La Confraternita dell’Infinito, Fascicolo 04

L'ascesa di Ubertino

Nessuno ha mai messo in dubbio che l’arguzia sia un dono di Fratello Giacomo, ma ora si andava oltre i limiti della chiaroveggenza. Come sapeva che non avevo raccontato interamente il mio sogno a Padre Marco, l’infirmario psicologo?
Dopo aver letto l’enorme stupore sul mio volto, il suo sorriso si è fatto ancora più giocondo, se mai fosse possibile, aggiungendo una sfumatura di soddisfazione alla vasta gamma di gradazioni emotive che sa mostrare con il suo viso, cosa in cui è un maestro indiscusso. Non ha aspettato la mia domanda oltre, anche perché mi si è incontrovertibilmente arenata in gola.

«Ricolloca pure la tua mascella nella sua sede d’origine. Non sono un veggente o un mago come forse starai pensando, semplicemente ho buon udito e so leggere oltre gli sguardi. Siediti e presta attenzione, ti conterò come ne sono venuto a conoscenza» Non potevo fare altrimenti, la mia curiosità eseguiva i suoi ordini alla lettera trovando difficoltà solo nel riposizionare la mandibola nella sua giusta collocazione.

«Ero in refettorio e stavo svolgendo le nostre classiche mansioni da novizi, servire i pasti e rassettare i tavoli, quando ho visto Padre Isacco, che aveva già finito di mangiare, avvicinarsi a Padre Marco che si stava attardando al tavolo, intento a rimettere a posto dei carteggi che gli erano scivolati dalla cartella che porta sempre con sé. Non ho fatto caso alla cosa ma sono stato calamitato dalla loro discussione quando Padre Isacco ha fatto il tuo nome chiedendo delle tue condizioni all’infirmario. La domanda mi ha incuriosito doppiamente. In primo luogo non immaginavo che stessi facendo delle sedute di analisi e in seconda istanza mi sono stupito dalla facilità con cui Padre Isacco infrangeva la Regola del nostro Ordine di non poter parlare dei propri uffici e incarichi nel refettorio»

Il racconto si faceva ancora più interessante. Perché Padre Isacco rischiava un provvedimento disciplinare solo per avere notizie sul mio stato? Giacomo ha proseguito il racconto: «Ho pensato che il suo interesse andasse ben oltre le tipiche cure che dovrebbe avere un maestro per i suoi novizi, ma senza malizia ho creduto semplicemente che Padre Isacco ti avesse molto a cuore e, fingendo più zelo del dovuto nella mia mansione, sono rimasto in ascolto. Anche Padre Marco era visibilmente stupito dalla domanda ma, contro ogni mia aspettativa, si è guardato intorno con circospezione e lo ha rassicurato sommariamente sul tuo stato di salute e ha accennato al tuo sogno». Almeno Padre Marco se l’era bevuta. Ha continuato: «La curiosità di Padre Isacco era contagiosa e mentre lui chiedeva i dettagli del sogno, io allungavo le antenne, forte del fatto che il tuo sogno ricorrente già lo conoscevo bene, morendo dalla voglia di cogliere le loro reazioni alla singolare visione dell’infante dall’odore di menta. Ma quando Padre Marco ha illustrato l’immagine di un infante, spiegando però che si trattava di te accoccolato tra le braccia della Vergine Maria, fermandosi forse solo a una prima parte del sogno che immagino mi avessi taciuto per pudore, sono stato io il solo a rimanere stupito, tanto da non riuscire a controllare i miei riflessi; ho fatto cadere un piatto e sfortunatamente Padre Isacco ha scoperto che li stavo ascoltando». Qualcosa era andato storto, lo sentivo. «Ma la cosa non ha scomposto per niente il nostro Maestro, anzi sembrava che avesse sempre saputo che stessi origliando. Mi ha guardato bonariamente e con un cenno del capo mi ha detto di fare attenzione. In un attimo ero fuori dalla portata dei loro discorsi, diventati ora molto affrettati, e in breve tempo i due frati sono usciti entrambi dal refettorio»

Ho tirato un sospiro di sollievo: «Pensavo che fosse andata peggio. Alla fine non è successo niente di strano e hai saputo della mia mezza verità per puro caso!». Ormai mi ero tranquillizzato e avrei potuto continuare a tener nascosto ai nostri superiori il mio segreto.

«Aspetta!», aveva aggiunto Giacomo. «Non è finita qui!» E subito una scossa lungo la schiena mi ha riportato ai timori iniziali.

«La curiosità di sapere perché avessi nascosto il seguito del tuo sogno a padre Marco si sommava alla voglia di vederti ed entrambe si riflettevano sul mio passo, più spedito del solito, ma mentre mi stavo precipitando da te, dopo essere sceso in tutta fretta dal piano del refettorio verso il dormitorio dei confratelli, lungo il corridoio che porta alle celle dei novizi ho incontrato Padre Isacco, e non credo sia stato per caso. Appena l’ho visto, prima di fargli dire qualsiasi cosa, mi sono scusato per aver origliato e gli ho spiegato di averlo fatto solo per apprensione: volevo avere tue notizie a ogni costo. Con uno sguardo più che comprensivo mi ha detto che altri frati non sarebbero stati così indulgenti, poi ha capito subito la domanda che mi stava girando per la testa e ha risposto prima che riuscissi a formularla. Essendo l'ecclesiastico in comando sull'Apis I, nonché capo squadra pro tempore dei piloti dell’eremo, era suo diritto sapere delle tue condizioni psicofisiche, e questo diritto andava ben oltre le ordinarie limitazioni della Regola. Mi sono sentito fortemente in imbarazzo» Tipico di Giacomo: quando la sua sicurezza è ormai consolidata, ecco che si mostra in tutta la sua fragilità. «Non avevo detto una parola, ma mi sentivo come se avessi messo in dubbio, in qualche modo, i suoi Voti. Mi sono scusato cerimoniosamente e ho cercato di svicolare il discorso il più velocemente possibile, ma lui non sembrava accusatorio, anzi, con una serenità che non sembrava di questo mondo mi ha congedato con queste parole: “Porta i miei saluti a Giosuè! Purtroppo le mie mansioni non mi concedono tempo a sufficienza per poterlo andare a trovare ma digli che ci rivedremo presto: l’Adunanza è vicina. Digli anche di non temere i sogni perché un saggio pagano una volta disse che il sogno è l’infinita ombra del Vero”»

Questo è quanto mi ha riportato Giacomo su quello che ha sentito e gli è stato riferito oggi da Padre Isacco, e rileggerlo ora è cosa tutt’altro che tranquillizzante. «Non credere di essertela scampata! Perché non hai raccontato il vero sogno a Padre Marco? Spero che non sia colpa di quello che ho scritto nella lettera che ti ho fatto recapitare da Fra’ Gualdino. Non vorrei che io possa averti influenzato, raccontandoti dello strano bambino avvolto da una nube verde rinvenuto e raccolto dal Neo Malleus e suggerendoti una possibile associazione con l’infante dall’odore di menta della tua visione onirica» Sono rimasto in un silenzio imbarazzato, ma lui ha continuato: «Non voglio che questa rimpatriata si tinga di malumore, voglio fidarmi della tua scelta, e credere che ci sia un motivo valido per non rivelare ancora la verità che Nostro Signore ci ha chiamati a custodire. Promettimi solo che, quando sarà il momento, tutti sapranno quello che c'è da sapere» Ho annuito senza commentare, ma ancora non so se l’ho fatto con la speranza di cambiare discorso, o semplicemente per aggiungere una voce alla mia grama, e poco invidiabile, lista di menzogne.

Fosse stato per me, sarei rimasto in cella a rimuginare sull’accaduto ed espiare le mie colpe, ma Giacomo mi ha dato uno scossone e siamo corsi in refettorio. Il racconto ci aveva assorbito così tanto che avevamo perso il senso del tempo, e quella che avrebbe dovuto essere la mia prima uscita dopo la convalescenza, una bella passeggiata per rivedere l'eremo e i miei confratelli novizi, era diventata invece una corsa a precipizio. Tutto ciò, comunque, non intaccava la magnificenza dell'eremo, che si riapriva davanti ai miei occhi come un giglio celestiale e, come in un gentile cambio di scena, spazzava la lavagna dei miei pensieri da quel torpore meditabondo in cui per troppo tempo ero rimasto imprigionato con le mie elucubrazioni che, finalmente, rimanevano in questa cella in attesa di essere vergate su questo foglio in questa notte insonne.

È stato bello ripercorrere i corridoi, le scalinate e gli ambienti dell’eremo, e mi è sembrato di riviverli come se fosse la prima volta. Siamo passati sullo splendido camminamento, che porta dagli alloggi dei novizi alla scala per il piano superiore, dove sono ubicate le cucine e il refettorio, e ho avuto solo un attimo per affacciarmi sulla vallata che si stava beando degli ultimi raggi di sole che a loro volta si rispecchiavano sulla facciata della montagna dove l’eremo, come gemma preziosa, era incastonato. Sono bastati quei pochi istanti di sole vespertino per riempirmi di gioia e rendermi conto di quale luogo meraviglioso chiamo "casa".

L’eremo di Monte Marte è un complesso di edifici che comprende anche il monastero dell’abbazia, il ricovero per i pellegrini e altre costruzioni minori. Per non destare sospetti, i confratelli che ci avevano preceduti presero la saggia decisione di mostrare agli occhi del mondo questi edifici mentre continuavano a scavare, traforare e modellare il dedalo di tunnel e gallerie che custodiscono il Segreto e Santo Ufficio che il Signore ci ha chiamato a compiere. Gli edifici esterni sono solo delle propaggini, la punta dell’iceberg della base segreta che si snoda e si intreccia dentro e fuori la roccia viva, che dispiega le sue arterie per tutto il massiccio montano. Solo un ingegno ispirato dall’Altissimo avrebbe potuto concepire un tale prodigio e solo il sacro vigore dei santi frati fondatori avrebbe potuto realizzare un simile miracolo. È nell’eremo stesso che si palesa la Gloria, la Perfezione e l’Infallibilità di Nostro Signore in tutta la sua magnificenza.

Se si potesse analizzare architettonicamente la struttura dell’eremo, come in un’astratta visita guidata, partendo dalla parte più in vetta della montagna, troveremmo gli ingressi schermati che attraverso gallerie portano alle arnie a nido d’ape, postazioni di lancio e atterraggio per la nostra flotta. Scendendo più in basso, troveremmo il C.C., il Centro di Comando che coordina le operazioni e, nel piano sottostante, la biblioteca e lo scriptorium tecnicizzato. Queste strutture sono dotate di particolari vetrate a parete che permettono di vedere all’esterno e goderne, di conseguenza, la luce, senza che, con il loro aspetto di semplici pareti rocciose, siano visibili da fuori. Scendendo sempre più in basso verso i piedi della montagna, si trovano l’eremo, l’abbazia, i ricoveri, il refettorio e gli alloggi dei confratelli, intervallati da strette terrazze che si affacciano sulla vallata, fungendo da camminamenti. Di nuovo, poi, ci addentreremmo nel cuore della montagna per raggiungere le rimesse, le fucine e le sale macchine. Lo spaccato immaginario di Monte Marte appare come un termitaio gigante votato alla gloria dell’Immenso.

Infine, siamo giunti al refettorio. Ero convinto che non ci avrebbero fatto mangiare ai tavoli, perché il turno dei novizi era ormai passato, e quindi ero già persuaso di fermarmi subito in cucina e piluccare di buon grado qualche boccone insieme ai cucinieri. Quel testardo di Giacomo, però, ha voluto comunque proseguire fino al refettorio e, per una volta, la sua si è rivelata una scelta saggia, perché quella che ci si era parata davanti era una scena abbastanza singolare. Si era formato un capannello di persone che parlava animatamente e tra loro ho notato sia novizi che monaci ordinari che avevano tutti un’aria molto gioiosa, quasi di festa. In effetti si stava in qualche modo festeggiando l’ordinamento di un novizio e, fatto abbastanza inusuale, anche il suo imminente miglioramento delle carni.

Era un evento abbastanza raro che saltava dei passaggi di grado nell’iter classico di un monaco del nostro Ordine.

Ma non era tanto questa eccezionalità a infastidirmi, quanto piuttosto il fatto che la persona che avrebbe fatto il salto di grado fosse Ubertino.

Non è bene chiudere la cronaca di questa mia lunga giornata in questo modo, come non è salutare andare a coricarsi con la disposizione d’animo nella quale mi trovo ora. Soprattutto, so che non dovrei scrivere quello che sto per scrivere, ma la verità è che non riesco proprio a gioire di questa novità, anzi, non posso sopportare che sia lui, al mio posto, a fare il salto di grado. Che Dio mi perdoni.

Al Santissimo e Reverendissimo Abate Bonifacio dell’eremo di Monte Marte.

Milano, xx/xx/xx

Fratello mio, come stai?

Mi duole disturbare i Tuoi Sacri Studi e i Tuoi Uffici di Altissima Natura. Con profondo rammarico ho visto la nostra corrispondenza farsi, con gli anni, sempre più rara e sporadica, ma sono sicuro che quotidianamente Ti preoccupi della nostra pace spirituale e custodisci un posto speciale per noi nelle Tue preghiere, come noi riponiamo in Te la nostra devozione e lodiamo ogni nuovo giorno che il Signore ci concede, nella beatitudine di avere al nostro fianco un Santo ed Eminente uomo come Tu sei, che veglia per la nostra serenità, Fratello mio.

Pertanto, con questa mia spero di fare cosa gradita e allietare ulteriormente le Tue ore, e di maggior letizia riempire il Tuo cuore con buone nuove dalla nostra umile dimora che Ti diede i Natali e che continua a rallegrarsi dei Santi Uffici che Nostro Signore Ti chiamò ad adempiere. Nonostante l’Altissimo mi doni ogni giorno la forza di sopportare la nostra lontananza, e Tu sai quanto sia difficile per me resistere a tale privazione, non nascondo, in cuor mio, la speranza di ricevere al più presto Tue notizie in risposta a questa mia, e Ti prego umilmente di perdonare questa mia debolezza.

Ti siamo profondamente grati per le intercessioni che dall’Altissimo, attraverso Te, ci hanno aiutato a superare i nostri affanni terreni e hanno donato lustro e prestigio a questa casata. Con orgoglio di padre Ti porto inoltre a conoscenza degli eccellenti risultati che ha raggiunto il nostro pupillo Ubertino. Grazie alle Tue amorevoli cure, il Tuo affezionato nipote ha conseguito il massimo dei voti nell’istruzione secolare e sta conducendo una retta e diligente prosecuzione negli studi seminaristici.
Un mattino di primavera, quando ebbi la possibilità di incontrarlo durante una breve interruzione dei suoi studi, ristorati dall’ombra dell’olmo campestre che ben conosci e che continua a dominare l’ingresso del seminario che accolse Te prima di lui, il nostro Ubertino mi ha confidato tutta l’ammirazione che ripone nella Tua Illustre Persona e il desiderio di farsi Confratello del Tuo Ordine, seguire i Tuoi eminenti passi e la Tua insigne guida con devota umiltà, caratteristica che condivide con la Tua reverenda persona, e sincero entusiasmo, sano attributo della sua giovane età.

Fratello, perdona la sfrontatezza della mia richiesta, nata unicamente dal cuore di padre per il bene del proprio figlio, se mi trovo a chiedere alla Tua infinità bontà di accettare Tuo nipote Ubertino tra i Tuoi Accoliti. So bene quanto sia dura la selezione per entrare a far parte del Tuo Ordine, ma Ti prego di credere a queste parole di uomo, prima che di padre: troverai in Ubertino un piissimo ragazzo, che saprà primeggiare senza perdere la modestia ed eccellere senza scontentare la purezza, non deludendo mai le Tue aspettative. In lui rivedo la Tua santa giovinezza: un ragazzo forte ma retto, grintoso ma pacifico, virtuoso ma umile.

Confido in una Tua risposta affermativa, che donerebbe gioia infinita al ragazzo e alla nostra famiglia tutta.

Tuo umilissimo servo e fratello, Xxxx Xxxx

[Il seguente documento è stato rinvenuto da un mio sottoposto in circostanze poco chiare. Pare faccia parte di una serie di rapporti attualmente persi e/o distrutti. Lo aggiungo agli atti di questa relazione, quale unico documento rimasto a mettere in luce alcune dinamiche tra i confratelli. Sole Nero]

Sollecito a procedere con provvedimento disciplinare nei confronti del novizio Ubertino da Milano.

Dopo insistenti segnalazioni del personale incaricato, ripetuti richiami anonimi e attenta osservazione incognita da parte della mia squadra di sicurezza, in data odierna, xx/xx/xxxx, assistevo personalmente e prendevo atto del comportamento inadeguato del novizio Ubertino da Milano nei confronti dei suoi fratelli novizi, in particolar modo verso Giosuè da Xxxx.

Il soggetto incriminato assumeva una condotta irrispettosa verso l’Ordine che andrà a rappresentare e i confratelli tutti, rivalendo le sue presunte ascendenze e arrogando pretese di supremazia su soggetti di pari grado. In particolar modo, riscontravo un accanimento verso il novizio Giosuè che, suo malgrado, risulta essere più abile e solerte nell’apprendimento e nello svolgimento delle sue mansioni. L’infima rivalsa dell’accusato andava ben oltre i limiti dei normali moti di rivalità giovanile passando in breve tempo da atti intimidatori a vere e proprie ritorsioni fisiche.

Considerando le precedenti richieste insolute, sommate all’aggravante della recidività del soggetto, richiedo l’autorizzazione a procedere con un intervento disciplinare immediato:

  1. Confinamento
  2. Regola
  3. Compunzione

Ritengo tale misura necessaria perché la normale condotta del soggetto possa ristabilirsi.

In calce, segnalo il solido zelo del novizio Giosuè da Xxxx, che tollerava i ripetuti attacchi del novizio Ubertino e dava prova di cristallina Misericordia. Raccomando una velocizzazione delle pratiche per il suo ingresso nell’Ordine e supporto la sua candidatura al miglioramento delle carni.

Servi Tui, T.

 

È successo tutto all'improvviso. Sono entrati e hanno letto i miei carteggi, ne sono quasi certo. Ma che valore possono mai avere queste mie pagine mal vergate e peggio assortite? Che valore posso mai avere io, un semplice novizio non ancora consacrato all’Ordine? Perché continuo a scrivere anche se sono ridotto a nascondere questi fogli in un luogo sicuro, o almeno che credo tale?

Eppure sono qui a rimuginare ancora una volta su eventi che non riesco a collocare in una giusta dimensione e si accumulano le incognite e si sovrappongono gli schemi dei quali sembro dover far parte. Oppure è tutto nella mia immaginazione?

Eppure sono convinto di aver lasciato i miei scritti in una diversa posizione da come li ho trovati e quelle ombre, che mi è parso di vedere uscire furtivamente dalla mia stanza, erano reali e non frutto della mia fantasia.

Sicuramente volevano verificare se quello che ho detto a proposito del sogno a Padre Marco fosse realmente tutto quello che avevo da dire, anche perché è l'unico segreto che custodisco. Ma avrebbero benissimo potuto verificarne l’esattezza in maniera ufficiale e di conseguenza punirmi pubblicamente, addirittura bandirmi dall’eremo. Perché farlo di nascosto? E ora che hanno scoperto la verità, cosa succederà?

Ed ecco un altro enigma. Credevo di aver controllato ogni parte della scrivania, ma nella confusione interiore che mi ha investito ho tralasciato il punto più in bella vista: i fogli bianchi sui quali sto scrivendo in questo momento. Senza neanche rendermene conto, come in un’estasi mistica, ho iniziato a vergare di getto queste parole, fare la cronaca degli ultimi eventi sin nei minimi dettagli, quasi inconsapevole di quello che stavo scrivendo, avendo come unica causa e ragion d’essere l’atto di scrivere, come posseduto da un demone onnigrafo. E dopo aver riempito di caratteri il fronte di questa pagina, con gesto febbricitante ho voltato pagina e ho trovato questa scritta che campeggia al centro del foglio. Un tratto sottile, quasi sfiorato, che ai miei avidi occhi sembra fluttuare e vibrare, quasi fosse una visione. Il tratto è chiaro e fermo, nonostante la natura efebica della grafia, e riporta solo queste due parole: «sogni d’oro». La sottigliezza del tratto stride con la pregnanza semantica del macigno insito in questo messaggio.

Un vortice di emozioni frammisto a dubbi sta provando a trascinarmi nel baratro, ma impensabilmente resisto. Non riesco ancora a decifrare con precisione quale appiglio razionale mi tenga ancorato alla sanità mentale. Ma forse è semplicemente una modalità di protezione istintiva, oppure ho raggiunto il limite di cose inspiegabili, e la mia capacità di metabolizzazione mentale non sopporta di andare oltre. Sono saturo di incognite.

Provo a venirne a capo. Inizio dalla domanda più facile e, dato che non riesco a capire il motivo del messaggio, cerco almeno di elucubrare su chi possa avermelo lasciato. Il primo pensiero va a Padre Isacco. Ancora mi risuonano nelle orecchie le parole che mi ha fatto recapitare da Fra’ Giacomo. Parlava di sogni e si era interessato all’esperienza onirica che avevo confessato a Padre Marco. A pensarci bene, l'intruso potrebbe anche essere stato lo stesso Padre Marco. Eppure sembrava molto convinto di quello che gli ho raccontato. Come delle diapositive che, quando si prova a farle scorrere velocemente, sembrano desistere, cambiare corso e si riaffacciano prepotentemente sullo schermo prima di lasciare posto alle successive, così passo in rassegna tutti i volti che potrebbero avere qualche implicazione in questa vicenda. La mia mente analitica cerca di scavare in quei volti, quasi a carpire dei dettagli che possano rivelarsi utili indizi in questa mia ringhiosa indagine. Non vorrei farlo, ma il suo volto mi si para davanti, cerco di scacciarlo dalla mente, ma inevitabilmente inizio a sospettare di Ubertino. Ancora bruciano i soprusi che con precisione certosina ha perseguito impunemente nei miei confronti. Questo non è certo il suo modus operandi, quello lo conosco bene. Lui non avrebbe mai lasciato un criptico ma, nonostante tutto, innocuo messaggio in una stanza intonsa. L’accusa nei suoi confronti è senz’altro un triste pregiudizio, un subdolo errore sistematico della mia mente, frutto dell'ingiustizia che ho scoperto in refettorio e che ancora mi brucia nel vivo. Nonostante tutto quello che è successo, quando ancora non ho neanche iniziato a digerire l’irruzione clandestina, non riesco comunque a togliermi dalla mente l’iniqua promozione al miglioramento delle carni di Ubertino.

Sbobinatura della registrazione medica privata dell’infirmario Gualdino nell’operazione di miglioramento delle carni del Confratello Ubertino.

In data odierna xx/xx/xxxx mi trovo nella sala operatoria 06 per procedere all’intervento di miglioramento delle carni del Fratello Ubertino da Milano come richiesto dal Concilio dei Padri Maggiori dell'abazia di Monte Marte, presidiata dall’abate Bonifacio. Sono affiancato da Padre Marco, che riveste il ruolo di supporto psicologico. Poco fa ho ricevuto un comunicato da parte di Padre Isacco: si scusa di non poter supervisionare l’operazione. Il ruolo del supervisore sarà ricoperto quindi, solo per questa operazione, da Padre Clemente, consigliere personale dell’abate.
Il soggetto è stato condotto in sala operatoria dopo aver seguito la procedura standard di “preghiera e pentimento”, che prevede due giorni e due notti di digiuno e ritiro spirituale, e presenta uno stato psicofisico ottimale. Trovando la strumentazione in uno stato inadatto all’operazione del soggetto, forse a causa della diversa conformazione fisica del soggetto precedentemente sottoposto all’intervento, ho personalmente supervisionato l’intera procedura di controllo e ri-calibrazione degli strumenti e sono pronto a iniziare l’operazione.
Il soggetto ha preso posizione nella vasca di deprivazione sensoriale. Applicazione delle sonde neuronali, degli stimolatori di condizionamento e delle fleboclisi. Riempimento della vasca con PFC (perfluorocarburi). Check ventilazione liquida del soggetto ottimale. Padre Marco ha iniziato a recitare la preghiera In sanctum cerebrum. Il soggetto risponde bene agli stimoli e ripete ossequiosamente la preghiera. Tracciato stabile. Inizializzazione del primo stadio di condizionamento mentale. Eccessivo dilatamento della pupilla del soggetto, ma battito regolare e respirazione standard. Procedo alla rimozione dell’organo di Lutero tramite controllo da remoto con servo-macchine in dotazione. Blocco delle vescicole sinaptiche. Rimozione avvenuta con successo. Monitoraggio emodinamico progressivo positivo. Livello emoglobina subottimale, procedo a un’autoemotrasfusione normovolemica. Recupero emodinamico standard, inizio riciclo ematico e inserimento organo di sant’Agostino da remoto. Riavvio delle vescicole sinaptiche, funzioni cerebrali del soggetto stabili, inizio della seconda fase di condizionamento mentale e prima fase di miglioramento delle carni. Prima iniezione di Cortexiphan, 50 cc. Il soggetto esce dalla vasca e si posiziona sul tavolo operatorio mentre continua a recitare la preghiera In sanctum cerebrum. Padre Marco controlla il terminale di monitoraggio encefalico e mi garantisce che il soggetto si trova in stato di fervore mistico regolare. Organo di sant’Agostino accettato e livello di devozione ottimale: il soggetto è condizionato alla purezza votiva. Fase critica dell’operazione superata con successo, procedo a cospargere la superficie del corpo del soggetto con l’unguento sacro. Padre Marco intona la litania In sanctas carnes. Seconda iniezione di Cortexiphan, 50cc. Il soggetto segue la liturgia e ripete all’unisono la preghiera. Veloce assorbimento dell’unguento sacro e apertura dei pori di Dolcino. Procedo al riempimento dei pori con il balsamo di San Giorgio. Inizio della seconda fase di miglioramento delle carni. Mentre attendo l’assorbimento e la solidificazione del balsamo, inizio la serie di iniezioni lapidosae carnes nel sistema muscolare. Monitoraggio da remoto. Torso: placet. Arti superiori: placet. Arti inferiori: placet. Lapidosae carnes accettato con successo. Balsamo di San Giorgio solidificato completamente. Miglioramento del tessuto epidermico e muscolare completato. Inizio terza fase di miglioramento delle carni. Procedo all’impianto intraosseo dell’organo di San Michele in tre movimenti. Movimento spinale in posizione. Placet. Movimento cranico in posizione. Placet. Movimento toracico in posizione. Placet. Impianto avvenuto con successo. Fase di rilascio del liquido ferrea ossa iniziata e accettata con successo. Inizio della procedura terminale dell’operazione: terza fase di condizionamento mentale. Padre Marco intona la litania conclusiva dell’operazione: Veni, frater caelestis. Tutti noi ripetiamo, con lui, le sante parole:

Veni, frater caelestis
Humanitatis pugnaculum
Magnifica verbum Dei

Ecce, frater caelestis
Hominum defensor
Purifica regnum Dei

Dele, frater caelestis
Bestiarum exterminator
Glorifica voluntatem Dei

Operazione conclusa con successo. Il paziente verrà tenuto in osservazione per 13 gg come da protocollo e seguirà la profilassi di riabilitazione e la dottrina post-miglioramento. Gualdino da Xxxx, chiudo registrazione.

Continuo ad arrovellarmi su circostanze che sono oltre la mia volontà e facoltà mentale, e ora che sono stato messo a nudo perché provo a nascondere quello che scrivo? Cos’altro ho da nascondere?

Nascondo il mio imbarazzo, celo i miei turbamenti, seppellisco la mia verecondia.

Poco tempo fa, il mio fervore era una fiamma imperitura, la mia missione era pura e immacolata. Dove è finita quella fiamma? Dov’è quella purezza di intenti?

Mi sento come un vascello senza timone in balìa dei turbini delle più basse nequizie. Una volta ero un baluardo contro i peccati e ora li seguo scodinzolante nei loro tuguri.

Ho peccato di superbia: aspettavo una gran festa per il mio ritorno dalla quarantena. Come se nel nostro eremo si celebrassero eventi mondani. Come ho potuto dimenticare il rigore che tanto ho amato sino a poco tempo fa? Non solo non ho accettato di buon grado la giusta mancanza di celebrazioni, ma ne ho scioccamente sofferto. Non riconosco più me stesso.

Ho peccato di invidia, anche solo osando scrivere quello che ho scritto. Non lo cancellerò per monito e per punizione, per avere sempre sotto gli occhi l’iniqua china del peccatore che ho inconsapevolmente intrapreso.

Non sono riuscito neanche a gioire dell’amorevole e fraterna accoglienza di Fra’ Melchiorre. Dopo aver appreso la notizia in refettorio, mi sono avvolto in una cortina di malumore, come una coltre buia di silenzio e melanconia. A nulla sono valsi gli abbracci di Melk, e i suoi racconti entusiastici, o la situazione ridanciana che Giacomo ha provato a creare fino al parossismo. Non volevo ascoltare né rispondere, e forse non volevo proprio essere lì. Ho trangugiato il mio pasto senza sentirne i sapori, quasi per dispetto. Sono uscito dal refettorio con il furetto Jack che mi scodinzolava attorno e il gorilla Melk che torreggiava dappresso. Il mio corpo fiaccato dalla degenza non era più una scusa e Melchiorre non ha usato mezze misure per dimostrarmelo. Appena girato l’angolo dell’ingresso del dormitorio dei novizi, con una spinta mi ha sbattuto addosso al muro, ci ha ancorato quei macigni che ha al posto delle mani e mi ha ringhiato contro queste parole: «Ascoltami bene, Giosuè, non te lo ripeterò due volte: non provare a mancarci di rispetto con scuse infantili! Non ti sei mai comportato così, ma cosa ti è preso? Non ignorare così i tuoi amici e fratelli e soprattutto non perdere di vista la tua missione. Lascia che Ubertino e quelli come lui facciano la loro strada e noi preoccupiamoci della nostra. Sveglia! Concentrati sull’incidente sull’Apis I di Fra’ Isacco, del quale sei stato testimone attivo, se non vero e proprio protagonista. Non farti distrarre da sciocchezze profane e sii orgoglioso dell’Ordine di cui vorresti far parte. Anche se non siamo ancora ordinati, dobbiamo sempre anelare a essere veri Confratelli di Monte Marte. L'adunanza è domani! Mostra a tutti il tuo valore, la tua fedeltà e la tua sincerità!». Nonostante la veemenza, le sue parole mi scivolavano addosso e, non riuscendo a sostenere il suo sguardo, me ne stavo col capo chino. Poi, come se mi fossi destato da un brutto sogno, ho alzato la testa di scatto e ho realizzato «L’adunanza? Domani?»

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