Ole Lukøje

Ole Lukøje

«La cosa più speciale che mi potessi offrire:
un lampo di infinità.
Che non mi fa dormire e non mi fa vegliare:
ora è per sempre ora»

Marlene Kuntz

La stazione è immersa in una luce bluastra da American Movie di quart’ordine. È l’alba o l’imbrunire? Fasci di neon, il lento precipitare della scala mobile, il deserto del mattino. È l’alba.

Quattro giorni che sono sveglio senza saperlo.

Succede questo: sento sonno piuttosto presto, ma è sonno e quindi lo assecondo. Mi godo le lenzuola pulite sulla pelle, la perfetta morbidezza del cuscino, le curve della mia donna; dormo. E poi, senza nemmeno essermene accorto, sono sveglio. Gli occhi spalancati sul soffitto, su lei che dorme, sulla danza sensuale del pulviscolo, nel cono di luna che mi regala la finestra. Sono perdutamente sveglio, eppure non sento il bisogno di alzarmi o accendere la luce, sento solo di essere sveglio ed immobile, troppo vivo per spegnermi e troppo morto per accendermi. E resto lì fino al mattino, come se stessi dormendo, ma senza dormire.

Ma adesso mi trovo alla stazione. Fatico a crederlo, devo essermi mosso in una sorta di trance post-apocalittica. Scivolo verso il binario 23, il solito treno scrostato marcia stancamente verso la banchina. Manca qualcosa a questa mattina sonnolenta. Sto pensando proprio questo mentre mi sveglio. La faccia mi si dev’essere appiccicata al finestrino e non riesco a distinguere le ombre dalla luce.

***

A fine giornata, il ritorno ha sempre l’odore del ferro. Oggi no. Siamo nel buio di una galleria − qualcuno o qualcosa mi si muove accanto −, ma vedo la lucciola bianca dell’uscita scoppiare di luce, come aprendo un varco fra quello che c’era prima e tutto il resto della storia. Un attimo prima di tornare nel sole, una valanga di terra mi riempie le narici.

Non avevo mai visto o annusato niente del genere. La costa invasa da cirro-cumuli di montagna che hanno preso la via del mare. Squadre di uomini in assetto da calamità si avvicendano sulla spiaggia portando secchi, vanghe, picconi. Il piccolo paese che affaccia su quello sfacelo di terra è immobile, soffocato. I detriti ammucchiati davanti, sopra, dentro le case. Le strade indistinguibili l’una dall’altra: tutte, senza eccezione, protette da un soffice strato di fango e fogna. Qua e là, a cercare un filo logico, mangiatori di patate in galosce verdi. Su tutti incombe il cielo plumbeo degli smottamenti, come se il dio della terra si stesse ribellando, vomitando se stesso sulle brutture degli uomini. Non mi sono mai più sentito sepolto come allora.

***

È mattina, ancora. Stanotte lei mi ha guardato con gli occhi del terrore. Mi ha soffiato sulla bocca che le facevo paura, con quei miei occhi spalancati sulla notte. Poi mi ha permesso di fare l’amore. Ho dormito qualche ora, credo. Non lo so, sono sempre qui senza sapere come ci sono arrivato. Lungo la strada l’odore di terra mi si strozza sempre in gola, quando il treno sbuca dalla galleria e si affaccia sull’alluvione. Il paese sta tornando alla sua vita quotidiana, solo un po’ più infangato. Io sto cercando di rimanere all’interno della mia vita quotidiana, ma il fango mi riempie la testa e mi mangia il sonno.

Sono sette giorni che sono sveglio senza saperlo. O sono otto?

So che devo muovermi verso nord, so che devo prendere il treno, ma non so perché. Lei mi ha versato il sonnifero nell’acqua, mi ha implorato di provare a dormire, mi ha tenuto stretto tutto il tempo e io ho tenuto gli occhi chiusi. Diceva che le sembravo un fantasma, un guscio vuoto, un non-morto. Oggi la luce mi fa male agli occhi e, ogni volta che mi muovo troppo velocemente, la realtà si scioglie in scie colorate. Lampi di rumore mi attraversano le tempie. Credo che i ricordi si stiano confondendo con le sensazioni. E piove. Gocce pesanti si abbattono sui vetri in una dolcissima ninnananna.

Mi sveglia il tamburellare del controllore sul finestrino. Leggo nelle rughe sulla sua fronte che mi sbatterebbe giù dal treno, se i miei vestiti non fossero puliti e curati. Non posso biasimarlo, ho occhiaie profonde, la barba sfatta e l’aria perduta. Ma ho fatto un sogno:

Un vortice fluorescente mi avvolgeva, acceso di lucciole e polvere cosmica. Intorno a me roteavano galassie, io orbitavo sulla linea di satelliti sconosciuti. Abitavo un buco nero e rifiorivo per millenni sul suo orizzonte degli eventi. Assistevo all’esplosione di una supernova e ne scagliavo i frantumi ancora fiammeggianti sulla Via Lattea perché non la dimenticassero. Mi muovevo nel vuoto siderale, lontano anni luce dal sistema solare, verso una nebulosa che chiamavo casa. Nella stanzetta dipinta c’era lui che mi guardava di traverso, dall’alto dei suoi ottanta centimetri di coraggio. Aveva messo il pigiama con i pianeti, quello azzurro che fa il paio con i suoi occhioni spalancati sulla mia anima. Gli facevo segno di fare silenzio, poi con un soffio lo investivo di polvere stellare. Ecco a voi l’astronauta dell’anno! Nel suo sogno un razzo si staccava dalla Terra e si librava nel nero, mentre lui sentiva il sedile vibrare. La gravità smetteva di essere un problema e lui cominciava a far capriole, mangiava i cereali che gli volteggiavano intorno come farfalle croccanti. Vedeva la Terra da un oblò e rideva a crepapelle.

***

Lei mi ha baciato a lungo e mi si è addormentata addosso. Sembra meno turbata, come se avesse deciso che può combattere la mia insonnia per me. La tengo stretta e le ascolto il respiro regolare, seguo il gioco dell’aria nei suoi polmoni, ritmico e morbido, e le guardo i fremiti impercettibili delle ciglia. Anche se non sono sveglio e non dormo, mi sento più lucido adesso di quanto non lo sia di giorno.

Sono dieci giorni che non dormo e non lo so.

Comincio a chiedermi come faccia il mio corpo a sopportarlo. Dicono che il sonno ristori, come una camera iperbarica, che rigeneri. Io sono ancora qui, lungo questo viaggio ciclico, come un giorno che si ripete ogni giorno. La ragazza che mi siede di fronte mi guarda accendermi e spegnermi, con un certo imbarazzo dovuto alla testa che ciondola sempre più spesso, crollando sotto il peso della veglia. L’odore di terra mi colpisce sempre come un pugno ben assestato. Sulla spiaggia i lavori sembrano fermi, sul villaggio incombe una gru morente. Mi chiedo quanta terra si possa respirare senza che si mischi agli umori del corpo fino a infangare i polmoni. Ma ho sognato ancora, ho sognato questo:

Un vento di neve mi trasportava. Risalivo pendii gelati e sorvolavo ghiacciai perenni, mi lasciavo cullare degli spruzzi delle balene, soffiando l’acqua a mia volta in mille particelle d’anima. Respiravo ghiaccioli e affondavo le dita lunghissime in metri di cristalli bianchi e polverosi che poi scagliavo, in onde di gelo, sul mondo. L’aria era secca e pungente e lei aveva spalancato la finestra per fumare di nascosto. Quindici anni di musica alternativa, letture alternative, film alternativi, vestiti alternativi, occhi alternativi. Mi vedeva appena, mentre correva a mettersi a letto, la porta che si apriva piano e qualcuno che entrava a chiudere quell’inverno spalancato di finestra e a poggiarle un bacio in fronte. Le piaceva ancora. Poi si voltava e mi vedeva. Rimaneva impietrita mentre allungavo le mie dita chilometriche sui suoi occhi e li impastavo di polvere. Sognava di fare un lungo viaggio in un paese lontano, dove le case erano arredate al rovescio, con i mobili sul soffitto e innumerevoli scale per raggiungerli. Sognava di un treno che la proteggeva dal deserto, di un Orient Express carico di avventure e uomini d’ogni parte del mondo. Sentiva il morso del viaggio stringerle lo stomaco e spalancarle gli occhi. Sfogliava le alternative che la vita le avrebbe sputato in faccia e sospirava.

***

Il mondo può essere un fascio di nervi che si sfilaccia. Vedo i capi dei fili annodati agli occhi dei passanti, mentre guardano i loro pensieri dissolversi in altri pensieri. La realtà mi sembra scomposta in frammenti d’osso che si rimescolano nelle mani di un’indovina: in base a come li lancerà sul tavolo verrà composto un mondo diverso. Questo treno non è più o meno reale di una giraffa a strisce e continua a scavare un solco fra le pieghe della mia mente, facendosi strada fra le fitte che mi stringono le tempie.

Undici giorni di veglia-non-veglia.

Lei dice che i miei sogni sono un luogo della mente. Sembra il sultano che si perde nei racconti di Shahrazād, o Kublai Khan in quelli di Marco Polo. Mi ascolta e mi chiede i particolari, rimane sveglia con me fino a quando le palpebre non le serrano la vista ed il sonno la prende. Il sonno. Forse non ne sento nemmeno la mancanza, forse non ho bisogno di dormire. Il corpo soffre e si ribella, ma la mente si affina e si schiarisce fino a considerare ipotesi che prima non avrebbe nemmeno preso in esame. Non le ho raccontato l’ultimo sogno, si sarebbe spaventata. Non le ho raccontato questo:

Mi spingevo fino ai confini del continente, in un deserto rosso disseminato di giganti di arenaria. Ero la pioggia e il vento improvvisi che fanno fiorire la sabbia. Ero una tempesta rossa che sconvolgeva le dune e si abbatteva sulle facciate di pietra, plasmandone la superficie. Ero il pianto millenario che aveva scolpito i volti a guardia di quella valle di luna. Lui aveva occhiaie profonde e un sorriso obliquo, occhi scuri e torbidi e sopracciglia corrucciate. Se ne stava seduto in mezzo al letto come un capo indiano, lunghi capelli neri gli correvano sulle spalle. Mi guardava e sorrideva beffardo.

«Come osi, umano, guardarmi come una civetta?»

Parlai con una voce di Stige, che non mi apparteneva e mai mi sarebbe appartenuta, ma lui non rispose. Rimaneva fermo a fissarmi, coi contorni dei viso che tremolavano e quel sorriso insolente. In un lampo ero in piedi sul suo letto, gli impastavo di fango gli occhi e lo spingevo indietro, alle origini della sua esistenza, in un sonno da limbo. Correva sulla sua 883 fiammante, alle spalle un sole beffardo, davanti a lui nuvole nere montavano e si gonfiavano d’acqua e fulmini. Non poteva tornare indietro e quindi avanzava verso la tempesta, rombando. Prima era il vento. Una raffica lo prendeva e lo spostava sulla corsia di destra, un’altra se lo litigava per spingerlo su quella di sinistra, un’altra ancora lo trascinava indietro. Lui lottava per mantenere il controllo, un’ansia gli cresceva in gola e raschiava per uscire. Fulmini d’argento, intanto, gli si scagliavano addosso dalle profonde vastità del cielo. Per uno che ne schivava due lo sfioravano pizzicandogli gli alluci. Poi fu la pioggia. Aghi puntuti che lo infilzavano come una bambola voodoo, spilloni che lo passavano da parte a parte, pugnali nel petto. E secchi d’acqua salata nel casco. Correva, non respirava più. Quell’ansia in gola grattava per uscire, gli scorticava l’ugola e moriva affogata con lui: aveva la bocca saldata al casco.

***

Questa stazione non esiste. Questo treno non esiste. Queste persone, che non mi vedono, che passano e mi evitano senza saperlo, a cui vedo dentro e che potrei trapassare con uno guardo, nemmeno. Non esistono. Qualcosa freme sotto il velo di questa non-esistenza insonne che mi porto sul cuore. Un tremito gentile d’orrore, qualcosa che non posso vedere ma di cui distinguo i contorni.

Quindici giorni insonni di lucidità.

Lei mi stringe le gambe intorno alla vita, mi tocca i pensieri con le dita e mangia gli incubi che sogno. È più viva che mai, più bella. Mi mormora qualcosa di confuso e meraviglioso, prima di crollare per i pochi minuti di sonno che si concede fra un agguato e l’altro. Mi soffoca col profumo dei suoi capelli. E m’ipnotizza la sequenza di molecole che le compongono la pelle, mi scioglie il senno quel continuo mutare nei cristalli bruni dei suoi occhi, mi annienta il sonno la ragnatela che tesse con le dita sulla mia bocca. Sono sveglio, sveglio come chi non dormirà mai, ma sogno.

Sogno il grande ulivo sotto cui giocavo da bambino, nell’orto della casa al mare. Sto dormendo sotto sette metri di terra, un misto di argilla e sabbia e cose umide. Mi sento correre a braccia spalancate, immaginando di volare. Il sole trafigge l’ombra della chioma argentata e disegna una volta stellata sul tronco e sul terreno. Adesso che ho gli occhi pieni di terra posso vederla, questa meraviglia di buio e luce. Sento la risacca molle che ripiega pigramente su sé stessa, le reti trascinate a riva che scompongono i disegni del bagnasciuga. Ora che ho le orecchie piene di terra ci sento benissimo. Qui non si dorme mai, nei giorni che strisciano appiccicosi e pacifici verso l’autunno. Sento mia madre che prepara la tavola e ricordo ogni sbeccatura delle stoviglie. Ricordo il ricciolo che le ricadeva sulla fronte, quello che la infastidiva come una mosca da scacciare. Ricordo che ero sotto quest’albero, sdraiato a fingere di dormire col cappello sugli occhi, quando Ole mi visitò, con le sue dita lunghe ed il sacchetto di fango. Ricordo che a sognare eravamo stati in due: lui mi aveva soffiato quella sua polvere sugli occhi e subito le palpebre si erano fatte pesanti. Per quanti sforzi facessi, non riuscivo a tenere gli occhi aperti.

«Basta, bambino, adesso dormi»

Parlava con una voce di Stige, dai tratti metallici e profondi, che sembrava non appartenergli e risuonare dalle vastità dell’universo. Improvvisamente, mentre parlava, un secondo prima che mi lasciassi andare al sonno, lo vidi cadere addormentato ai miei piedi. Sognavamo lo stesso baratro pieno di stelle, io cercavo di volare con le braccia aperte, facendo il suono dell’aereo con la bocca. Lui si muoveva meccanico, seguendomi e studiando le mie evoluzioni. Era come se i suoi occhi fiammeggianti, neri come un pozzo dei desideri, mi rimanessero impressi nella memoria, dietro le palpebre, dentro i bulbi oculari. Era come se un’energia elettrica mi corresse sotto la pelle. Volavamo e sognavamo. E poi lui diceva una cosa ed il sogno finiva.
«Non sei di questo mondo, bambino. Tu sei Ole»

***

Sono io Ole Lukøje, Ole Chiudigliocchi. Sono Moș Ene l’Anziano. Sono io l’Uomo della Sabbia. Sono l’Uomo del Sonno, sono Sandman, Morfeo, Oniro. Sono fatto di fango e polveri stellari, di nebbia e grandine, di ghiaccio e fuoco, di carne e ossa. Sono condannato a viaggiare senza una meta, a riempirmi i polmoni di fango, a smettere di dormire fino a quando un nuovo Ole non mi addormenterà, inconsapevole della condanna che gli porto.

Lei mi stringe, mentre le confesso cosa sono. Mi sta amando piano, non so nemmeno come sono entrato dentro di lei. Intorno a noi c’è il buio pesto delle mie parole. Su di noi le nostre mani che toccano, stringono, graffiano, accompagnano, si ubriacano del corpo che stanno tenendo vivo. Mi morde le orecchie e le labbra ed apre gli occhi. Due squarci di cielo notturno stipati di stelle: in uno le galassie e nell’altro la Via Lattea. Spalanca la bocca e ride: è piena di vicoli bui, di lampioni, di campagne assonnate e di nuvole basse, di buio.

«Con chi altri pensavi di poter andare a letto, Morfeo? Con chi, se non con la Notte in persona?»

***

Mr. Sandman, bring me a dream
Make him the cutest that I've ever seen
Give him the word that I'm not a rover
Then tell him that his lonesome nights are over
Sandman, I'm so alone
Don't have nobody to call my own
Please turn on your magic beam
Mr. Sandman, bring me a dream

***

Sono su questo treno, che ogni mattina si muove fra le vite degli umani, intrecciandole e spingendole verso le loro notti sognanti. Ogni mille anni cambio volto, ogni mille anni nasce un nuovo Ole che mi addormenta e prende il mio posto. Amo la Notte e dormo con lei ogni giorno. Ho dita sottili per poter passare in rassegna le pagine oscure del subconscio e per insinuarmi nel cervello, per toccare i nervi e le sinapsi, per smovere ricordi soffocati dalla sabbia, nascosti sott’acqua e dimenticati. Ho occhi infiniti per vedere più lontano di voi che sognate, per farvi sognare più lontano dell’orizzonte che vedete. Ho occhiaie brune, la barba sfatta. Non dormo che su questo treno, prima di raggiungere il posto fangoso che alimenta i vostri sogni. Potreste incontrarmi, guardare la testa che ciondola, la camicia spiegazzata dalle braccia conserte e l’impermeabile blu sulle gambe, e pensare a quanto possa essere triste un uomo. Potreste notare che cerco di appigliarmi al dondolio del treno, condannato come sono all’insonnia, per essere cullato solo altri cinque minuti.
Ma mi vedrete sicuramente, ogni notte della vostra vita, ai piedi del vostro letto o in fondo alla stanza, seduto sul vostro petto o immobile in lontananza. E ogni notte vi distribuirò sogni paradisiaci o incubi orrendi o niente. Deciderò se mi piacete, se mi avete guardato con sufficienza o se non mi avete guardato affatto, se nella vostra vita c’è più dolore o più gioia, se siete malvagi o superficiali o belli, se mi piacciono le vostre ciglia o se mi fa ribrezzo la perfezione delle vostre orecchie. Deciderò se punirvi o premiarvi o strapparvi l’anima a morsi e sarà solo una mia scelta. E non vi ricorderete, al mattino, d’aver incontrato l’Uomo del Sonno.

Mr Sandman, bring us, please, please, please
Mr Sandman, bring us a dream

 


  • Mr. Sandman, The Chordettes

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