La Confraternita dell’Infinito

La Confraternita dell’Infinito, Fascicolo 01

«Signore, io ti ringrazio profondamente per avermi lasciato compiere questo volo. Grazie per il privilegio di avermi consentito di partecipare a questa impresa; grazie per avermi fatto giungere in un luogo eccelso da cui potessi godere tutte le meraviglie che tu hai creato. Aiuta tutti noi astronauti a indirizzarci sulla giusta strada, in modo che possiamo plasmare le nostre vite al fine di essere dei buoni cristiani. Ma soprattutto aiutaci a perfezionare con successo la nostra missione, sorreggici nella futura battaglia per lo spazio. Assisti i nostri cari. Sii accanto alle nostre famiglie. Infondi loro coraggio e siine la guida. Fa’ loro sapere, Signore, che tutto, tutto va proprio bene quassù. Noi preghiamo nel tuo nome».

Preghiera dell’astronauta

Esiste un ordine monastico-militare rimasto celato da secoli tra le pieghe delle cronache. Veglia sulle ignare greggi del Signore. Angeli custodi in incognito controllano e prevengono pericolose incursioni esterne. La segretezza del loro operato è d’importanza capitale, così come sono ignote le loro identità.

Questo fascicolo, corredato da rapporti, resoconti e trascrizioni audio, contiene l’unica prova dell’esistenza di questo ordine. Gli interventi di carattere personale che lo intervallano provengono dal diario manoscritto di un santo membro di questo ordine, trascritto in formato telematico dall’Autore che preferisce rimanere nell’anonimato.

Questa è la storia dei paladini nell’ombra. Questa è la storia dei frati volanti. Questa è la storia di mio padre.

Roma, 11 Novembre 2011,

Sole Nero.

FASCICOLO 01

L’odore di Menta

VI quadranta, II gradu, IX turno.

«Ivi, Apis I. Contatto visivo. Attendiamo istruzioni. Laudetur»

«Ivi, C.C.III. Avvicinati a distanza di sicurezza e descrivi l’obiettivo. Laudetur»

Era la prima volta che la vedevo dal vivo. L’avevo fantasticata guardando le miniature sui manuali del seminario, ma non immaginavo di rimanere impietrito davanti quella struttura. Era perfetta. Ma non era una creatura di Dio; forse proprio per questo motivo era così abile a sussurrare ai miei istinti. Dovevo controllarmi.

«Ivi, Apis I. Exostruttura di classe Mantas al primo stadio. Per ora se ne sta tranquilla a ricalibrare gli strumenti. Rimaniamo all’erta aspettando la schiusa. Semper» E con un gesto sicuro della mano destra, il frate si tolse il respiratore e mi disse: «Tutto bene, fratello Giosuè? Di colpo ti sei ammutolito»

Avevo undici anni quando sentii la chiamata. Molti la descrivono come una voce che parla all’anima. Non fu così per me. Era più come una sensazione, o meglio, tutte le sensazioni in una. Difficile da spiegare. Una nube extrasensoriale che ha iniziato ad avvolgermi e a circondarmi, cambiando le prospettive. Provavo gioia, un’infinita gioia espansa oltre i naturali limiti della felicità. Ne parlai con padre Alfonso.

«È la voce di Dio. Preparati al seminario, sei un bravo ragazzo. Penserò a tutto io.»

Non ricordo molto di quegli anni. Passare dalla canonica al seminario fu come un percorso obbligato. Il volere di nostro Signore. Ricacciare questi demoni tentatori da dove sono venuti.

«Tutto bene, padre Isacco. Non le nascondo che fatico ancora un po’ ad allinearmi ai comandi, ma per ora tutto nella norma» Fingendo più naturalezza possibile. Buon Dio, aiutami: sto per vomitare!

«Di solito i novizi, appena dopo il decollo, hanno la tendenza a rigurgitare i loro pasti nell’abitacolo» Per l’appunto.

«Stai andando alla grande, Giosuè. Mantenere viva la conversazione aiuta e distrae; ma soprattutto ci evita le ramanzine di fra’ Teodoro»

Quel giorno pioveva e io, come al solito, ero in biblioteca. Le nuvole scure sembravano avere la meglio sulla mia concentrazione e ringraziai il Cielo quando padre Matteo, il sacerdote che seguiva i miei progressi in seminario, entrò nella sala giustificando l’interruzione e introducendo una gradita distrazione nella routine della mia giornata. Quella distrazione vestiva un saio, portava una folta barba nera e un paio di fulve sopracciglia e rispondeva al nome di frate Isacco. A differenza dei miei coetanei, abituati più agli adoni patinati che alle immagini dei santi che hanno scandito tutta la mia infanzia, le persone con la barba non mi hanno mai spaventato. Sotto quelle sopracciglia c’erano due fuochi ardenti che stridevano con l’aura di pacatezza emanata dal frate. L’eremo di Monte Marte. Nostro Signore che scandisce la mia vita. Visioni dell’inferno da annientare.

«Ivi, Apis I. L’obiettivo non dà segni di schiusa ma noto movimenti anomali all’altezza del caput» Tagliando corto, padre Isacco si rimise il comunicatore. «Non vorrei dire eresie, ma ha tutta l’aria di essere un Mantas che sboccia come un Gladius. Mai vista una cosa simile. Datemi le analisi più in fretta possibile, fratelli e togliete la bolla al Neo Malleus. Laudetur» Tutto d’un fiato.

Un picco sul grafico degli isotopi e una fitta come un ago alla base del collo. L’exostruttura aveva aperto un varco sulla sommità del carapace dal quale stava uscendo a fatica, come spinta a forza dalle sue viscere, un’oscena escrescenza carnosa. Il progressivo indurimento a contatto con l’aria la trasformava in un cuneo brillante. Un malato incrocio tra un rinoceronte e una piovra gigante. Nel silenzio più totale del bosco, l’immonda creatura cambiava radicalmente i suoi connotati come mai riportato nelle cronache. Era il momento di mantenere i nervi ben saldi e prepararsi al peggio. Dio è con me.

«Ivi, C.C.III. Picco isometrico. Confermate?»

«Affermativo», e nefasto. La mia prima parola nel comunicatore.

«Seguite la procedura. La bolla rimane al suo posto, così come l’N-M. Non rileviamo cambiamenti significativi di massa. Stazionate in prossimità. Laudetur»

«È un Gladius!»

Le parole di padre Isacco rimbombarono dentro il mio casco come un’eco nella navata centrale. Scorsi mentalmente le pagine dell’Exo-bestiarium alla ricerca di comportamenti anomali delle strutture Mantas. Conoscevo quel libro a menadito, ma non riuscivo a ricordare il motivo di quel nome. Forse ricordava gli omonimi marini, ma è ben noto che questi non posseggono escrescenze tentacolari. Forse i nostri fratelli negli antichi satelliti geostazionari, ormai un lontano ricordo a causa delle crescenti minacce esterne, avevano assistito alla sporulazione di questi demoni nel vuoto dello spazio, vedendoli fluttuare come pesci negli oceani. O, molto più prosaicamente, un semplice refuso perpetrato negli anni che, di conseguenza, era assurto al rango di letteratura scientifica. Che i Mantas venissero dalle profondità della terra era uno dei pochi dati certi, come che Mantus fosse la divinità etrusco-pagana dell’oltretomba: uno più uno, meno l’antico refuso, e il conto tornava alla perfezione. Sorrisi. Non so se per la mia divagazione mentale o per il nervosismo crescente.

Non ci era ancora dato sapere quale fosse la ragion d’essere dell’exostruttura Mantas, ma le sue apparizioni erano sporadiche e soprattutto innocue, quanto bastava a giustificare la mia presenza nell’abitacolo del velivolo di padre Isacco. Era la mia prima uscita come secondo del frate e avevamo l’occasione di fare dei rilevamenti immediati. Le nostre squadre di terra avevano avvistato il Mantas pochi secondi dopo l’emersione e avevano avvertito il comando appena in tempo per allontanarsi ed evitare le radiazioni emanate dalla struttura. Con un raggio di cinque metri di larghezza e poco più di due metri di altezza, il Mantas appariva come una via di mezzo tra una stella marina e un polpo rovesciato. Il numero delle escrescenze tentacolari era variabile da tre alla dozzina e anche se potevano sembrare dei tentacoli, a un primo colpo d’occhio la loro mobilità, o per meglio dire immobilità, era più simile a quella di singolari radici, ma senza la caratteristica nodosità. Più di trecento anni di studi dalla fondazione del nostro ordine segreto non erano riusciti a spiegare le sue funzioni e le particolarità delle radiazioni che emanava. In tutto e per tutto identica, in un primo momento, al processo di decadimento alfa conosciuto in natura, la radioattività del Mantas si distingueva da essa non lasciando tracce di isotopi a distanza di poche ore dall’emissione. Dove finissero e di che natura fossero quegli isotopi, non ci era ancora dato saperlo.

Con questa nuova forma del Gladius stavamo assistendo a un caso unico nella storia degli studi esobiologici. Per il momento l’eccitazione e la meraviglia non lasciavano spazio alla paura, ma sentivo che sarebbe durata poco.

«Ivi, Apis I. Comportamento anomalo dell’obiettivo. Ho un novizio al suo primo volo a bordo. Richiedo di abortire la missione di ricognizione. Troppo rischioso, rientriamo. Laudetur»

«Ivi, C.C. III. Richiesta accordata. Ma allontanatevi con cautela. Lo scriptorium sta elaborando i nuovi dati. Non sappiamo come si comporterà l’obiettivo. N-M. allertato. Tenete gli occhi aperti. Laudetur»

«Non so come sia possibile ma quello è un Gladius e c’è sicuramente qualcosa di strano, brutto e cattivo in quei dati se lo scriptorium vuole togliere la bolla all’N-M. Anche se siamo tentati di rimanere qui a vedere padre Giovanni in azione, ce ne faremo una ragione. Dico bene, fratello Giosuè?» E con un gesto esperto sui comandi, Padre Isacco iniziò ad allargare le orbite del nostro velivolo intorno all’oggetto che poteva vantare di aver conquistato lo status di ʽnon identificatoʼ in così breve tempo.

In risposta a Padre Isacco, grugnii un assenso nel comunicatore. Avrei potuto fare qualcosa di più, ma la situazione iniziava a suggestionarmi. Ero convinto che quella che poteva essere la testa del Gladius, o perlomeno la parte che il nostro istinto antropico inconsciamente identifica come tale, stesse seguendo la nostra rotta. Quella escrescenza polposa, quel corno carnoso, con i due lati appiattiti uniti da una morbida cresta, tale da sembrare un’antica daga romana, un Gladius appunto, fuoriusciva ritmicamente dal duro dorso del Mantas. L’estremità puntuta di quell’essere descriveva un moto circolare, costantemente rivolto verso il nostro aeromobile. I miei occhi increduli seguivano ogni movimento di quella diabolica danza che si ripeteva sincronicamente sul mio terminale sotto forma di picchi isometrici. Con una bizzarra associazione di idee, quelle pulsazioni cromatiche mi riportarono alla mente i primi giorni all’eremo di Monte Marte.

Per nulla stupito dall’austerità dell’eremo, tanto ero avvezzo a ogni sorta di rigore cenobitico, rimasi a lungo attonito e affascinato di fronte ai videoterminali dello scriptorium di elaborazione. La prima volta che ci mostrarono i miracolosi progressi dell’elettronica custoditi in quelle sale, fui come folgorato dalla visione paradisiaca di quei colori e quei caratteri che si rincorrevano sugli schermi. La mia fantasia, abituata alla fissità delle parole scritte o alla staticità delle icone, ruppe ogni argine cercando di spiegare con pindariche elucubrazioni cosa si celasse dentro quei macchinari, come potessero creare quelle visioni. La sera stessa, nella mia stanza, più di un brivido mi corse lungo la schiena quando mi resi conto di non aver ricondotto tutte le spiegazioni all’unica possibile: Nostro Signore Onnipotente. Per la prima volta la mia fede vacillò, sedotta dalla fantasia. Come avevo potuto mettere in disparte l’Altissimo? Per una così futile ragione, per giunta! Che si possa cadere nell’abisso dell’eresia nell’attimo di un respiro?

Trasformai quelle torbide esitazioni in limpide preghiere e mi addormentai. Sognai un candido infante che dormiva serafico. Gesù Bambino senza dubbio era venuto a rischiarare i miei sogni, ma con lui non c’era la Beata Vergine. Non avendo mai conosciuto mia madre, non sono mai riuscito a trasporre una figura materna nel mio mondo onirico. Non importa. Ciò che contava veramente era quell’odore indimenticabile di menta. Lo stesso che avvertivo chiaramente in quel momento nell’abitacolo.

«Ivi, Apis I. Rientro immediato. Il mio secondo ha perso i sensi senza motivo. Ripeto: rientro immediato. Semper. Ragazzo, non fare scherzi! Rispondimi, Giosuè, per l’amor del cielo!»

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