La Confraternita dell’Infinito

La Confraternita dell’Infinito, Fascicolo 03

Neph e Gio’. Jack e Melk.

Quella lettera mi mise in uno stato di forte agitazione. Ero confuso, smarrito. Fra’ Giacomo era convinto di quello che aveva visto, ma ancor di più era convinto che fossero segni divini. Mi sentivo di tutt’altro avviso. Se quel che aveva visto quella notte fosse stato vero, come poteva Nostro Signore mandarci dei segni attraverso la progenie del male? Ero spaventato, ma lo ero ancor di più ammettendo il contrario. Se fossero stati dei segni diabolici, perché mi erano apparsi in sogno in tempi non sospetti? Perché li avevo scambiati per segni divini? E se fossero stati veramente mandati dall’empireo, allora quelle bestie non potevano rappresentare davvero il male che avevamo combattuto per secoli. Non sapevo più cosa pensare. Che fosse il dubbio la vera natura delle tentazioni diaboliche? Mi convinsi che l’unica risposta poteva venire dalla preghiera. Mi inginocchiai e mi persi nell’incanto dei Salmi. 

Trascrizione della comunicazione radio tra Padre Giovanni, pilota della macchina angelica multifunzione Neo-Malleus (che verrà abbreviato con la sigla NM), e il Centro Comandi III (che verrà abbreviato con la sigla CC) di Monte Marte dopo l’attacco all’Apis I, pilotato da Padre Isacco.

[Si prega di prendere visione del Fascicolo 01 o del rapporto nel Fascicolo 02 in riferimento all’attacco in questione. Sole Nero]

NM: «Ivi, N-M. Disimbarco dalla Domus Lunae eseguito. Mi appresto ad affrontare l’orbita. Arrivo previsto in 1.5 fasi. Attendo coordinate obiettivo ostile. Laudetur»

CC: «Ivi, C.C. III. Obiettivo in VI quadranta, II gradu. Sollecitiamo celerità in fase orbitale. Arrivo richiesto in 0.5 fasi. Ci serve qui subito, padre Giovanni»

NM: «Eseguire rimozione primo diaframma turbine»

[…]: «A questa velocità, Giovanni, non ti garantisco un viaggio in prima classe; a un atterraggio morbido, poi, non pensarci proprio»

Dal precedente messaggio in poi si aggiunge alla comunicazione un terzo soggetto: l’Unità Senziente Integrata del Neo-Malleus. Ciò comporterà il cambiamento della legenda per distinguere questo soggetto (N) dal suo pilota, Padre Giovanni (G).

G: «Ego te absolvo, Nephilim Major. Concediamoci questo ballo in grazia di Dio. C.C. III, sbaglio o ci sono ancora truppe di terra nei paraggi? Vi prego di sgomberare il campo. Laudetur»

CC: «Ivi, C.C. III. Non riusciamo a comunicare con fra’ Girolamo. C’è una strana interferenza nella zona. Stiamo provando a bypassarla. Laudetur»

G: «Dovrai fare gli straordinari, Neph. Non friggermi quelle povere pecorelle»

N: «Non vorrei sbagliarmi, ma un certo Giovanni, qui presente, mi confidò che avrebbe volentieri strappato a morsi la barba di fra’ Girolamo all’ultima adunanza»

G: «Mio adorato Neph, ho specificato “pecorelle”. Che Dio mi perdoni, ma a quel vecchio caprone puoi fare quello che vuoi»

N: «Diabolico»

G: «Ivi, N-M. Rientro nell’atmosfera. Arrivo previsto in 0.1 fasi. Inizio fase di atterraggio. Laudetur. Questo rollio è mostruoso! Mi si stanno staccando i denti. Ti avevo invitato a un valzer, Neph, non a una rumba!»

N: «Non sovraccaricare i miei circuiti di calcolo. Faccio finta di non averti sentito, Gio’. Guarda, guarda che bella piantina. Andiamo a darle un po’ di diserbante.»

G: «Ivi, N-M. Contatto visivo. Atterraggio immediato. Laudetur»

N: «Volo in assetto calibrato. Over-ride degli smorzatori inerziali. Salterà qualche timpano, qua sotto. Bentornato sulla Terra, Giovanni!»

G: «Ivi, N-M. Atterraggio effettuato. Obiettivo agganciato. Operativo e pronto all'epurazione. Laudetur. Neph, passami i comandi»

N: «Controllo manuale dell’esoarmatura attivato. Sincronia ottimale. Siamo un’anima indivisibile. Sia fatta la tua volontà, Gio’!»

G: «Basta scherzare, Neph. Armare maglio a positroni. C. C. III, vorrei un rapporto immediato sui picchi isotopici del Mantas e sulla frequenza di rotazione del Gladius»

CC: «Rileviamo ciclicità di carica e scarica del Mantas. Secondo i nostri calcoli sarà di nuovo pronto a un’emissione tra 0.7 fasi. Impossibile determinare la frequenza del Gladius. Il soggetto sta diminuendo drasticamente la rotazione. Prevediamo lo stallo tra 0.3 fasi»

N: «Dovrai ballare il twist questa volta, padre Gio’. Vuoi che ti attivi gli attenuatori spinali?»

G: «Magari, Neph. Facciamo un po’ di ginnastica schivando questo asparago troppo cresciuto. C. C. III, avete già notizie delle condizioni di padre Isacco? Ci tengo a quell’orso marsicano»

CC: «Incolume. Ma non possiamo dire lo stesso del novizio che era con lui. Pare che sia caduto in uno stato catatonico dopo la scarica. Non sappiamo altro»

G: «Che Dio abbia pietà di lui. Neph, non voglio ricevere lo stesso trattamento. Facciamo assaggiare il martello divino a questo abominio»

N: «Ci sei tu alla guida. Bobina positronica carica»

G: «Ritornatene nell’abisso!»

CC: «Ivi, C. C. III. Traccia isotopica nulla. Rapporto danni?»

G: «Nessun danno, ma il Gladius non ha fatto una piega. Preso! Ora facciamo un po’ di vivisezione alla vecchia maniera. La spremuta è servita. Per la barba di fra’ Girolamo, e questo cos’è?»

N: «Cos’è cosa, Giovanni?»

CC: «Ivi, C. C. III. Rileviamo cessazione di ogni attività. Rapporto»

G: «…»

N: «Che succede, Gio’? Giovanni, stai bene?»

G: «Ivi, N-M. Vi prego di comprendere il mio stupore, ma è la prima volta che trovo una cosa simile qua dentro. Rilevato soggetto non identificato tra i resti del Gladius. Il soggetto presenta le fattezze di un essere umano nei primi mesi di vita. È un neonato in tutto e per tutto. Il soggetto è circondato da una nube non identificata di colore verde e non presenta tracce di radioattività. Laudetur»

CC: «Ivi, C. C. III. Procedere all'annientamento totale del soggetto»

G: «Il soggetto non mostra atteggiamento ostile e io prendo ordini solo dall’abate o dai suoi superiori. Stai al tuo posto, fratello»

CC: «Con tutto il rispetto, Padre, ma dato il tracciato nullo dai nostri rilevatori esobiologici, è molto probabile che sia soltanto un’allucinazione o una tentazione diabolica e in quanto tale il protocollo prevede l’annientamento»

G: «Neph, vedi anche tu quello che vedo io?»

N: «Rilevo una forma di vita, se è questo quello che volevi sapere e se la mia può essere considerata vista»

G: «Disturbi di fase?»

N: «Neanche l’ombra»

G: «Sta bene. C. C. III, esclusa l’ipotesi di allucinazione o tentazione. Soggetto ostile terminato. Ritengo la mia missione conclusa. Procedo all’acquisizione del soggetto non identificato e al suo trasporto immediato su Domus Lunae»

CC: «In quanto acquisito nell’area di nostra competenza, ci appelliamo al diritto di rivalsa sul soggetto non identificato»

G: «Scordatelo. Consideralo come un gentile omaggio per la mia cortese disponibilità. Riprendi i comandi, Neph, torniamo alla base»

N: «Vorrei ricordarti che stando a quanto affermi, tra l’altro cosa della quale non ho mai dubitato, per quanto io possa essere delicato, quel corpicino non durerà a lungo nel palmo della mia mano in piena assenza di gravità. Ritengo, tuttavia, che forse sarà più infastidito dall’assenza di ossigeno, cosa ne pensi?»

G: «Credo che riceverà il colpo di grazia dal tuo sarcasmo. Attivare apertura Sacro Cuore. Lo terrò in cabina con me. Cos’è questo odore?»

N: «Spero tu non stia facendo questa domanda veramente a me. Come ben sai, per qualche oscura ragione i miei costruttori non hanno pensato a dotarmi degli essenziali rilevatori di profumi ed essenze. Credo sia un bene, conoscendo le tue abitudini igieniche»

G: «Che Dio mi assista, non posso crederci. Il bimbo è ancora assopito ed emana un gradevolissimo odore di menta. Gli infirmaria impazziranno per venire a capo di questo mistero. Attivare chiusura Sacro Cuore. Decollo immediato»

CC: «Ivi, C. C. III. Mi duole informarla, padre Giovanni, che dovrò fare rapporto su quanto accaduto»

G: «Lo leggeremo scrupolosamente, fratello, non si preoccupi. Che la pace sia con te. Semper»

G: «Non posso credere che dorma così beatamente mentre sei alla guida, Neph»

N: «Ti stai già affezionando, Gio’? Hai già pensato al nome da dargli, magari.»

G: «Potrebbe ereditare questa cabina per quanto mi riguarda. Sempre se riuscisse a sopportare la tua ironia. Aspetta! Sta aprendo gli occhi! Salvaci, o Signore. Non ci crederai, ma ha due pozzi neri come l’inferno e mi sta fissando. Non riesco a sostenere il suo sguardo. Eseguire rimozione primo, secondo e terzo diaframma turbine. Vai alla massima velocità, Neph!»

N: «Ricevuto»

G: «Quanto manca ancora? È troppo inquietante stare chiuso qui dentro insieme a questo esserino. Si muove a malapena, eppure emana un’aura sinistra»

N: «Ci siamo quasi. Avviate procedure di ancoraggio. Resisti, padre Giovanni, eccoci di ritorno a casa. Perlomeno, la mia»

Lettera del Concilio dell'Oltrempireo Datata xx/xx/xxxx, CAα1

Le sfumature dorate dei pomeriggi di primavera a Roma avevano qualcosa di unico. Lo avvertivi nell’aria, quasi sempre per caso, mentre camminavi tra le viuzze laterali del centro. Mentre passeggiavi sui sanpietrini un po’ sconnessi evitando le rotte dei turisti per goderti la bella Capitale, la Roma dei romani. Lo sguardo basso, quasi a controllare i passi tra l’acciottolato, veniva calamitato in alto. Con gli occhi passavi in rassegna i portoni austeri ma sempre un po’ scrostati, le persiane sbilenche, i balconcini improbabili dalle balaustre arrugginite, ma sempre carichi di vasi colorati. Dal verde vivido, le rampicanti sembravano cercare una via di fuga su quelle grondaie pericolanti. Muri che erano stati ricoperti di intonaco, o ne sognavano uno da anni. Sui muri alcuni gechi, che chiamavamo salamandre. Sui tetti i mal tollerati piccioni. Sconnesse tegole rosse, quasi a riflesso del manto stradale. Poi si apriva un cielo blu. Terso, la quintessenza del limpido. Inspiravi. Un respiro profondo che riempiva l’anima. Tutto cambiava colore sotto quella luce, quella luce che non abbaglia, che scalda l’anima e libera dagli affanni. Quei riflessi che ti facevano socchiudere gli occhi e spalancavano i sensi. Il tepore sul volto e sulle mani che arrivava alla porta accostata del cuore e la brezza mite che gentilmente la dischiudeva. Cambiavi prospettive, scoprivi recessi, fuori e dentro di te, tra le rughe delle signore che salutavi con un cenno del capo, tra le pieghe dell’animo che ascoltavi di rado. E ti scoprivi diverso, ma pur sempre lo stesso. Ti ritrovavi a chinarti e ad accarezzare quel gatto che, per una sua oscura ragione, ti aveva scelto come compagno di viaggio, regalandoti fusa, magari per sempre o per soli due passi. Qualcosa di unico. Lo avvertivi nell’aria, quasi sempre per caso, nei pomeriggi di primavera a Roma.

Le sfumature dorate di questo austero riparo mi portano alla mente quei ricordi di uomo. Lungi dall’essere un simulacro di Roma, quest’angolo di niente mi ricorda che ogni uomo nasce libero. Seppur intrappolato in quei meccanismi oscuri, in quelle ridondanti trappole mentali, in quella mimetica schiavitù, io ero vivo e avevo ogni mezzo per liberarmi. Questi racconti servano da lezione agli scettici, diano forza ai timorosi. Non esistono gabbie che non si possano spezzare, non esistono lacci che non si possano sciogliere. Ma esistono porti sicuri che puzzano di marcio e uomini ottusi che ignorano l’olfatto. Esistono gioielli che rivestono lo sterco e esistono uomini che ignorano il tatto. Non ignorate il richiamo della verità. Non temete le ombre del dubbio. Siate sempre pronti alla rivelazione. Il passo sarà malfermo, ma deve essere fatto in avanti. La sicumera del passato attenterà alla vostra ragione. L’immobilità prenderà il sopravvento. Combattete, se ce ne sarà bisogno. Aprite il vostro cuore alla libertà. Il premio, quel qualcosa di unico dei pomeriggi primaverili romani, vi ripagherà di ogni sforzo. L’unicità di ogni individuo sarà la sua libertà, che nasce dalla verità. E il momento della verità è giunto.

Mi accingo all’adunanza, mi preparo a visionare i rapporti e a confrontarmi con i fratelli dell’eremo. I discorsi rubati tra le trame del monastero sono finalmente arrivati sin qui:

Il Sogno si è fatto carne.

Qualora non riuscissi a mettervi le mani sopra, spero almeno di poter vedere il soggetto non identificato che viene custodito così gelosamente. Potrebbe essere la rivelazione che tanto aspettavamo, quel qualcosa di unico che ci ripagherà di ogni sforzo compiuto sinora. Siate forti e senza paura.

Semper vostrum,

Marte Cremisi

[Sull’occultamento di informazioni. Nel prendere visione dei documenti contenuti nei fascicoli, avrete senz’altro notato la presenza di parole occultate. Tengo a precisare che le cancellazioni non sono state effettuate dal sottoscritto, essendo precedenti al loro ritrovamento. Alcune parole occultate potranno comunque essere dedotte dalla lettura del diario manoscritto. Per le informazioni non riconducibili a dati certi non ho approfondito la ricerca perché di nessun interesse ai fini del presente rapporto. Sole Nero]

Consulto e diagnosi sul paziente Giosuè da Xxxx, novizio.

In data xx/xx/xxxx prendo in analisi il paziente Fra’ Giosuè da Xxxx e suo relativo referto medico n.xxxx stilato da Padre Gualdino, mastro infirmario.

Dall’anamnesi non risultano casi di traumi pregressi o stati comportamentali di rilevanza psicologica tali da prescrivere trattamenti specifici in aggiunta alla profilassi solitamente applicata contro primo contatto con entità esterne.

Segue relazione degli incontri nel dettaglio:

1° Incontro. Come da referto medico, il soggetto si presenta in ottimo stato psicofisico e risponde positivamente agli stimoli.

2° Incontro. Il paziente ostenta sicurezza parlando dell’incidente. Forse mi nasconde qualcosa, a ogni modo la sua Fede è incrollabile e fa ben sperare.

3° Incontro. Niente di rilevante nell’analisi sul passato del paziente, unico dubbio sulla scarsa attività onirica, nonostante la profonda emotività dello stesso. Negli anni la sua Fede sembra non aver mai vacillato, nota positiva per il superamento del noviziato e premessa di ottime possibilità per la candidatura al miglioramento delle carni.

4° Incontro. Il paziente rompe ogni indugio e finalmente svela il suo sogno ricorrente, che risulta essere il seguente: «Mi sveglio infante tra le braccia della Vergine Maria, che mi accudisce con materna cura». Interpretazione: sogno ricorrente nei soggetti che non hanno mai conosciuto la propria madre come nel caso del paziente in esame.

A fronte delle indagini svolte e dopo attenta analisi, ritengo che lo stato catatonico del paziente sia dovuto alla forte suggestionabilità dello stesso e allo stress a cui è stato sottoposto. Pur avendo subito un incontro ravvicinato con entità esterne, la sua Fede non è stata in alcun modo intaccata; pertanto, può tornare alle normali attività monastiche e continuare il percorso di addestramento intrapreso.

Padre Marco, infirmario psicologico

Oggi è stata una lunga giornata.

Dopo meritata clausura nell’eremo della mia cella con solo questo soffitto e le mie meditazioni come miei compagni, e gli incontri con Padre Marco come mie uniche divagazioni, finalmente sono tornato alla Regola sine clave.

Mi sono sentito molto in imbarazzo quando Giacomo è entrato nella mia cella, dopo aver bussato beninteso, ma senza aspettare il mio permesso.

Il sole che portava col suo sorriso si sarebbe fatto perdonare peccati ben peggiori; il suo entusiasmo fugava ogni ombra di quell’accusa di cui avrei ingiustamente abusato di lì a poco. Eppure, sapevo bene come tale accusa fosse un ben scarso riparo alla mia timidezza.

Il motivo della mia vergogna è presto spiegato: mi ero fatto trovare in piedi, al centro della stanza, con il mio casco da pilota nella mano destra.

«Essere o non essere. Questo è il…»

«Teatro?»

È andata più o meno così.

Cosa avrà mai pensato quando mi ha sorpreso a scimmiottare il principe Amleto nel suo blasonato monologo? Ero definitivamente uscito di senno e quella ne era la prova schiacciante.

Per un attimo avevo ceduto alle velleità, godendone le leggerezze, e subito ne ricevevo la giusta punizione.

Tuttora non saprei spiegare quale involuzione mentale mi avesse portato a una tale messinscena solitaria. Potrei provare a districarne i nodi mentali, potrei provare a risalire quelle cateratte, potrei provare a dragare l’alveo di quel fiume riottoso che era diventata la mia mente. Potrei semplicemente interpretare quell’inspiegabile melodramma improvvisato come l’eccentrica rivisitazione degli incontri con Padre Marco.

Ero il riflesso tangibile della negazione. La diffidenza dei primi incontri si era oscenamente trasformata in menzogna, nell’occultamento della verità. Non ero ancora pronto a rivelare quel Sogno e tutto ciò che portava con sé. Invece di cercare risposte e conforto nella preghiera, ero diventato una rozza parodia, personificazione del dilemma.

Perché questo comportamento? Dove era finito quel ragazzo diligente e sincero che aveva accolto con cuore puro la Chiamata e, con piede sicuro, aveva varcato la soglia del noviziato?

Mi ero ripromesso di aspettare, avevo peccato seguendo l’inarrestabile istinto di sospettare di Padre Marco, e come conseguenza mi rimanevano solo un pugno di dubbi, simili a mosche frementi in cerca dell’aria, e una bocca asciutta, vacuo deserto di saliva e parole.

Ero di sasso: non sapevo cosa rispondere a quella domanda che, fortunatamente, trovava facile risoluzione nel prosieguo del mio curioso amico.

«È un po’ tardi per cambiare mestiere!», ruppe il silenzio Giacomo, «Senza dubbio ti vedrei meglio nella parte del protagonista del capolavoro di Beckett. Ti abbiamo aspettato così tanto in refettorio che Melchiorre e io siamo diventati la versione monastica di Vladimiro ed Estragone in “Aspettando Giosuè”»

«Ti prego: non dirlo a nessuno, Jack!», la Regola di Monte Marte non era così tenera per questo genere di cose.

«Non dire cosa? Non ti preoccupare, Giosuè, ma non ti approfittare neanche troppo della mia indulgenza!», disse con ironia. «Sto custodendo un po’ troppi segreti a questo novizio impenitente!». La sua gioia di vivere era il pregio che più amavo di lui e mi investiva come un vento caldo. Quello zefiro si faceva perdonare anche le frecce più venefiche della sua faretra, ma non rimasi a fare da bersaglio immobile.

«La complicità con un peccatore non è dissimile dalla colpa, dice sempre Fra’ Teodoro!», dovevo controbattere, ben sapendo quale gragnuola di colpi si sarebbe abbattuta su di me se gli avessi lasciato campo libero.

«Vittoria a tavolino per fratello Giosuè! Come si può rispondere a una citazione da Fra’ Teodoro in persona, capo-squadra degli addetti alla pulizia?» Si era arreso subito. Forse per la mia recente degenza. Ad ogni modo, gradii quell’armistizio e ritrassi subito le unghie.

«Non pensare di essere esonerato dal raccontarmi cosa ti è preso; ora, comunque, riponiamo le armi e fatti abbracciare, fratello mio, mi sei mancato tantissimo!», e con uno slancio mi cinse le braccia strette intorno al collo, e il casco mi cadde dalle mani, rotolando sotto il giaciglio. Giacomo era così: candida dolcezza alternata a caustica ironia. Dotato di un notevole scilinguagnolo, come una folgore passava dalle carezze alle stoccate verbali con una facilità senza pari, ma sempre dietro quel grande sorriso incorniciato da una rada lanugine paglierina, che si ostinava a chiamare barba, e dietro quelle vivaci fessure grigie che aveva al posto degli occhi e rimanevano tali anche quando un ghigno di scherno si sostituiva al sorriso.

Questi cambi repentini nel suo contegno erano mal digeriti dagli altri novizi, che tendevano frettolosamente a giudicare Giacomo come una persona tronfia, da evitare, o perlomeno con cui aver a che fare il meno possibile. Stringere amicizia con lui fu, in effetti, un mio atto di fede; non so come ci riuscii. Come guidato dalla mano infallibile di Nostro Signore, sapevo che quel ragazzo era molto più di quel che ostentava superficialmente, e la perseveranza mi diede ragione: dietro quelle lame affilate trovai una sensibilità e un affetto infiniti.

«Mi sei mancato anche tu, fratello mio! E Melk dove l’hai lasciato? Non dirmi che avete discusso anche stavolta!»

«Nient’affatto, anche se ne avrei ben donde. Lo sai come è fatto. Il “signor” Fra’ Melchiorre da “Nonsidiscute” ha una lectio di meccanica alla quale, a suo dire, non poteva assolutamente mancare. Ha detto che ci raggiungerà in refettorio appena avrà finito»

Melchiorre chiudeva questo terzetto mal assortito. Anche lui aveva legato inspiegabilmente con Giacomo, e anche lui aveva un carattere molto singolare. Melk ragionava, si comportava e viveva secondo i suoi propri dettami, ma sarebbe meglio chiamarli aut-aut. Fermo come una macigno nelle sue posizioni, non c’era modo (o trucco verbale di Giacomo) di fargli cambiare idea. Ma la sua bontà d’animo e il suo altruismo valevano ogni briciolo di smussatura delle nostre concessioni e dei nostri assensi. Tra i princìpi di quel gigante completamente glabro (dato che anche radersi rientrava tra le sue singolari norme), eravamo curiosamente riusciti a ritagliarci un angolino e, tra una discussione animata con Giacomo e i miei sforzi per cercare soluzioni che andassero bene a entrambi, questa nostra bizzarra amicizia riusciva a consolidarsi e andare avanti quotidianamente come in uno strano gioco d’equilibrismo fatto di incastri polimorfi, carrucole sghembe e ingranaggi sdentati.

«Eppure, ragionandoci, chi se ne importa di quel testardo! Non puoi capire quanto io sia stato in apprensione per te, e quanto ora io sia felice di rivederti!», e mantenendo lo stesso tono e lo stesso sorriso proseguì: «Allora, cos’era tutto quel teatrino?». A Giacomo non la si fa.

«Niente di che, Jack. Mi sono ritrovato con il casco in mano e per gioco ho ripetuto ad alta voce quella frase» Iniziavo a preoccuparmi della facilità con la quale mentivo con mezze verità. Non era da me, ma cosa mi stava succedendo? Non mi sarei mai aspettato di essere in grado di mentire anche a Giacomo, ma avvertii la strana sensazione che lo stavo facendo per il suo bene. «Tra l’altro, dove sarà andato a finire?», e mi chinai per raccogliere il casco da sotto il letto.

Conoscevo troppo bene Giacomo. Anche da quella posizione, senza doverlo guardare in volto, avvertivo i suoi sensi fiutare qualcosa di strano e mi sentivo addosso lo sguardo accusatorio di quelle fessure che aveva al posto degli occhi.

Andai avanti a parlare a briglia sciolta mentre facevo finta di cercare il casco, ma non ce la facevo ad affrontare il suo sguardo. «Sai bene quanto qui, all’eremo, le regole contro queste trasgressioni siano severe; severe ma giuste, certo, che Dio mi perdoni, ma ti garantisco che è stato solo un attimo di dimenticanza, forse dovuto alla stanchezza. Per questo sono già pentito e sarò penitente, te lo prometto, appena sarò di ritorno dal refettorio. Ti chiedevo semplicemente di non farne parola con nessuno per non incappare in una punizione eccessiva, come sovente accade con i novizi tutt’altro che pentiti, a differenza mia. In nome della nostra amicizia» Non l’avevo convinto per niente, ne sono sicuro.

Comunque, lo sentii dire: «No, forse non ci siamo capiti. Cos’è quel teatrino che hai fatto da Padre Marco? Perché non gli hai raccontato il Sogno completo?».

Improvvisamente non sentivo più scorrere il sangue nelle vene. Lentamente tirai fuori la testa da sotto il letto e lo guardai in quelle fessure grigie che aveva al posto degli occhi. Come faceva a saperlo?

Stiamo utilizzando i cookie per fornire statistiche che ci aiutano a darvi la migliore esperienza del nostro sito. Continuando a navigare sei d'accordo.