La città del Mare

La città del Mare

Era successo. Il mare l'aveva visto accadere e si era increspato, gonfiato, sollevato dal fondo. Aveva lasciato che le sue sirene cantassero a lungo nell'unico attimo del giorno in cui il mondo può sentirle. Aveva chiamato a sé lampi saettanti dal cielo. E aveva urlato la sua rabbia ai quattro venti, che la portassero per la città insieme al canto delle sirene. E non uno che l'avesse ascoltato.

La cittadina si allungava sul mare, lungo la piccola baia sabbiosa, come se cercasse di trattenere un amante che va e viene. Piccole case bianche dal tetto piatto ornavano il lungomare ed eleganti palazzine di quattro piani, corredate di eleganti bar anni '20 al pianterreno, decoravano il corso. Conchigliette bianche, imperitura dimora di lumache invisibili, costellavano tutte le pareti esposte al mare.

Una manciata di case di pescatori sopravviveva, incastrata in una dimensione temporale indefinita, sul lato est del lungomare: qui si stendevano ancora le reti ad asciugare dopo la pesca, nell'odore di viscere e sangue del mattino. In paese, di loro si dicevano le stesse cose che si dicevano settant'anni prima dei marinai.

Era novembre e la salsedine era più densa della nebbia. Alle sette del mattino, ogni giorno, c'era questa foschia tangibile, che sembrava fatta di gocce sospese e profumava di sale, che a passarci attraverso ti restavano i capelli bagnati. Era novembre al mare, il che vuol dire che un bel grigio ferro era già depositato su ogni superficie. Al mare è così: col sole s'accendono i gialli aranciati, i bianchi accecanti, i verdi e gli azzurri e i rossi sulle gote delle persone. Con la pioggia, si posano scale di grigi e verdoni, con tocchi di viola e blu notte nei giorni di tempesta. Non si può dire che sia meno bello: immaginate il mare in burrasca, tinto di verde bottiglia e di spuma bianca, che s'infrange contro un cielo plumbeo da cui sfuggono sparuti raggi di sole. Affascinante e malinconico, no? Ecco, è solo meno pop dell'estate.

Comunque era novembre, grigio e verde, e la città si preparava all'inverno.

LUMEN
«Il mio corpo sarà sale, sarà il bianco di una vela e il giallo di una ginestra»1

Ho sempre avuto opinioni contrastanti sul mio nome.

A cinque anni un bambino grasso mi aveva fatto notare che era un nome ben strano, allora ero andata da papà a chiedere spiegazioni. Credo di ricordare ancora quel giorno: pioveva da quarantotto ore ed eravamo quasi tutti diventati del colore della pioggia. Sapete come, no? Come quando è tutto del colore dell'acqua e luccica e si confonde in una grande faccia lavata. Ecco. Lui mi aveva portata vicino alla finestra, si era messo alla mia altezza e mi aveva detto: «Lumen è una parola antica, di una lingua che non c'è più. Vuol dire 'luce', piccoletta. Vuol dire che tu sei una cosa luminosa per noi: come una stella. E vuol dire che sei la nostra vita». All'epoca quella definizione mi piacque moltissimo. Mi sentivo una specie di piccola scintilla magica, libera per il mondo. A tredici anni no. Mi chiamavano 'Lume' e, anche se somigliavo davvero a un lampione, quel nomignolo mi dava fastidio come una gomma masticata sotto la scarpa. Ho dovuto informarmi, capire quante cose ci fossero dentro al mio nome per poterlo accettare.

A ogni modo, vivo in questo posto da sempre. Ho provato ad andarmene, dopo la scuola. Ho fatto l'università e qualcos'altro, ma niente. Credo che la mia luce dipenda da questo mare: più me ne allontano e più buia riesco a diventare. Abito la casa sulla collina, da sola perché i miei genitori hanno scelto un mare più caldo, alle Bahamas, per la loro quasi-vecchiaia. Lavoro in biblioteca e mi piace: un po' archivio, un po' leggo, un po' rubo e un po' scrivo.

ARTURO
«E in mare c'è una fortuna che viene dall'Oriente, che tutti l'hanno vista e nessuno la prende»2

Mi chiamo Arturo, come la stella e come quello dell'isola.

Sono nato nel borgo dei pescatori: mio padre tornava ogni mattina col bottino che mia madre vendeva sul lungomare. I pescatori sono schietti e di poche parole: quello che pensano dicono e quello che dicono fanno, almeno quando Odino non ci mette becco. Ho passato lunghe albe estive sulla barca a remi con mio padre, imparando a distinguere il silenzio degli uomini e le voci del mare, la vita che freme sotto il pelo dell'acqua e quella che fugge mentre i pesci si dimenano all'amo. Ho imparato a nuotare come un tonno, a godere dell'apnea e della risalita. Adesso la mia pelle è sempre scura e il mio corpo è modellato dalle onde.

A quindici anni ho letto il libro che parla di me: ho rivisto le mie corse di bambino sulla sabbia rovente, le torture alle lucertole, il sole bianchissimo di mezzogiorno, il sesso maldestro dell'adolescenza, coi baci che fanno male.

A diciotto anni sono andato via per un po'. Avevo programmato molti viaggi e molto ho viaggiato, per mare e per deserto, in una febbre di esplorazione che non sapevo placare.

Ma poi sono tornato qui, a vivere di mare e di libri, a scannare pesci e battere polpi, a nuotare per mestiere. Vi sfido: avendo il mare nelle vene, avreste potuto cambiare il vostro destino?

MARINA
«You're terrific when you're drunk. I like you mostly late at night: you're quite alright»3

Mi hanno dato questo nome che sconfina nel patetico: marina io? Ma per favore! Ho la pelle più bianca che abbiate mai visto e i capelli rame. Ora, immaginate una del colore della carta a rosolarsi al sole. Non ci riuscite, vero?

Da bambina mia madre si ostinava a portarmi in spiaggia, ungermi con una crema densa come il cemento e tenermi sotto l'ombrellone. Potevo fare il bagno solo al mattino presto o al pomeriggio tardi, quando ormai non c'era più nessuno con cui giocare. E quindi partivo, armata di maschera e boccaglio, e cercavo le stelle marine. Ogni volta che ne vedevo una disegnarsi sul fondale, m'immergevo, nuotavo forte verso il fondo e riemergevo con la povera bestia in pugno. Pensavo fossero tesori che il mare concedeva solo a chi era abbastanza coraggioso da andare a prenderli, così le seccavo al sole e le portavo con me. Fu mio padre a spiegarmi che erano vive, come i pesci, e che io le costringevo a una lenta e terribile agonia. Ricordo che piansi per un giorno intero, rifiutando cibo e coccole. Poi mio padre mi prese da parte e insieme costruimmo una piccola barca con tutti i cadaverini che avevo messo via. Andammo al mare, quella notte, con la barca di stelle e le lanterne cinesi. Chiesi scusa a ognuna di loro sotto l'occhio freddo della luna, mentre mio padre spingeva quel bellissimo vascello di morte verso il largo. Poi mi guardò negli occhi e mi disse che era orgoglioso di me, ma che non avevamo finito: dovevamo ancora rendere omaggio alle stelle, perché il vero nome delle stelle di mare è Asteroidea, come le stelle cadenti. Mi sembrò molto giusto. E poi non avevo mai visto le lanterne cinesi e rimasi incantata mentre salivano verso la Via Lattea. A casa bevemmo latte al cioccolato, poi andammo a dormire con le galassie e gli abissi marini negli occhi: ero convinta che un dio delle acque avrebbe salvato le stelle che avevo ucciso, redimendomi.

Mio padre continuo a ricordarlo com'era quella sera e non com'era durante la malattia che se l'è mangiato, pochi anni dopo.

Pagine e pagine di biologia marina dopo, mi sono laureata e ho cominciato a lavorare al centro di ricerca a dieci chilometri da qui. Tutto il tempo che passo al mare è rivestito di neoprene o di lino bianco. Amo l'inverno, quando il mare si fa ubriaco di rabbia e urla alla terra. Vengo qui sulla spiaggia e leggo per ore, non importa se c'è il vento freddo che mi sfreccia fra i capelli. Ma non so più andare a prendere le stelle sul fondo.

SOPHIA
«Sophia, sapienza, Sophia. Incalora le donne ed arde, arde di uomini. Gli consuma il fuoco»4

Sophia è quasi mainstream ormai, lo so. Ma cosa posso farci? Però la storia dietro al nome, quella sì che ha carattere!

Quei freak dei miei genitori se ne andavano spesso a far l'amore al mare, d'estate. Mamma mi somigliava probabilmente, anche se dalle foto sembra sempre più magra, e papà l'adorava. Era la loro estate dell'amore, un po' in anticipo rispetto a quella del '67. Comunque erano giovani e lo facevano troppo spesso e troppo spesso sfidavano la biologia: una sfida l'hanno persa e sono capitata io. Mia madre ama ancora raccontare che non hanno pensato nemmeno per un secondo alle conseguenze, che erano giovani, felici e molto stupidi e avevano preso tutto quello che la Madre Terra voleva offrire loro. Ma che hanno litigato furiosamente per trovarmi un nome: Jude, Chloe, Pace, Jane, Patty, Vanessa, Cannella, Libertà, Armonia. Non riuscivano a trovare un accordo e ci sono leggende che raccontano di litigi a colpi di nomi anche in sala parto, mentre mia madre provava a uccidere mio padre stritolandogli il polso.

Poi sono venuta fuori e non ho pianto. Il panico ha occupato tutto lo spazio a disposizione, come un gas. I dottori si affaccendavano con strumenti e teorie, le infermiere ronzavano in linea retta, in quadrilateri di indecisione, mia madre piangeva, mio padre l'accarezzava. E poi ho urlato con quanto fiato avevo in corpo. Devo aver spiazzato davvero tutti, perché c'è stato un grande applauso e i nomi hanno smesso di volare per l'ospedale. Mia madre deve aver detto qualcosa come «La chiameremo Sophia, perché è già abbastanza saggia da sapere quando stare zitta» e mio padre deve aver annuito, mentre cercava di rimettere dentro il cuore che gli era quasi scappato fuori dalla bocca.

Insomma, mi chiamo Sophia perché dovrei essere sapiente: la mia spada di Damocle. Ho cercato tutta la vita di leggere, studiare, capire più degli altri. Ce l'avevo nel nome, no? E invece le uniche certezze che ho sono che mia madre è mia madre e che la sapienza è inversamente proporzionale allo studio e più studi più dovresti studiare per avere una cultura accettabile e diventa un circolo vizioso da cui non esci più. Comunque i miei sono rimasti insieme, producendo amore e fratelli dai nomi meno fortunati del mio: Anemone, Selvaggia, Aria e Libero.

Io sono tornata qui dopo venticinque anni di studi e sesso libero. Mi piacciono quelli che sanno parlare e, a volte, leggo mentre faccio l'amore. A voce alta, è chiaro. Spesso sento le donnine del paese che mi chiamano 'facile', ma non me la prendo e non posso biasimarle: è vero. Eppure ognuno ha la sua natura, e la mia è fatta di parole e amore. Insegno Lettere al liceo e a volte non mi piace: gli adolescenti sanno essere davvero noiosi. Quelle volte tiro fuori un brano da La Filosofia nel Boudoir e mi diverto a guardare le loro facce. Funziona anche Bukowski.

LUCIO
«Sassi, che il mare ha consumato, sono le mie parole d'amore per te»5

Io parlo poco.

Hanno deciso di chiamarmi Lucio perché sono nato all'alba. Dopo trentasei ore di travaglio. Mi chiamo Lucio perché anche mia madre ha rivisto la luce quando sono finalmente uscito da lei.

In effetti non è che parli poco, non parlo affatto. La vita mi ha preso a sportellate in faccia e ho deciso di comunicare il meno possibile.

Mi sono trasferito qui due anni fa, vivo in un terra-cielo con due gatti: in totale abbiamo otto zampe vere e una finta. Sono un antiquario, la mia specialità sono i manoscritti medievali. Sono qui da due anni per la salsedine e per una raccolta antichissima di spartiti che il parroco − pace all'anima sua − teneva nascosta nella canonica. Mille duecento tre. Lui teneva nascosti dei canoni del 1203. Non commenterò in virtù del fatto che parlo poco, ma sono sicuro che stiate pensando quello che penso io. Ho allestito un laboratorio nei sotterranei della biblioteca. Più vivo qui e più mi è chiaro che questo sia un paese fatto di sotterranei. Anche le persone hanno dei sotterranei. Anche il mare ha un enorme, sconfinato e silenzioso sotterraneo.

***

Quella mattina la cittadina faticava a svegliarsi. La foschia novembrina era densa di sale e particelle d'acqua. Una bellissima e uggiosa domenica. Il mare faceva un po' i capricci, tanto che pochi pescatori stavano sulla spiaggia, guardando a momenti le barche sonnecchianti e a momenti la risacca gonfia di minacciose creste bianche. S'avvicinavano giorni di tempesta e di magra.

Arturo era uscito prima che le onde si gonfiassero, aveva preso poca roba e poi s'era accorto che non poteva nulla contro l'incazzatura di Nettuno. Aveva faticato a rientrare ed era sfinito e fradicio mentre tirava Izar, la sua barca, a riva. Aveva distrattamente salutato quelli sulla spiaggia. Qualcuno, incredulo, gli aveva urlato «Oh, Artù! Ma sei matto a uscire con 'sto tempo?», ma lui aveva accennato solo un sorriso e se n'era tornato a casa con la sua cassa di pesce su una spalla. Lasciando alla madre le triglie per il pranzo, lei gli aveva risposto che avrebbe venduto il resto e lui l'aveva baciata in fronte prima di andare a farsi scaldare dalla doccia.

Lucio aveva dormito poco per via della gamba buona, che gli faceva male ogni volta che cambiava il tempo. Quell'altra gliel'avevano tagliata via e quindi non si lamentava. Sedeva davanti a un tè al ginepro ormai freddo e accarezzava Gregorio, il gatto tripode. Era convinto che ci fosse nell'aria un'elettricità cattiva e che una tempesta poco meteorologica si stesse avvicinando. Però non lo diceva, nemmeno ai gatti.

Marina aveva fiutato la tempesta e deciso di passare la notte in laboratorio, un edificio di vetro e cemento che dava direttamente sulla spiaggia. Durante la notte era rimasta ad annusare la rabbia del mare, che si muoveva come una bestia ferita al di sotto della superficie dell'acqua. Sembrava un lenzuolo teso e scuro che s'innalzava per metri e s'abbatteva senza onde o schizzi. Sembrava il respiro pesante preludio a un accesso di tosse. Il cielo era stato illuminato quasi a giorno da una bella e tonda faccia lunare, che ritagliava sagome di nubi minacciose dalla volta stellare. Marina aveva cominciato un lavoro fatto di attese durante le quali si godeva l'angoscia delle acque. Per la prima volta, quella notte, si era addormentata in laboratorio.

Sophia aveva fatto un buco nell'acqua col professorino di filosofia e questo era di sicuro un cattivo presagio. Il ragazzo, nemmeno trentenne, non sembrava così male: bello e gentile, con un corpo scolpito (che l'avrebbe dovuta insospettire, sì) e i modi da gentiluomo moderno, oltre a due lauree. E però nascondeva un animo da superuomo e ben poco vigore! E Sophia aveva sopportato le chiacchiere più confuse della storia dei suoi incontri, che non riusciva a decidere se giudicarle disperatamente profonde o disperatamente frivole, se l'era portato di sopra per un amaro e poi se l'era ritrovato a dormirle addosso in posa infantile, rannicchiato sul suo seno. Era rimasta sveglia per diverse ore, guardando il soffitto e pensando che scopate così fallimentari possono solo essere la calma prima della tempesta.

Lumen aveva guardato il maltempo montare dal salone vetrato sulla collina. Si era svegliata presto, con un'inquietudine che le sfrigolava nell'anima. L'aveva collegata all'elettricità nell'aria, immaginando la bufera in arrivo il giorno dopo. Aveva preso dalla libreria La Tempesta, un bicchiere di scotch dal bar e una coperta: aveva passato l'alba a leggere e bere. «La mia biblioteca era per me un ducato abbastanza grande»6, leggeva e annuiva, nella luce grigio-rosa che si affacciava alle finestre. Pensava che sì, la sua biblioteca poteva essere sufficiente.

Nessuno di loro ricordava di aver ascoltato, all'ora in cui il raggio verde si apre e si chiude all'orizzonte in un battito d'ali, un verso di canzone che faceva più o meno così: «Lia, Lia, perché sorridi?»

Lia, perché sorridi in quel tuo letto d'acqua e di morte?

Lia l'avevano trovata in fondo al lungomare, dove gli scogli formano piccole vasche naturali in cui giocano i bambini piccoli d'estate. L'avevano trovata immersa nel suo bell'abito bianco, lungo e sottile, che galleggiava supina in una delle vasche. Aveva i capelli intrecciati a rami levigati dal mare e ossi di seppia, stelle di mare sui palmi delle mani e meduse che le nuotavano stancamente intorno. Come Ofelia, ma diversa.

L'aveva trovata Marina, che, staccando dal suo turno di notte, aveva ceduto al fascino della tempesta incombente. Solo due passi. Non aveva capito subito, pensava a qualche sciarpa volata via e incastrata fra i sassi. Stava per passare oltre, quando aveva notato le meduse imprigionate in quella poca acqua. Aveva guardato meglio e l'aveva vista davvero, rannuvolata dalla stoffa, con quel sorriso da Gioconda e gli occhi sbarrati, con quei cadaveri di stelle nelle sue mani di cadavere. Aveva dato di stomaco, poi aveva chiamato la polizia e aveva aspettato, senza guardarla più.

Fra i lampi blu delle volanti e quelli bianchi del cielo c’era una gran luce.

«Ofelia?!»
«Ma non è possibile, non lei! Era un angelo!»
«Dicono che sorrida…ma chi può…?»
«Non può essere…Lia?»
«Ofelia?»
«Lia!»

Sophia era precipitata da qualche punto nel cielo insieme alla pioggia, aveva anticipato di minuti i sigilli e adesso se ne stava imbalsamata davanti a quello scempio d’arte. L’aveva conosciuta in biblioteca, dove Lia lavorava con Lumen, e l’aveva portata fuori a cena. Poi c’erano stati due mesi di poesia e di fiori, di pelle e parole e raggi di sole sui libri. Era stata una bella primavera, era stato un amore bello.

Dietro di lei Lumen, che procedeva a passi di piombo, come se i piedi le sprofondassero per un metro nella sabbia ogni volta che cercava di avanzare. Lumen, sempre così gialla, che perdeva calore per ogni centimetro che guadagnava. Continuava a pensare di non pensare, che la testa fosse vuota e le sinapsi spente, come in una stanza buia e silenziosa.

Quando tutto era ormai stato sgomberato e portato via, restarono una medusa morente e tre donne a guardare verso il mare. E la voce di Lumen nel vento che cantava:

***

Il viso del commissario era in ombra. Tre ore e quel bastardo non aveva ancora detto una parola. Il suo collega gli stava girando intorno, ma quello non sembrava intimidito. Non aveva che pochissime informazioni su cui lavorare, non sapeva davvero dove andare a pescare un responsabile. Eppure doveva. Lia era l'angelo del paese, quella che passava le sue domeniche in ospedale a leggere le favole ai bambini. Lia era l'amore di tutti gli uomini della città e anche di qualche donna, se le indiscrezioni erano vere. «La mia bella bibliotecaria», pensava, e fumava.

«Senta, ho capito che lei non parla,» − cominciò il commissario, interrompendo la farsa da squalo del collega − «ma lei non parla per scelta e non per indisposizione fisica. Io, adesso, se lei non mi dice verbalmente dove si trovava stamattina prima dell’alba, in modo che possa giudicare dalla sua faccia e dalla sua voce se mi sta mentendo spudoratamente, la arresto per omicidio. E magari la dovrò rilasciare fra ventiquattr’ore, ma nel frattempo si sarà fatto ventiquattr’ore al fresco»

Mentre Lucio sbiancava e strabuzzava gli occhi, il commissario si sorrideva come allo specchio: aveva fatto centro.

«O-o-omicidio dice? E c-chi dovrei aver ammazzato?»
«Ma come? Adesso vuol darmi a bere che non ne sa nulla? Tutto il paese lo sa! Tutti ne parlano! E le abbiamo trovato un pezzo di quel tuo manoscritto in bocca: una chiave di basso e una parola in latino»

Mentre il commissario mi torchia per farmi dire che ho passato la notte a far freddare un tè al ginepro, coi gatti rannicchiati addosso, a guardare la mia protesi e autocommiserarmi, realizzo che sono totalmente fuori dall’ecosistema-paese. Le sue parole sfumano in un calpestio di ricordi.

Lia, questi pensano che abbia ammazzato Lia. La bella Lia, con un sotterraneo sconfinato di segreti. Lia, l’angelo caduto. Lia, la bibliotecaria e i suoi feticci voodoo. Lia, la bella strega, fascinosa più per quello che non mostra che per il pubblico volontariato. La mia Lia.

Mentre si ritrovava a dire uno stanco «Può andare», e dopo aver visto la protesi e le cicatrici lungo la schiena di quel muto auto-censurato che gli avevano portato come sospetto, il commissario si convinceva che il caso non sarebbe mai stato risolto.

Il mare lanciava grida di dolore che riusciva a sentire pure lui da quella stanzetta tetra. Se lo immaginava, dilaniato dalle onde, a sanguinare spuma sul bagnasciuga, con gli occhi pieni di stelle marine. Avrebbe preferito andare a salvare il mare dall’agonia della tempesta e invece gli stavano portando il secondo indiziato.

«Ma che…Arturo?»

I miei occhi sono rimasti in fondo alla vasca in cui l’hanno trovata e mi sembra di continuare a guardarla dal fondo. È come se fossi bloccato fra gli scogli con il suo abito che mi nuota a un palmo dal naso e i suoi capelli sparsi in una nuvola cangiante e i suoi gomiti puntati verso il basso, legati stretti da quel nastro di seta bianca che le obbliga i palmi verso l’alto. È come se non potessi più guardarle le labbra rosse. Mi hanno portato qui, adesso, e vogliono sapere da me se le ho fatto male. La mia Lia, le sue mani esperte e i suoi profumi d’oriente.

Il commissario conosceva Arturo da sempre, il padre vendeva il pesce più fresco del lungomare − e non gli aveva mai dato una fregatura. L’aveva visto crescere e diventare bello e forte e molto più bravo del padre con le parole. E adesso se lo trovava davanti in quella stanza scura, come un criminale, con gli occhi spenti e le spalle incurvate. Con un «Vatti a prendere un caffè» e un gesto della mano congedò il collega. Le urla del mare gli sembravano più feroci e doloranti man mano che avanzava il buio.

«Dov’eri stamattina presto, Arturo?»
«In barca, ho preso poco pesce e ci ho messo secoli a rientrare. Da solo»
«Arturo…»
«Me l’hanno ammazzata e lei interroga me. Strana la vita, non crede? Qualcuno la ruba e qualcuno la cede»
«Ascolta, ragazzo, eri anche tu innamorato di lei? È un bel pasticcio, qualcuno l’ha messa lì con le meduse e le stelle di mare. Qualcuno capace di farlo. E tu eri fuori, da solo, senza alibi. E l’amavi»
«Quella bellissima strega che era, certo, l’amavo molto. L’amavamo in tanti, ma era un problema? Chi è lei per dare un confine all’amore? Non è forse amore, amare il riflesso del sole sulla pelle, il brillio d’uno sguardo, la curva spietata che fa la schiena nell’inarcarsi? È tutto amore, come può pensare di limitarlo a uno soltanto? Era questo che diceva»
«Ragazzo, sei confuso e sei sconvolto. Vai a casa e non lasciare il paese. Cercherò di cavarti da questo guaio»
«Non può. Non credo che nessuno possa. L'amavo e l'ho persa. Non si può lasciare andare qualcosa che s'è perso per colpa di nessuno. La mia maledizione, commissario, sarà la mia maledizione»

Il commissario stava accendendo un'altra sigaretta, mentre Arturo si alzava e andava via, con una lentezza ingiustificata. Lo guardava e pensava che ci si può trasformare in un solo istante, che la bellezza si dipinge sui volti e può sciogliersi in meno d'un battito di ciglia, che Arturo era entrato se stesso e usciva qualcun altro. Che ingiusto motore è l'amore – pensava – e che ingiustizia è la vita.

Arturo aveva trovato Lumen fuori dal commissariato e s'era specchiato nel suo sguardo. Lei ch'era un raggio di sole anche di notte, sempre fiorita, stava immobile all'angolo, spenta come un lampione. Mentre gli si faceva accanto e lo seguiva silenziosa, lui riusciva a sentirle il profumo della pelle e lo scricchiolio delle ossa. Erano in riva al mare, di nuovo. Quell'anima persa che è il mare. Solo nella sua enormità, tagliato dalle navi e punto dagli uccelli, bucato dai bagnanti e dalle boe, dalle trivelle e dalle piattaforme petrolifere. Colui che ricopre il mondo e affoga i marinai, che custodisce negli abissi i mostri più antichi e le leggende più affascinanti. Pensavano queste cose, entrambi, in modi diversi. E pensavano alla morte.

«Sei stato tu, quindi?»
«No, io la volevo quanto te»
«Tutti la volevamo. E ognuno la voleva per sé. Non puoi amare tutto il paese e pensare che non ci sia uno che ti vuole per sé soltanto»
«Ma lei non sapeva essere di uno soltanto. E adesso non è più di nessuno»
«E adesso?»
«Adesso vieni a casa»

Ci sono molti modi per riprendere colore e lei lo seguì, in quel grigio di mare e di pioggia che si era annuvolato nel suo mondo. Sophia li guardava da lontano. Accanto alla caviglia nuda le ruote di un trolley. Perché restare in un posto del genere? S'era raccontata molte cose, mentre, nel calore della vasca da bagno, cercava di uscire dal terrore che l'aveva presa davanti a quel cadavere d'amante. Ci sono tanti mari e tanti amanti per il mondo, s'era detta. E tante spiagge assolate e milonghe e persone felici e luminose. Avrebbe voluto salutare qualcuno, Lumen e Arturo magari, forse Marina o quel buffo Lucio, che la guardava mentre provocava Ofelia in biblioteca, ma si stava lasciando prendere da quella malinconia che può solo crescere. In un attimo ebbe paura di non partire e allora partì.

Il mare urlava di dolore e si dibatteva furente. I marinai si affaccendavano per portare le barche lontano dalla riva. La tempesta ormai infuriava e i canti delle sirene s'inabissavano.

***

Lucio,
Ti scrivo dall'altra parte del mondo. So che hanno assolto Arturo pochi giorni fa e nessuno cercherà più colpevoli. Ti scrivo perché so che non parlerai con nessuno, ma se anche lo facessi non potrebbero trovarmi.

Lei era l'amore, lo so. E feci molta fatica ad assecondarla, perché l'amavo anch'io. Forse più di tutti l'amavo. Venne da me e mi chiese di seppellirla, quella notte in laboratorio. Mi guardò, sorrise, e mi chiese di seppellirla. Era malata di qualcosa che la stava divorando, mi mostrò una piccola macchia nera sotto il seno, poi cominciò a tremare, in quel bel vestito bianco troppo leggero. Mi diede istruzioni precise su come legarle stretto il nastro intorno alla vita e alle braccia prima del rigor mortis. Mi diede un barattolo con due stelle marine, mi baciò in fronte e disse che il mare l'avrebbe salvata. Io tremavo già più di lei e cercavo di dire qualcosa, ma continuavo a ingoiare le mie stesse parole e i conati. Poi sbiancò, si accasciò e cominciò ad avere le convulsioni. Non ebbi nemmeno il tempo di capire che già era morta, sul pavimento del mio laboratorio. Veleno, sì, la polizia non l'ha mai svelato.

La portai fuori, mi sembrava di avere la forza di un uomo. Feci quello che mi aveva chiesto, la misi nella vasca, le legai le braccia. Poi le posai le stelle sui palmi, perché non potessero scappare. Mi immersi e presi le meduse che si avviavano alla fine dell'inverno. Io so come fare senza che mi pungano. Faceva molto freddo, la lasciai solo per il tempo di cambiarmi. E poi la vegliai contro la tempesta, ma il mare sembrava lamentarsi per me. Era quasi l'alba, avevo poco tempo prima di dover chiamare qualcuno.

Mio Lucio, si può vivere con un segreto simile? Io non potevo più e sono andata via anche da te. Dall'unico uomo che capisse con uno sguardo l'animo umano. Non saprò mai perdonarmi per questo. Non saprò ritrovare il suo e il tuo amore.

Parto ancora, non cercarmi. Ho visto il raggio verde, quella mattina, e ho sentito le sirene.

Marina


  1. Mediterraneo, Gino Paoli.
  2. Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio De André.
  3. Sea Song, Robert Wyatt.
  4. Aghia Sophia, CCCP.
  5. Sassi, Gino Paoli.
  6. Da La Tempesta, William Shakespeare.
  7. Worthless, Bosnian Rainbows.

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