricerca di vita, come un turbine girava su se stesso, si espandeva e si contraeva. Al suo centro, l'Asola: l'occhio sull'Oblio. Dentro questo luogo una figura maschile, rannicchiata in posizione fetale, assorbiva tutto il fluire delle energie e le bruciava, le consumava inesorabilmente. Dall'Occhio Sinistro non è mai scaturito altro che il male, ma al suo centro adesso c'è questa creatura, quasi impaurita. Devo strapparlo dalle tenebre dell'Oblio, devo portare in salvo quella creatura. Ma se fosse egli il Focus, allora sarebbe la fine per tutti. Gli echi ancora non si sono manifestati, qualcosa lo impedisce... ma il Nodo sta bruciando e anche questo significherebbe la fine per tutti se le forze della luce svanissero prima della sua totale consunzione. Devo scegliere. È questa la mia prova, mia Signora? Ma certo, ho peccato perché non ho seguito il vostro consiglio, ho sbagliato in questi giorni a rimandare la mia scelta. Eco che quindi adesso il vostro volere si ripresenta. Devo scegliere, avrei già dovuto farlo.

La mano di Marius supera l'orizzonte degli eventi, sente l'Oblio che lo afferra, il freddo del vuoto oltre la realtà, sente la sua mano perdere forma, sente il suo Io vacillare, ma afferra quella creatura e in un attimo, uno su un milione, strattona via quella figura dalle spire degli echi. Tutto si ferma, finisce. Il Nodo si congela, il mondo richiude da solo questa sua ferita e il Nodo svanisce, l'aria torna respirabile e il giovane vicario cade a terra, esausto. La sua mano è nera come le tenebre, forse oramai è persa, ma ha salvato quella creatura dal vuoto eterno.

La creatura è ancora rannicchiata su se stessa, le mutazioni dell'Oblio iniziano a cadere, abbandonandone le carni.

È un ragazzo. Mi pare di averlo già visto qui, pensa Marius, mentre il corpo torna alla sua originale forma. In quel momento, Azumamaru entrò nella stanza con in mano la sua antica spada, pronto ad affrontare qualsiasi nemico, ma quando il suo sguardo scorse solo il vicario e quella figura a terra, si precipitò preoccupato verso di loro. Solo quando si trovò a poco più di un metro da questi riconobbe la creatura.

«Pjotr?», esclamò Azumamaru, in evidente stato confusionale.

«Conosci questo ragazzo, Azumamaru?», incalzò Marius, in affanno.

«Sì, è il ragazzo che ha massacrato l'attentatore nella piazza... », fece una breve pausa e poi, guardandosi la mano ancora dolorante, continuò. «... e che mi ha frantumato la mano con un solo pugno!»

Marius rimase serio. Le sue condizioni fisiche stavano mettendo a dura prova la sua concentrazione. Il ragazzo era privo di coscienza, ma in salute. Nessuno è mai sopravvissuto all'Oblio, eppure questo ragazzo giaceva al centro di un'Asola. Adesso è qui, e nulla è cambiato in lui: non è né mutato né morto. Chi è questo ragazzo? O meglio... cosa è?

Marius stava per volgere le stesse domande anche ad Azumamaru, ma la debolezza prese il sopravvento, e nel tentativo di alzarsi in piedi perse anche l'ultima briciola di coscienza. Svenne.

© 2018 Myth Press

I cookie che usiamo ci forniscono statistiche anonime che ci permettono di darvi la migliore esperienza di navigazione. Consulta la nostra informativa!