Il Santuario di Marte

Il Santuario di Marte

Ambientato in uno scenario mistico-religioso dai toni nipponici, il racconto mette in luce i rapporti continui di un’umanità collegata costantemente ad una rete neuronale. In questa connessione perpetua, un vero e proprio social network integrato, ogni voce “fuori dal coro” viene repressa, cancellata e dimenticata allo scopo di ottenere una fredda, quanto rassicurante, condivisione delle proprie esperienze.

Fonte: Le migliori peggiori distopie degli autori di Penne Matte.

“La ragazza esita, rallenta il passo. Ossequiosa, china impercettibilmente il capo mentre varca il modesto portale torii in fibro-titanio. Finalmente riprende il ritmo dei suoi passi e si dirige sicura verso il santuario. Si ferma al padiglione di abluzione, lava la mano sinistra, poi la destra e infine la bocca. Raggiunto il santuario afferra la grande corda di paglia di riso che pende di fronte a lei e la scuote con decisione facendo risuonare la campana all’estremità della fune. Fa un passo indietro, si inchina due volte, calibrando con la massima precisione tempi e movimenti, e batte due volte le mani. Dopo i due suoni secchi, il silenzio avvolge di nuovo la ragazza, immobile con le mani giunte, in preghiera. Poco dopo, ripete un inchino con la stessa maestria. Un passo indietro con lo sguardo rivolto al santuario, poi si volta ed esce di scena”
L’esperienza appena vissuta viene processata dal sistema che la trasforma in impulso neurale, pronto per essere dato in pasto alla moltitudine di utenze individuali sparse per le galassie conosciute. In apparenza intente ai proprio affari, alle proprie mansioni, ma costantemente armonizzate al sistema tramite legame encefalo-quantico. La ragazza incorpora all’impulso anche un breve pensiero:

–– Oggi ho bisogno di ogni aiuto possibile…anche divino! Esame…PAURAAA! ––

I feromoni di risposta allo stimolo di Sapphire164 non tardano ad arrivare. Sebbene provino a essere variegati e originali, gli utenti sembrano tutti dire una sola cosa:

–– In bocca al lupo! Fatti valere! ––

Tutti tranne uno. Una voce fuori dal coro, che il liquido tracciante di ultima generazione del reverendo Jack individua e cataloga come non conforme alla regola:

–– Ancora credi a quelle stronzate, studia invece di perdere tempo! ––

Il sacerdote, ben consapevole dell’infallibilità dell’algoritmo del sistema, prende comunque atto della natura del feromone anomalo e, di riflesso, invia un impulso neurale incrociato sia a Sapphire164, sia al potenziale facinoroso.

–– Che gli dèi ti proteggano e veglino sul tuo esame, Sapphire! Grazie per essere passata dal nostro umile santuario! ––

Incorpora il pensiero a un’esperienza pilota, opportunamente richiamata dall’archivio mnemonico:
“Due statue, entrambe colate in un pezzo unico di vinil-acciaio, molto simili tra loro, tranne che per le diverse posture, ritraggono un cucciolo di leone albino. Dalle proporzioni e fattezze tutt’altro che realistiche, i leoncini hanno delle espressioni facciali caricaturali e antropomorfe, con occhi ben più grandi del normale e delle orecchie tonde e ritte, simili a quelle dei topi, con una macchia nera sulle estremità, unico contrasto di colore con la bianchezza delle figure. Queste statue antitetiche sono poste di guardia ai lati del modesto portale torii, anch’esso candido come la neve”
Una voce profonda e ben impostata, ma sintetizzata artificialmente, commenta le immagini: «Il Tenkaku Jinja di Marte è uno dei santuari dove è custodito lo spirito del dio Tenkaku Miraishō. Due leoni Kimba, simbolo di purezza e tenacia, sono a protezione dell’ingresso principale.»
Gli impulsi visivi proseguono mostrando un’altra statua posta al centro del boschetto interno del santuario che riproduce olograficamente i sacri sasaki e i cipressi hinoki come vuole l’antica tradizione. La figura, questa volta, è quella di un bambino vestito solo di stivali rossi, slip neri e cintura verde scuro con un’insolita ciocca di capelli a punta sulla fronte e un’altra simile sulla nuca.
La voce prosegue: «Attraversando il boschetto sacro, protetto dalla statua di Astro Boy, il ragazzo dell’atomo, si raggiunge l’edificio centrale».
Le immagini infine si soffermano sulla facciata frontale del santuario, fatto interamente di bianco fibro-titanio vivo, con il classico tetto a spiovente nero di plasto-paglia e i pali incrociati, come corna, che sporgono dalla sommità del tetto. Il piccolo rosone centrale, illuminato dall’interno, ritrae una fenice cremisi con le ali spiegate a mo’ di croce completando, con il suo colore, l’antica proporzione nigredo, rubedo e albedo dei tre gradi alchemici.
«Il santuario di Marte fu fondato a inizio millennio e, nonostante la sua posizione periferica, per molti secoli è stato un importante luogo di culto per i pionieri della prima ondata che gettarono le basi della civiltà galattica. Al suo interno è custodito lo spirito di Tenkaku Miraishō, al secolo Tezuka Osamu, uno degli ottantamila dèi che hanno saputo sincretizzare i valori universali dell’umanità in un culto nuovo e giusto, e ottenere la singolarità che ha permesso all'Uomo di liberarsi dalle impurità del passato e di procedere fiero verso uno splendente futuro»
Poi l’esperienza pilota prosegue mostrando il sacerdote nel suo talare bianco e nero. La voce continua: «Nella sala principale, il reverendo Jack si appresta a officiare un rito. Ogni ministro del culto che si avvicenda al santuario di Marte, da tradizione, prende il nome di Jack. Non ci è dato sapere il motivo di questo costume, ormai perso nella notte dei tempi. Uno dei tanti misteri di questo culto antichissimo»
Le immagini si soffermano inquadrando Il sacerdote, impegnato in un rituale, che cantilena una preghiera, muove ritmicamente il capo e scuote un bastone con innumerevoli campanelli di fronte a una croce in piro-plasma con al centro una teca dorata contenente la reliquia: un basco nero, primitivo copricapo appartenuto alla divinità.

Il reverendo Jack, compiaciuto, si inebria del nugolo di feromoni di approvazione provenienti dalla moltitudine di utenze individuali che sono ancora connesse al tracciato, e rimane sconcertato, quando assimila la reazione del sedizioso utente:

–– Ma non capite che non sono altro che rielaborazioni e ricombinazioni di antichi culti!? Non c’è nulla di nuovo! L’umanità ripeterà gli stessi errori se non imparerà dal passato! Reverendo, se proprio vuole onorare l’uomo che venera come un dio, getti quei paramenti e celebri la Storia! ––

L’algoritmo del sistema si attiva puntuale. Il filtro encefalo-quantico entra in funzione come da protocollo su tutta la moltitudine e l’impulso dell’agitatore viene terminato. Cancellato dai database mnemonici di ogni utenza individuale connessa al tracciato.

Il reverendo Jack non avrà mai memoria dell’accaduto.

È una splendida giornata e, come ogni giorno a quest’ora, il sacerdote si appresta, con placida serenità, a svolgere la funzione, dopo aver invitato con un impulso neuronale tutti i seguaci del santuario a prenderne parte.

La ragazza avverte un prurito impercettibile tra le sopracciglia, che dura meno di un secondo. Un classico dei modelli di filtro encefalo-quantico di prima generazione. La ragazza neanche ci fa caso, tanta è la tensione. Ora stringe forte l’amuleto con sopra un ricamo che ritrae una principessa in abiti maschili su una cavalcatura bianca di altri tempi. Pensa al dolce bacio che la sua promessa sposa le ha dato prima di uscire di casa. Ancora quel fastidioso prurito e per un attimo la vista le si annebbia. Per un attimo vede un uomo, legato a un palo. Sta per essere arso vivo, sopra una pira fatta di quegli oggetti che anticamente gli uomini usavano per archiviare le esperienze. Le pare si chiamassero “libri”. L’anomalia visiva scompare. “Vedi cosa ti succede a studiare troppo! Ma se passo quest’esame, la prima cosa che faccio è cambiare questo vecchio filtro,” pensa, “ma ora basta distrazioni!” Fa un grande respiro, e il social network sistema va automaticamente in background per liberare spazio di calcolo. Sapphire McKnight chiude gli occhi e s’immerge nella capsula di stasi indotta dove l’attende il collettore per l’ultimo esame di teoria e tecnica di disegno a undici dimensioni.

 

Illustrazione di Mirko Corridori

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