Il Fermaglio di Marlene e L'Ammazzasonno

Il Fermaglio di Marlene e L'Ammazzasonno

Vittorio nell’auto spenta, le dita gli giocherellano col fermaglio di Marlene. Un vicolo del centro, il buio del lampione giustiziato a sassate, una pioggia tagliata in filamenti leggeri. Un flash di fari in corsa. Le gocce che si schiantano, sempre più grosse, sulla lamiera.
Il cerchio rosso di una sigaretta gli accende uno sguardo obliquo, mentre un secondo uomo sale sul sedile posteriore.

Marlene.
Lei era stata il suo primo campo di sterminio, prolifico e imprevisto: quindici anni, uno sguardo color corteccia, assente eppure accesa di esplosioni nucleari e supernove brillanti. Lo avevano chiamato due genitori disperati, contadini e allevatori, ché già i suoi sogni stavano infettando la fattoria. S’era detto che sarebbe stato un lavoretto facile, una cosa da nulla, e aveva accettato, novello del mestiere, con uno zelo da far invidia a un chierichetto alla prima messa.


Vittorio l’aveva trovata seduta a gambe incrociate sul suo letto. Sullo sfondo di un enorme poster-copertina di Ummagumma c’era lei, con quegli occhi d’albero accesi di cataclismi, la bocca socchiusa che soffiava ombre e le dita sottili, poggiate sulle ginocchia, che tamburellavano ritmicamente.

«Da quanto è qui?», aveva chiesto, senza troppe cerimonie, a una madre in lacrime e a un padre che continuava a portare il forcone con sé, ovunque.
«Giorni! Sembra quasi non abbia bisogno di mangiare, bere, o…», aveva risposto la madre, prima di abbandonarsi a una lamentosa litania.
«Quanti? È importante che siate precisi!»
«Tre giorni e quindici ore da che l’abbiamo trovata, per Dio!», aveva sbottato il padre, con la voce rotta più dal timore dell’ignoto che dal dolore.
«Bene. Silenzio, ora. Datemi qualcosa di suo»

E quelli tacquero, impregnati del puzzo della stessa paura che li stava paralizzando, e gli diedero un fermaglio ovale di madreperla, con intarsiati al centro lo yin e lo yang.
Lui, nella foga della prima volta, aveva affrontato di petto il subconscio della ragazza. Aveva potato gli alberi che germogliavano patatine, estirpato i revolver che crescevano nell’orto e schiacciato gli orologi rotti sulle 3:06 che strisciavano nella serra. Aveva spostato il telefono di bronzo parcheggiato nell’aia, aveva fatto a pezzi i fantasmi che la abitavano, spaccato il cranio a ogni incubo, cavato gli occhi ai compiti in classe, spezzato le braccia a tutti i tradimenti delle amiche. Aveva squartato a mani nude ognuna delle sue paure e fatto lo scalpo con i denti alle due tragedie della sua vita. L’aveva anche liberata dei suoi soprannomi, schiacciandoli sotto il tacco e gustandosi lo scricchiolio dei carapaci che si schiantavano. Aveva sentito una sorta di orgasmo crescergli nello stomaco e montare. Il piacere dell’omicidio, per quanto onirico, aveva cominciato a muoversi dentro di lui, premendo contro la cassa toracica per espandersi. Vittorio aveva perso il senso della misura e Marlene aveva quasi perso il senso del sogno.
Si era fermato un attimo prima di spezzarla, si era asciugato la saliva rabbiosa che gli tagliava il labbro a metà, e l’aveva svegliata con la dolcezza con cui si svegliano le amanti al mattino. Aveva cancellato il rivolo rosso che le decorava la narice, prima di andare via.

Era stato subito dopo Marlene che si era diffusa l’epidemia di «Morfeo Malato». Ne avevano parlato tutti i media:

[…] Si tratta di un virus capace di agire sull’attività onirica animando i sogni e diffondendoli sul piano reale. Ad oggi nessuna cura ufficiale scientifica è stata trovata. È stato accertato che il virus si esaurisce con l’esaurirsi dei sogni del soggetto infetto, sebbene questo implichi la perdita definitiva dell’attività onirica nel soggetto stesso.
Il Governo consiglia la massima cautela e cura dei malati: bisogna nutrirli e accudirli fino alla morte del virus, perché alcuni casi di studio si sono protratti per settimane, debilitando quasi a morte i soggetti.
ATTENZIONE: si raccomanda di lasciare i malati da soli non appena ricominciano a parlare. Il virus, infatti, si diffonde subito prima dell’esaurimento della fantasia onirica del soggetto infetto. […]

La medicina ufficiale si era arresa, quindi, ma come si poteva chiedere agli esseri umani di vivere una vita senza sogni? E qui i suoi incarichi di ʽAmmazzasonnoʼ abusivo erano aumentati esponenzialmente, portandolo a ʽoperareʼ in tutto il paese, lui e gli altri immuni impietosi. Gli piaceva. Era un lavoro di distruzione lenta e sistematica e gli piaceva. Quella sfilata di idee abortite e desideri malcelati, di paure inconsce e tragedie addensate da spappolare era il suo pane, la sua salvezza e la sua redenzione. Gli aveva sfamato l’anima e il corpo per dieci anni.

Il virus, intanto, aveva raggiunto il suo apice durante le fasi acute del ʽGrande Sonnoʼ e del ʽMare di Incubiʼ, addormentando intere città, trasformando le case in mausolei di dormienti e le strade in musei dell’orrore a cielo aperto. Molte vite si erano spente prima che i meno fantasiosi riuscissero a riprendere coscienza, prima che gli svegli potessero prendersi cura di chi non si svegliava. I ʽMonattiʼ, squadre organizzate di becchini, anch’essi baciati dall’immunità, avevano cominciato a operare proprio durante la fase del ʽGrande Sonnoʼ, scandagliando i palazzi e liberandoli di chi non avrebbe più sognato nemmeno ad occhi aperti.

E adesso c’è quest’uomo. Vittorio sa che è l’ultimo caso di ʽMorfeo Malatoʼ del paese.
Il mozzicone rosseggia un’ultima volta, poi un salto dal finestrino. Nella tasca uno scivolare antico di madreperla. La pioggia rabbiosa. Un lamento del motore e pareti scrostate cominciano a scivolare ai bordi dell'auto. Mentre guida nel vicolo della città morta, che ha accuratamente scelto per l’operazione, una solitudine di assassino gli morde lo stomaco. Si affaccia, sugli orli sfilacciati della sua mente, una domanda silenziosa: e quando non ci saranno più sogni da uccidere?
La scaccia come un insetto, scende dall’auto e conduce Mr. Wakening prima su per le scale e poi nella soffitta che ha allestito. L’ultima evoluzione del virus, quella che ha eliminato il contagio, attacca i soggetti senza addormentarli: cava loro i sogni da dietro le orbite e li mantiene lucidi per giorni, in un costante stato di insonnia, a fronteggiare le bestie e le fate della loro fantasia.

La soffitta puzza di muffa e di qualcos’altro. È illuminata da candele – poche, perché la corrente è stata tagliata a tutta la città. Una dormosa di inizio secolo troneggia al centro della stanza, dove il soffitto è più alto. Le finestre cieche, la carta da parati che pende come le guance delle vecchie.
Mr. Wakening si stende docile sul divano impolverato e si lascia sedare. Prima di lasciarsi andare all’oblio, si lascia sfuggire un sospiro carico di una settimana di veglia.

Vittorio entra in un sonno umido e denso e si ritrova al buio, coi piedi a mollo. In lontananza il ritmo di una goccia che continua a cadere da sempre, per sempre, nello stesso punto. Appena i suoi occhi si abituano all’oscurità, ma forse un attimo prima, Vittorio è in una grotta. La purezza del luogo è disarmante: la camera di roccia risplende dei riflessi blu-azzurro che danzano sulle pareti, senza dare un’indicazione precisa di dove cominci e dove finisca il soffitto. Tappeti persiani galleggiano sull’acqua bassa e fuori, da qualche parte, infuria una tempesta.
Su uno dei tappeti giace, addormentata, una donna dalla figura tanto bella quanto confusa. Tutto il corpo risuona del ritmo del suo respiro, si gonfia e si sgonfia piano. Anche se è poca, sembra che la luce filtri attraverso la peluria delle braccia, illuminandole la pelle come un tramonto d’acqua. Per un momento e un po’, Vittorio perde la brama d’uccidere, si lascia tentare. Un po’.
Poi un rumore indefinito lo fa voltare di scatto. Uno sfogliare in tutte le direzioni, stormi di carta che ricadono, infrangendosi in mille pezzi, sulla trasparenza dell’acqua. Una fotocopiatrice. Sta stampando follemente, sparando i fogli in ogni direzione. Vittorio ne afferra uno al volo, inarca un sopracciglio, lo legge ad alta voce: «Noi vediamo il mondo precipitando nella tromba delle scale».

Lei è in piedi al centro del lago – o è mare? È sale questo? −, i piedi nudi sul tappeto, il corpo, più nudo ancora, rivestito di riflessi turchese. Ha una bilancia nella mano destra, una bottiglia di rum nella sinistra. Sulla chioma bruna una corona d’alloro e una penna di fagiano.
E parla con una voce che non è di donna e non è di uomo:
«Quello è il calendario degli ultimi giorni»
Vittorio la ignora, la incalza:
«Sei tu la pietra che sostiene tutto questo?»
Ma lei, sibillina:
«Ma qual è la pietra che sostiene il ponte?»
Vittorio conosce la storia. L’ha letta molto tempo fa in un libro caro e la ricorda come una carezza di madre, parola per parola. Così risponde:
«Il ponte non è sostenuto da questa o quella pietra, ma dalla linea dell’arco che esse formano».
Lei ruota leggermente il capo e, per un attimo, sembra un rapace incuriosito. Risponde metallica:
«Perché mi parli delle pietre? È solo dell’arco che mi importa».
Vittorio non si meraviglia che i suoi passi nell’acqua non producano rumore. Risponde che le è già addosso:
«Senza pietre non c’è arco».

Eliminare l’'arco spetta a lui. Trattiene il fiato come un arciere, si tende, attacca. Le spinge il sorriso nel cranio col fermaglio di Marlene ed il sogno gli si sgretola in mano, come argilla bagnata.
Per un secondo assapora quell'ultima scintilla di lucidità che gl'illumina il pensiero, quel barlume che aveva sempre marcato il confine fra il professionista e l’assassino. E la spegne.
Prima che Mr. Wakening possa svegliarsi, ora che sta godendo del primo sonno dopo la lunga veglia, prima che uno solo dei suoi muscoli possa sbocciare d’istinto e fiutare il pericolo, proprio ora, Vittorio gli pianta nel petto la stessa arma con cui l'ha appena guarito. Poi resta a guardare i fiori rossi che germogliano dal petto dell’uomo cui ha restituito il sonno. Resta a guardare le rughe sulle palpebre. Resta a guardare il brillio di madreperla, lo yin e lo yang, il bene dentro il male. Il fermaglio di Marlene.

 


  • Da La giornata d’uno scrutatore, Italo Calvino
  • Da Le città invisibili, Italo Calvino

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