La Confraternita dell’Infinito

La Confraternita dell’Infinito, Fascicolo 02

L’odore di Menta

Rapporto xx/xxx protocollato nello scriptorium del monastero di S. Xxxx da Xxxx

Durante il IX turno, dirigevo il mio aeromobile Apis I per un volo di ricognizione sul II gradu del VI quadranta con a bordo fra’ Giosuè da Xxxx, al suo primo volo come mio secondo. Come da rapporto della squadra di terra avvistavo un Mantas interamente emerso che iniziava da subito ad assumere un comportamento anomalo, sviluppando sul suo dorso un’escrescenza carnosa che si rivelava essere un Gladius. Al terzo volo radente il Gladius era già passato dallo stadio larvale allo stadio adulto. Come se non bastasse questa singolarità esobiologica, la nuova struttura simbiontica Mantas-Gladius manteneva le capacità d’irradiamento isotopico Alpha, caratteristiche della specie Mantas. Comunicavo al C.C. III la mia volontà di abortire la missione per due ragioni: avevo un novizio a bordo e l’Apis I non era equipaggiato per affrontare un Gladius. Nonostante lo stadio adulto della metà Gladius del simbionte, l’obiettivo non accennava ad assumere il tipico comportamento aggressivo della sua specie. Il C.C. III negava l’aborto della missione e mi ordinava di tenere il velivolo a distanza di sicurezza. Il mio unico errore era credere che il movimento circolatorio dell’obiettivo coincidesse per puro caso con la rotta ellittica che stavamo percorrendo. Non era un caso. Mi ritengo persuaso a catalogare nell’esoetologia del soggetto la sua capacità di puntamento e percussione sul bersaglio, comportamento mai riscontrato nella specie Gladius che, vorrei ricordare, si avvale dell’attacco fisico a contatto. Venivamo investiti da un torrente isotopico scaturito dalla punta del simbionte. Le stesse radiazioni emesse dalla specie Mantas conosciute in letteratura, che deduco siano state prodotte dalla parte Mantas del soggetto, primo caso nella storia, vennero convogliate attraverso la parte Gladius e colpivano in pieno il mio aeromobile. Accertatomi subito delle condizioni dell’Apis I e della mia struttura aumentata, e dopo aver riscontrato che questo attacco a distanza non aveva prodotto danni significativi, mi assicuravo subito dello stato fisico del mio secondo che, ripeto, al tempo della missione era un novizio e quindi non aveva ancora ricevuto il dono del santo miglioramento delle carni. Il mio copilota presentava uno stato catatonico e non rispondeva ai miei richiami. Riportavo il velivolo alla base e fra’ Giosuè in infirmarium. Ritengo doveroso sottolineare che lo stato del novizio non presentava le tipiche caratteristiche di chi è esposto a radiazioni Mantas, ma di questo farà più esaustivo rapporto il monaco infirmario incaricato. Fine Rapporto.

Fratello Isacco, Magister novitiorum.

Dove sono? Nella mia cella? Sì. Ne riconosco ormai ogni minima sfumatura. Le ore passate sull’inginocchiatoio di fronte all’icona del frate volante, san Giuseppe da Copertino, i giorni di penitenza che gravano sulla scrivania e questo letto che mi ha conosciuto solo allo stremo delle mie forze. Questo mio soffitto. A pensarci bene, non ho mai indugiato nessun momento di questi sette anni a fissare questo soffitto. È l’unico spazio di questa cella che mi è sconosciuto. Non ne riconosco le crepe. Non ne riconosco le tinteggiature. Quante cose ancora non conosco? È giusto porsi queste domande? Il capo chino per devozione, per rispetto e la gioia del giusto, il porto salvifico della Provvidenza. Alzare il capo per sfrontatezza, per arroganza e il terrore del dubbio, il mare burrascoso dell’ignoto. I demoni che sussurrano nel buio fanno vacillare l’ago di questa bilancia. E mi si stringe il cuore.

L’ultima cosa che ricordo dell’evento che ha causato questa mia degenza è quell’inconfondibile odore di menta mentre quell’abominio mi fissa e mi violenta l’anima. Poi il buio. E in fondo a quell’oscurità, un infante. Lo stesso infante del mio sogno di anni prima. Ma questa volta si placa e mi fissa con occhi innaturalmente sicuri. E vengo inghiottito da quelle due gole d’abisso e mi risveglia questo mio soffitto.

«Ti trovo bene, fratello Giosuè. La febbre è sparita e le condizioni si sono stabilizzate» Il volto giocondo di fra’ Gualdino mi destò dai quei pensieri con fare rassicurante e incoraggiante, e un ricco stufato risvegliò il mio appetito, effondendo i suoi profumi nella stanza. Il frate infirmario era entrato nella cella e mi guardava con occhi grandi e brillanti.

«Ora proseguiremo con la profilassi di medicine e iniezioni anti-contagio e potrai uscire dalla semi-quarantena e tornare a volare in men che non si dica!» Spesso mi attardavo nell’infirmarium, disquisendo animatamente con quel frate dall’aria paterna. Mi trovai subito a mio agio con lui e sin dal primo momento mi sembrò di conoscerlo da sempre.

«Grazie, fra’ Gualdino. Sono già arrivati i risultati delle analisi? Si può sapere cosa mi ha fatto quell’essere immondo?» Mi alzai sui gomiti e dissi: «Come sta padre Isacco?», senza riuscire a trattenere un tono preoccupato.

«Calma, calma, ragazzo, quante domande! Non c’è motivo di preoccuparsi. Padre Isacco sta bene, Dio è con lui» Con movimenti agili il frate mi rimise in posizione supina e mi alzò la manica destra del saio. Mentre estraeva da una valigetta una siringa e una fiala contenente un liquido trasparente, e con mani esperte preparava il siero che mi aveva somministrato negli ultimi giorni, proseguì:

«Rispondiamo con ordine. Le analisi sono arrivate, ma siamo a un binario morto. Non sono in alcun modo dissimili da quelle di una qualsiasi persona irradiata da un Mantas. Ma gli effetti sono stati profondamente insoliti: nessuno è mai caduto in uno stato catatonico paragonabile al tuo. Per tre giorni hai mantenuto un’estrema tensione muscolare su tutto il corpo e uno sguardo fisso che ci ha fatto pensare al peggio. Poi, finalmente i tuoi muscoli si sono distesi e siamo potuti intervenire con una cura clinica di mantenimento» Mentre mi ricordava quello che mi era successo, con gesti automatici riponeva la siringa e mi porgeva il vassoio. Ringraziammo il Signore e iniziai a mangiare. Nonostante tutto non avevo perso l’appetito. Rimasi in ascolto.

«Ripeto: sei sempre stato in buona salute e le radiazioni che ti hanno colpito non erano eccessive. L’unica spiegazione plausibile al tuo comportamento, mi duole dirlo, è di carattere psicologico. L’ultima parola spetta a padre Marco», e questa volta neanche la sua proverbiale giocondità riuscì a nascondere una nota di preoccupazione. «Dovrai sottoporti a delle sedute di analisi per capire cosa ti è successo. Ma non preoccuparti, ragazzo, è per il tuo bene. Dio è con te», e, dicendo questo, mi accarezzò una guancia e mi regalò un sorriso sincero che sciolse ogni tensione. La profonda conoscenza in un volto eternamente radioso: questo era il nostro monaco infirmario.

Mi porse un bicchiere d’acqua. «Prendi fiato, figliolo: se continui così non sentirai nemmeno il sapore. Tornando al discorso riguardo a padre Isacco, mi sento in dovere di dirti che è stata indetta un’adunanza nella Sala Capitolare. Data l’eccezionalità del vostro avvistamento, l’abate ha richiesto una discussione con i padri superiori, e sicuramente ti chiameranno a deporre per un rapporto verbale. Non fare quella faccia! So che per te è la prima volta, ma non sarà niente di più di una chiacchierata e con te ci sarà padre Isacco. Vedrai con i tuoi occhi come gode di ottima salute quel gigante buono e sarai finalmente più tranquillo!» Con quest’ultima frase riuscì a strapparmi una risata che rinfrancò il mio spirito. Da troppo tempo non ridevo così serenamente.

Presi le pillole con un altro sorso d’acqua e fra’ Gualdino, dopo aver raccolto le stoviglie, si diresse verso l’uscio. Continuando a sorridere, disse: «Mi congedo con una buona notizia: tra un paio di giorni potrai tornare al refettorio e alle mansioni comuni insieme ai tuoi fratelli novizi. Che la pace sia con te». Stava per uscire, quando si fermò di colpo sulla soglia, si girò e tirò fuori da una manica del saio quella che sembrava una lettera. Me la porse, dicendomi: «Quasi dimenticavo! Questa è da parte di frate Giacomo. Si è tanto raccomandato di fartela recapitare e io me ne stavo quasi dimenticando. Com’è che dite voi, lassù? Semper Laudetur!», e, con una grassa risata, uscì.

Prima di aprire la lettera, sentii una fitta alla base della nuca e per un attimo mi si parò davanti agli occhi il volto dell’infante del sogno. Questa volta aveva un sorriso innaturale. Durò tutto meno di un attimo, poi scomparvero sia il dolore sia la visione. Rivivere la mia esperienza attraverso le parole di fra’ Gualdino mi aveva sicuramente suggestionato. Aprii la lettera alla ricerca di distrazione. E serenità.

Fratello Giosuè,

Spero che questi giorni di solitudine nella tua cella siano pieni della grazia del Signore. Parlo a nome di tutti i fratelli novizi: aspettiamo con ansia la tua guarigione e benché siano tutti in apprensione per il tuo stato di salute, non peccherò di presunzione sostenendo di esserne il più preoccupato. Ho visto tutto. Ero lì fuori con te. Come sai, sono entrato nelle truppe di terra di fra’ Girolamo e quella sera era la mia prima uscita, come per te lo era quel volo di ricognizione. Mentre facevamo i nostri rilevamenti ho visto arrivare l’Apis I di fra’ Isacco. Sapevo che eri lì sopra. Ne avevamo parlato per giorni. Ero euforico come penso lo fossi anche tu. Poi, la catastrofe. Quella cosa vi ha attaccato e ho visto schizzare via il velivolo in direzione dell’eremo. Credo che la catena di comando si sia inceppata a causa del vostro incidente, perché non abbiamo più ricevuto l’autorizzazione a ripiegare. Eravamo ancora in prossimità dell’obiettivo quando è arrivato frate Giovanni. Un rumore assordante e la figura del Neo-Malleus, il titanico angelo vendicatore, ha oscurato il cielo. I nostri cuori si sono infiammati, dimentichi di ogni affanno. È proprio vero quel che si dice: vedere quel colosso di ferro e acciaio purgare il maligno, cancella ogni dolore. Avrei voluto fossi lì con me ad ammirare la grazia e l’armonia delle sue movenze. Con rinnovato ardore, fra’ Girolamo guidava i nostri canti gloriosi che scandivano ogni colpo del suo maglio e si innalzavano al cielo, rendendo grazia a Dio per averci donato il miracolo del Nephilim. Nell’estasi della preghiera, per un attimo mi è sembrato di vedere quel volto di automa muovere la bocca all’unisono col nostro coro, mentre strappava il Gladius dal dorso del Mantas e con una mano frantumava il suo falso cranio come fosse una noce. Poi, il silenzio. Un’irreale immobilità ha avvolto il suo corpo, mentre la falce di luna ne illuminava le cromature, rispecchiandosi nella croce d’argento che troneggiava sulla sua fronte. Nella sinistra il maglio, che poggiava a terra. Il palmo della mano destra, che prima aveva ridotto in frantumi il Gladius, era teso davanti a sé. Il capo chino, come a osservarne il contenuto. Per un attimo mi è sembrato di scorgere in quella titanica mano il corpicino di un neonato circondato da un’irreale luce verde. Non so per quale strana associazione di idee, ho pensato subito a te e allo strano sogno che mi confidasti tempo fa. A quel punto le placche pettorali dell’automa si sono aperte, la sua mano si è avvicinata, come a deporre qualcosa al suo interno, e il portello si è richiuso. Con un tuono dei propulsori, fra’ Giovanni ci ha riportati alla realtà e, nel tempo in cui ci siamo ridestati dalla stasi forzata, il Neo-Malleus era già alto nel cielo notturno.

Ho ponderato a lungo se fosse giusto metterti a parte di quanto ho visto quella sera, se non fosse semplicemente follia condividere con te quella visione. Ma qualcosa mi spinge a pensare che devi saperlo. Forse è un messaggio solo per noi, e noi soltanto siamo gli eletti ai quali il Signore ha inviato questi misteri che, con fede ferrea, un giorno capiremo.

Perdonami se queste mie righe possono aver in qualche modo risvegliato dei ricordi che vorresti dimenticare, ma sappi che non sei solo contro le orde del Maligno. Io sono con te, e con noi c’è Nostro Signore.

Semper Fratrum Tuus, Giacomo

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