Scatole Cinesi

Scatole Cinesi

tara cara,
finalmente posso ricordarmi di te. a noi piacciono ancora le lettere, con la loro lentezza e l’odore della carta straniera.
te lo dirò, amica mia. ho perso un faro nei tuoi occhi, quel giorno, e penso fosse ancora acceso.
qui non è facile. qui ci sono i ghul. io avrei voluto continuare a credere alle fate, avrei voluto rivederti, amica mia.
lo senti? piove nel pineto e tu sei terra bagnata.
non dovresti scrivermi delle stelle, le sento lontane e morte e ho smesso di parlarci quel giorno che abbiamo resettato il mondo. quel giorno ho perso gli occhi che ti piacevano tanto. siamo entrati nelle nebbie e ci siamo confusi.
e non smettere di scrivermi, amica mia. è sempre come se parlassimo. siamo acqua e farina di riso e ci porteremo sempre addosso. e non smettere di ascoltarmi, per te avrò sempre il suono del tè alla menta. abitare mondi lontani è una condanna, ma posso sopravvivere per te, amica mia, posso ancora trovare il tuo orizzonte degli eventi. posso ancora toccare il tuo ricordo.

mi senti, amica mia?

tornerai a sham e io potrò ancora abbracciarti, inshallah. non smettere di sentirmi.

Tara stacca la penna dal foglio con un ultimo, sofferto punto. Ricopia le lettere da quando era bambina, per schiaffarsele sull'anima abbastanza forte da non perderne mai il ricordo.
Guarda il soffitto e riesuma un paio di ricordi polverosi di pomeriggi profumati di tè alla menta, fra il freddo del diwan e le ore allungate di Damasco. Ci sono - si dice - posti alla fine del mondo, in cui l'esistenza è scandita dal bisogno di tempo, più che dal tempo stesso. Uno di questi è Damasco, che ti concede il tempo di cui hai bisogno, non un attimo di più né uno di meno, e trasforma un'ora in quattro e quattro in una a seconda della lentezza con cui bevi il caffè. Il soffitto si appanna. Sa'id ha lasciato la sua casa, ha perso qualcuno e qualcosa. Ma'ruf ha lasciato una donna senza velo, ha perso il suo ventre gonfio. Basil ha lasciato se stesso, ha perso il suo pozzo artesiano. Tara ha lasciato un pezzo di sé, ha perso le spezie di quella che, fra le sue città, è la più decadente e polverosa, la più mistica e misteriosa.

Quando il sonno e le lenzuola hanno la meglio su di lei, Tara smette di vivere per qualche ora. Non ricorda mai i sogni al mattino, solo gli incubi. Storie di mostri familiari, troppo lenti per raggiungerla e troppo svelti per non preoccuparsene. Sono incubi innocui, tutti simili, tutti giochi d'ansia semplicemente estenuanti. E poi c'è lui, l'ombra nera che le si proietta sulla vita, la trapassa da parte a parte e si porta via la sua dolcezza. Torna da lei, nei suoi incubi, quando le cose vanno davvero male. Torna violento a riprendersi la sua vergogna, il suo corpo impotente. Torna a farla sprofondare nelle sue stesse viscere, svuotandola. E Tara si sveglia, coi pezzi del puzzle della sua mente sul tappeto.

Lo scrittore stacca la penna dal foglio e la usa per grattarsi il solito punto dietro l'orecchio. Ha appena deciso che Tara morirà, perché non si può vivere quello che ha vissuto lei e passarla liscia. E poi, da un punto di vista pratico, se la protagonista muore è tutto molto più interessante, vero, commovente.
Allo scrittore rode un po' il fegato, in realtà. Il fatto è che qualche mese fa un tizio gli era piombato in casa e gli aveva detto di aver letto il suo manoscritto e di volerlo assolutamente pubblicare. Lo scrittore, bisogna dirlo, non si era mai reputato un granché. Così, se n'era stato per un po' sulle sue ad ascoltare i deliri dell'omuncolo su fama e denaro. A dirla tutta, era da un pezzo che lo scrittore campava d'aria, nel senso che la spesa del fine settimana o si faceva da sola o non si faceva affatto. E poi c'era il fattore bollette, pagami o ti strozzo, a dare il colpo finale. Lo scrittore, insomma, s'era preso un attimo per guardarsi allo specchio e per assicurarsi che l'ombra scura sulla sua faccia fosse ancora barba incolta, che le mezzelune sotto gli occhi fossero ancora occhiaie. Poi aveva tirato un gran sospiro e aveva pensato a Julie, all'ultima cena che le aveva offerto. Non se l'era ricordata. Così, cinque minuti dopo l'omino logorroico usciva di casa sua, lo sguardo avido e un contrattino coi fiocchi nella ventiquattrore.

Adesso lo scrittore è in un oceano di guai. Il contrattino coi fiocchi di cui sopra prevede che il romanzo venga terminato il 17 luglio − sì, fra una settimana, caprone d'uno scrittore − e che il finale sia «colmo di pathos, imprevedibile e commovente». E stamattina, a far sprofondare un po’ di più lo scrittore nella sua fossa, nel telefono ha gracchiato la voce spazientita del famoso omino, con la traduzione della clausola citata: «Vedi di assicurarti che quella baldr... che la protagonista crepi! Non ce ne facciamo nulla di un altro lieto fine. La gente ormai lo sa benissimo che il mondo va a rotoli e vuole pure sentirselo dire!». E quindi ha deciso di ucciderla − e voi sapete che intendo «lo hanno costretto ad ucciderla» -, ma la faccenda è anche più complicata di quanto sembri. Julie, quella della cena mancata, ve la ricordate? Julie, proprio lei, proprio quella che sta preparando la cena a questo fallito d'uno scrittore. Julie, l'unico raggio di meraviglia della sua vita, l'unica cometa. Julie, che non fa altro che suonare il piano sulle corde della sua mente con una sofficità che lo disgrega e poi sublima in rugiada fresca.
Ecco, si dà il caso che questo mentecatto abbia raccontato di Julie nel suo libro. Proprio così, Julie è Tara e Tara è Julie, con tutto l'oceano di mondi che ha attraversato, con tutta la vastità della sua vita spremuta sulla carta.
Lo scrittore, a questo punto, si alza, si ricompone gli occhi, riflesso della sua anima lavata, e se ne va in cucina. A spiegare a Julie che la ucciderà. A chiederle come vorrebbe morire.

La giornalista stacca la penna dal foglio e si riflette nello specchio sopra la scrivania. Si dice che un pezzo del genere è impubblicabile. Domani scriverà quello serio. Quello meno vero.

***

PELLE, di Arthur N.
Fra le prossime uscite, Pelle promette di essere una delle più interessanti dell'anno.
Libro dai toni accesi e dalla luce sfocata, è la storia di una viaggiatrice perduta fra le molte città della sua vita, in bilico fra le arti orientali e un retaggio culturale profondamente legato all'Occidente. La «pelle», elemento che ricorre sin dalla prima pagina, è la patina che ricopre il mondo, sotto la quale pulsano le vene di uomini dai contorni luminosi, dalle carezze ai lunghi simposi, perennemente sfiorata dagli incanti della natura, dalle aurore boreali ai miraggi del deserto. Un'opera, questa, che sposta i punti di vista in direzioni contrarie e coincidenti, tanto da lasciare un dubbio amaro sulla punta della lingua: è Tara, oppure il mondo, il protagonista? Nonostante la recente fuga di notizie su un presunto ritardo nell'uscita, l'autore, che abbiamo incontrato ieri, promette che i tempi saranno rispettati e che il manoscritto definitivo verrà mandato in stampa a breve. Ha accettato di concederci questa brevissima intervista.

***

Le quattro di notte. La giornalista riprende a battere sui tasti. La notte le lascia sempre un segno: le ricorda quanto sia distante la realtà dell'articolo dalla realtà nuda e cruda del pomeriggio precedente, in casa di Arthur e Julie.

«Faccio ancora fatica a credere a come risolve la sua vita, quest'infame d'uno scrittore. Eravamo lì, tutti e tre, Julie indaffarata, io che prendevo appunti e lui che si torceva le mani e la coscienza.

Arthur, questa sua storia non si può raccontare prima dell'uscita del libro, lo sa?
Lo so, maledizione, lo so − e intanto fissava Julie, che si stava chinando, raccogliendo inconsapevole quello sguardo, a pulire una goccia d'acqua − ma lei ha un intero universo dentro. È tutto quello che voglio raccontare.
Arthur, avremmo quell'intervista da fare.
Tre domande.
Ma...
Tre domande, niente manipolazioni.
Molto bene, cominciamo -, e qui, lo ammetto, ho provato a trafiggerlo con gli occhi. - Come ha cominciato a scrivere questo libro?
Credo sia colpa di un jinn. Sa cos'è un jinn? Un demone arabo, capace di perfidie sottilissime e di genialità diffuse. In arabo la parola “folle” si traduce con «toccato da un jinn», appellativo di tutti i poeti preislamici.
Mi scusi la franchezza, lei sarebbe quindi un pazzo?
No, solo uno toccato dalla follia. Almeno, lo spero.

E poi si erano come rincorsi, fra domande lecite e meno lecite: a) i pensieri dello scrittore che rincorrevano una Julie nuda e lucente di stelle, a tratti preda di un'eccitazione allegra, a tratti scossa da un pianto ancestrale; b) la mia compassione, rabbia, insoddisfazione per le risposte svogliate, stupore per le sue perle di lucidità, la fascinazione, infine, per la mente di quel fallito d'uno scrittore; c) i movimenti lenti di Julie che dava acqua alle piante, vestita del tramonto che le filtrava attraverso, lontana come un'isola.
L'odore della sera aveva cominciato a colare sui vetri, proprio mentre quell'imbranato d'uno scrittore s'apprestava a falciare lo spirito della sua donna. Una volta ripreso a fissare il foglio, pronto a cominciare, si ripeteva che gli stratagemmi del jinn e di Julie lo avrebbero salvato. Toccato dalla follia, dice, ha cominciato a scrivere»

Tara muove le dita fra i capelli del gigante cieco che le dorme addosso. Un raggio del mattino le disegna un contorno d'oro lungo il fianco nudo, mentre un'ombra avanzata dalla notte le nasconde le gambe. La stanza ha il sapore della polvere e delle bombe. Fuori mormora un silenzio tempestoso, rotto solo dalla salmodia del mattino. Altri muezzin s'uniscono al coro, fino a mischiarsi in un unisono asincrono e confuso.
Damasco è un fantasma del marmo. È uno spirito di arabeschi e caravanserragli. È un'immortale che tentenna, un albero della vita che si secca. Damasco è l'ombra dei suoi stessi secoli. Ma Tara aveva già sognato la sua risposta ben prima di ricomporre il puzzle dei suoi pensieri, ben prima di puntare la penna sul foglio come una spada contro il nemico.

jihan, vita dei miei respiri,
ho sentito sham chiamare fra le nebbie, un faro nella melma scura dei miei sogni.
mi vedi, ya habibi? sono nel fuoco del tuo deserto, a crepitare per la lontananza, ad estinguermi di solitudine.
tu hai ragione, siamo fatti di polvere sottile e di foglie profumate, siamo le ore di parole nel cortile, siamo pioggia nel pineto e vivere a secoli di distanza è troppo difficile.
ero dietro i tuoi occhi, poche ore e scivolerò davanti, ti sarò dentro.
il 17 luglio.

 


  • Ghul: (arabo) mostro, orco.
  • Sham: abbreviazione dialettale per Damasco.
  • Inshallah: (arabo) se Dio vuole.
  • Diwan: (dialetto damasceno) luogo della casa in cui si accolgono gli ospiti.
  • Ya habibi: (arabo) amore mio.

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