Esperienze, Parte Undicesima

Esperienze, Parte Undicesima

Fummo nei pressi delle macerie in poco tempo e le scalammo in fretta e furia. La situazione era surreale e spaventosa al contempo, così diversa dal precedente assalto: non vi erano grida di dolore, cozzare di acciaio contro acciaio, schiocchi di arco, battute ritmiche di spada sullo scudo; nessun rumore. A metà arrampicata, una corrente proveniente dall’interno portò un lezzo nauseabondo. Il capitano Probo, che era leggermente avanti a me, raddoppiò gli sforzi nella salita e, come raggiunse la vetta, lo vidi coprirsi il volto con la manica del farsetto che portava sotto l’usbergo della lorica. Lo raggiunsi che era ancora lì a guardare quello spettacolo, che infine vidi anche io.
Il pacco aveva fatto più del proprio dovere e aveva raso al suolo anche le costruzioni nei pressi della breccia, lasciando esposte le fondamenta delle stesse. Quelle ancora in piedi risultavano molto simili a quelle del Campo I per architettura, tranne che per un cruciale dettaglio: a ogni muro, stipite e finestra di ogni singola abitazione, vi erano affissi resti umani.

Mi ritrovai semi-inginocchiata sopra un lastrone che doveva essere la passerella delle mura demolite, con il capitano che mi teneva per la collottola dell’armatura in cuoio; non ci fosse stato lui, probabilmente sarei ruzzolata giù per le macerie e non sarei qui a raccontare questa storia. Rigettai quel poco di colazione che avevo nello stomaco e, con il volto rigato dallo sforzo e dal vomito, mi rialzai di nuovo a osservare quella macabra scena.

Tutta la giornata che trascorse la ricordo come un terribile incubo; ho solo degli sprazzi e delle immagini fugaci che, messe insieme, apparentemente non hanno alcun senso. Raccontai poi a uno dei Cerusici di legione, un certo Grivo Delon, quello che incontrai fuori dalle mura del Campo I prima di entrarvi; egli mi spiegò che la mente umana ha molti sistemi per preservare se stessa, tra cui quello di dimenticare gli eventi sconvolgenti o frammentarli al punto da non aver mai un quadro chiaro di ciò che è accaduto. Ed è un bene che sia successo a me, perché, quando chiesi ai miei colleghi storici di riportarmi quanto avevano visto a fine giornata, quello che lessi mi fece accapponare la pelle. In una delle missive che ci scambiammo, Mud mi scrisse che si era accorto del fatto che mi comportavo come uno dei prigionieri byestiani del Campo I, perché andavo dove venivo sospinta, vedendo tutto e niente allo stesso tempo, gli occhi perennemente sbarrati; si era anzi preoccupato, perché sapeva quanto prendessi sul serio il mio lavoro, e il non vedermi prendere un singolo appunto lo aveva impensierito.

Come avevamo predetto, dopo pochi passi dalla breccia, il fiume che adesso in parte era straripato e stava bagnando le strade di terra battuta del Campo II, finiva dentro un’altra grata e da lì sotto terra. Analogamente al primo campo conquistato, anche questo era stato progettato per il concentramento ed era sviluppato a croce, sia per i quattro viali principali che per tutte le vie secondarie. La maggior parte delle costruzioni erano a due piani e le trovammo tutte vuote, senza neppure brande, tavoli, piedistalli o sedie. Le facciate di tutti i muri di questi bassi palazzi avevano resti umani affissi; potevano essere organi interni o ossa o pelle o arti interi. Notammo, poi, che sopra gli stipiti di ogni porta vi erano delle braccia con le mani ancora attaccate, oppure solo mani, o ancora solo dita a formare delle frecce, tutte a indicare la costruzione centrale; questa, stavolta era un grosso magazzino, senza torre e senza finestre, con soltanto un’entrata principale già spalancata e una secondaria anch’essa aperta. Tutt’attorno alle mura di questo fabbricato vi erano disegnate col sangue strane scene senza senso, ma che osservandole trasmettevano qualcosa di oscuro e blasfemo; ricorrente, però, era la Ruota del Fato distrutta e una specie di mostro marino dal corpo umano e la testa tentacolata, i cui occhi malvagi scrutavano fin nell’anima chi osservava l’affresco, se così posso definirlo.

All’interno, l’odore di morte era ancora più opprimente e l’illuminazione era scarsa, data la mancanza di finestre; oltre al rumore dei nostri passi, c’erano quelli di numerosi picchiettii ritmici sul pavimento, provenienti da una fonte sconosciuta. Quando Probo ordinò di accendere delle torce, scoprimmo che appesi all’alto soffitto vi erano dei mezzi busti di uomini e, questa volta, anche di elfi, tagliati all’altezza del ventre e che esponevano all’aria le proprie budella. Trovammo singolare la presenza dei Primi Venuti, scriveva Mud, perché anche se avevano una piccola comunità in un bosco a nord di Byest, non avevano mai dato mostra di volersi interessare alle faccende umane, come del resto accadeva con gli elfi di Glas Foraoise, nei Regni Unificati.

Alcuni cadaveri non dovevano essere lì da molto, perché il picchiettio proveniva dal sangue che colava dai cadaveri. Questo sembrava raccogliersi in dei piccoli canali incisi nel pavimento in pietra che andavano a disegnare un doppio pentacolo, o qualcosa di simile; non era possibile capirne il significato perché poteva essere visto solo dall’alto e pareva essere uno spettacolo che solo quelle povere salme potevano ammirare.

Lungo le pareti – scrivevano i miei colleghi Storici –, i disegni dell’esterno riprendevano e si facevano sempre più fitti e particolareggiati, pur sempre privi di qualsiasi criterio, ma questa volta erano stati usati anche gli altri fluidi corporei provenienti da tutto l’organismo. Sembrava, inoltre, che dove finivano le scanalature del pavimento cominciavano i disegni sul muro, e viceversa. Mud scriveva, inoltre, che i nostri commilitoni che seguivano i ghirigori descritti dagli infiniti tentacoli o da quelle scene raccapriccianti e indecifrabili al contempo era come se perdessero se stessi, dimenticandosi di quel che stavano facendo o scordandosi la scena a cui avevano appena assistito. Persino lui dovette essere scosso da un legionario, perché troppo impegnato a disegnare uno schizzo di quello che stava vedendo, ed era così preso che a un certo punto aveva rovesciato il calamaio e, per continuare la sua opera, aveva usato il sangue raccolto nelle incisioni a terra, cominciando a ridere di una risata folle che aumentava d’intensità mano a mano che l’abbozzo continuava. Molti compagni d’arme, scriveva altresì Tolmodeo, avevano fatto più o meno la stessa fine nell’osservare quello spettacolo fuori da ogni logica umana. Alcuni si erano gettati nel sangue raccolto nei canali a terra, urlando in una lingua inesistente. Altri si erano inginocchiati davanti ad alcuni disegni delle pareti, alcuni levandosi l’elmo, battevano la propria testa contro di essi, come se stessero recitando una preghiera, il sangue che cominciava a scendere lungo i volti, per colpa delle continue percosse. Altri semplicemente passavano dalle urla di terrore a risate folli e pianti strazianti con lo sguardo completamente perso e le unghie che graffiano il volto contorto in smorfie disperate.

Le due forme d’arte infine confluivano verso un punto in particolare, dall’altra parte dell’unica stanza in confronto all’entrata principale. Nella lunga parete vi era raffigurata un’enorme testa che poteva essere quella del mostro che così spesso compariva nei disegni lungo le mura, dagli occhi empi che sembravano osservare tutto. D’innanzi, vi era l’unico essere vivente che trovammo in tutto il Campo II, un elfo assiso su un piccolo sedile di pietra: uno dei pochi sprazzi di memoria che ricordo bene, come se la mia mente si fosse focalizzata su quell’unica scena, escludendo tutto il contorno. Il corpo martoriato presentava segni raccapriccianti di torture e percosse: sangue e sudore avevano insudiciato quelli che una volta erano sicuramente stati degli splendidi capelli ramati; gli occhi erano stati letteralmente strappati, lasciando il posto a due cavità vuote che trasudavano rosse lacrime; il corpo era nudo, eccezion fatta per un perizoma intriso di sangue, lembi di pelle mancanti che scoprivano le ossa del petto e i muscoli annichiliti delle braccia.

A nulla era valso l’intervento dei Cerusici, giacché, neanche loro sapevano come, il corpo era tenuto insieme dallo scranno sul quale stava, e se fosse stato toccato o mosso il corpo avrebbe ceduto completamente.
Straordinariamente, l’elfo era ancora vivo e cosciente, nel suo dolore, ripeteva ossessivamente la stessa frase: “Tá tú i mbaol, ná téigh ar aghaidh1”. La sua voce ricordava il raschiare delle unghie sul vetro, e si vedeva quanto lo sforzo di parlare lo stesse logorando. Solo quando si avvicinò Thuatal, cercando di parlargli come lo si fa a un fratello, egli cercò di sollevare lo sguardo cieco verso dove proveniva il suono della voce del Grande Mago.

Parlarono in elfico, lingua della quale conoscevo solo pochi vocaboli, quindi non potevo capire tutto quello che dissero; tuttavia, dalla voce calda di Thuatal intuii che questi cercava di rassicurarlo, e da quella disperata del malcapitato che quest’ultimo cercava di allontanarci da quel luogo di orrore e morte. Dopo un breve scambio, in cui quel che rimaneva dell’elfo seduto sembrava non aver mai preso fiato, questi rimase un momento in silenzio, fece una domanda al Grande Mago della Fuoco I, alla quale questi annuì gravemente, e infine mosse il braccio sinistro a indicare un angolo della buia stanza.

“Guardatevi dal terrore che troverete”, parlò infine nella lingua imperiale, sempre con evidente sforzo, “perché le vostre anime mortali non sono pronte al caos che regna in queste tetre mura. Il sottosuolo è dimora dei demoni della paura ancestrale, delle antiche profezie, del male strisciante”.

Dalla bocca cominciò a uscire del sangue che colò copioso dal mento, ma nonostante questo egli continuò: “Se deciderete di continuare, ricordatevi il mio monito: non c’è rifugio per i vostri spiriti da ciò che andrete a scoprire. Andatevene ora, o sarete perseguitati per sempre dal vero terrore”.

Detto questo abbassò la testa e non disse più nulla. Allora gli occhi di Thuatal si illuminarono di potere arcano e posò sulla fronte del povero martoriato una mano, mormorando un incantesimo.

“Gabhaim buíochas leat, mo dheartháir2” sussurrò pieno di gratitudine, mentre il suo corpo diventava pian piano cenere.

Da quel momento i ricordi ricominciano a farsi di nuovo nebulosi e a singhiozzi, tanto che dovetti leggere e rileggere i rapporti dei miei colleghi più volte, perché quello che loro dicevano di aver visto mi sembrava surreale, illogico, fuori da ogni grazia del Fato benevolo, nonché governato dal puro terrore. Ho ancora i resoconti dei miei colleghi perché, come Storica e sergente, avevo diritto a una copia, e ora che è passato tanto tempo non ho paura nel condividerli. Quelli di Mud, purtroppo, sono davvero inconcepibili, come se la sua mente avesse smesso di pensare normalmente e si fosse messo a scrivere con degli strani caratteri, antichi e terribili; i suoi disegni, invece, erano sempre molto particolareggiati. Spesso anche troppo.

D’altra parte, i rapporti di Tolmodeo, seppur a tratti sgrammaticati, privi di punteggiatura e di senso compiuto, a volte dalla grafia talmente sottile che sembrava che si fosse dimenticato di intingere la penna e bisognava leggerla contro luce per capire ciò che la sua mente aveva visto, erano più lineari e completi. A questi faccio riferimento.
Tolmodeo riporta quanto segue:

“Nell’angolo, eppure in mezzo al punto della stanza indicato dall’elfo senza nome, trovammo una leva fatta di un intreccio di ossa e tendini, nessuno seppe dire se animali o umane o elfiche. Dovemmo spostarla più e più volte, di sotto in su, perché qualcosa accadesse. Infine davanti a noi si aprì una porta celata che, essendo su una delle quattro mura della costruzione centrale del Campo II, demmo per scontato che desse fuori da essa. E invece questa si affacciò a delle scale che sembravano salire ad un piano superiore. Quando cominciammo la scalata, tutto il nostro essere sentiva invero che stavamo scendendo verso le viscere della terra. Le scale così strette davano l’idea di un posto infinito e molti uomini d’armi, abituati a vedere i propri compagni morenti nonché il proprio sangue e l’altrui, impazzirono, cercando di tornare da dove erano venuti. Scoprimmo presto che mano a mano che proseguivamo (non posso utilizzare i termini “salire” o “scendere” perché dopo diversi battiti di cuore non capivamo più cosa stesse succedendo alle nostre sensazioni) le scale dietro di noi erano scomparse, o meglio se le si ripercorreva all’indietro non si tornava a nessuna porta, solo ad altre scale. Inoltre, del fornito gruppo di miliziani che erano entrati nella porta nascosta, ci accorgemmo che solo in dieci eravamo rimasti. Continuammo a seguire le scale, ora rese viscide da qualcosa che sembrava sangue misto a bile, quando infine sentimmo come una fetida brezza proveniente da innanzi il gruppo e che portava con se orrori immondi. Affrettammo il passo nella speranza di salvare quante più persone possibile come era successo nelle viscere del Campo I, ma già in cuor nostro sapevamo che questo era nettamente diverso dal precedente campo di prigionia. Infine arrivammo ad un pianerottolo mal illuminato dalle torce dei gruppi di legionari chi ci avevano preceduto, nonostante il mio fosse entrato per primo nella porta nascosta. La grotta era immensa, ma non saprei quantificare quanto, dacché ogni volta che raggiungevamo un angolo, esso non poteva essere osservato a lungo ché la vista si offuscava e il cervello si confondeva, come se le mura si stringessero e si allargassero di propria iniziativa. Fu solo grazie ad un incantesimo dei Grandi Maghi con noi presenti se tutta la comitiva non impazzì. Per salvaguardare la nostra sanità mentale, dovemmo tenerci lontani dalle pareti di nuda pietra della grotta. Come per l’altro campo di prigionia, anche questo doveva aver fatto qualche sorta di esperimenti su cavie umane e non, dato che trovammo dei resti ammonticchiati di membra, fossero esse umane o elfiche non sapemmo dire, perché la vista di queste era dolorosa e sfidava la potenza dell’incantesimo che ci schermava dalla pazzia. Scoprimmo quindi laboratori e brande e prigioni come per il Campo I, ma stavolta senza superstiti e senza materiali che potemmo riutilizzare a nostro favore. A un più cauto approfondimento, notammo anche altri budelli di terra, in uno in particolare nella quale trovammo una cascata che doveva avere origine da quel fiumiciattolo da cui partì l’assalto al Campo II da nord. Questo creava un lago di modeste dimensioni con al centro un grande mulinello che dava ancor più nelle viscere della terra. L’acqua riluceva di una sinistra luminescenza fluorescente la cui fonte sembrava provenire da sotto di essa. La riva del lago era disseminata di cadaveri di essere umani, elfi e altre bestie che non riesco a descrivere, ma che posso dire non erano come gli archetipi incontrati fino ad ora: sembravano più degli aborti di razze incrociate con qualcosa di oscuro e blasfemo. Alle pareti, quei sinistri dipinti che non ci avevamo mai abbandonato nel sottosuolo, anche se la nostra mente e i nostri occhi cercavano di evitare il loro contatto, ad un certo punto cominciarono a vomitare sangue. Questo, congiungendosi con le acqua del lago, fecero crescere d’intensità il lume che vi regnava sotto, tanto che le torce che avevamo acceso in precedenza diventarono inutili. Insieme, dagli abissi cominciò a muoversi qualcosa e la terra tremò. I Grandi Maghi che erano con noi non ci pensarono due volte a far evacuare la grotta del lago e a farne crollare la volta fin dentro allo specchio d’acqua, scongiurando così ogni pericolo che da lì poteva provenire. La distruzione di quella stanza fece scemare un poco il senso di opprimente terrore che permeava l’aria di quelle stanze, ma era comunque a dei livelli insostenibili senza l’incantesimo che ci schermava. Tornammo indietro, non senza pochi problemi, dato che tra quelle pareti rocciose i punti di riferimento erano fittizi o, più probabilmente, si spostavano di modo da farci perdere l’orientamento. Quando ci ricongiungemmo con il resto dei legionari, il gruppo guidato da Mano Nera disse che aveva trovato un condotto che era già stato fatto crollare e con i suoi sensi poteva avvertire che da quella parte vi era altra blasfemia ed era un bene se non potevamo inseguirla e che in tutta la sua vita non aveva mai visto nessun tipo di magia riuscire in intenti oscuri come quella che aveva trovato tra quelle caverne. Allorché i legionari, gli stessi uomini forti che avevano combattuto e conquistato il Campo I, cominciarono a dar segno di psicosi tanto che tutti decidemmo di lasciare quelle pietre oscure per tornare a respirare l’aria pura. Il viaggio a ritroso a noi parve durare poche centinaia di battiti di cuore, ma quando infine uscimmo all’esterno della porta e da lì fuori dalla costruzione centrale del Campo II, il cielo ero nero di una notte senza luna e le stelle e la brezza notturna ci diedero il bentornato.”

Mentre accadeva questo, il capitano Probo ordinò a un altro sergente di accompagnarmi fuori dal Campo II e di portarmi alle cure del Mago Cerusico sopra citato, mastro Delon. Da lì la mia mente ricominciò ad acquistare un barlume di lucidità, tanto che i miei ricordi cominciarono a essere più limpidi. Nella sua tenda vi erano con me altri pazienti provenienti dalla costruzione centrale del campo di concentramento, molti legati alle barelle e con un bavaglio di corda alla bocca per evitare che si facessero del male da soli o che ne facessero ad altri. L’unica maniera per calmare tutti quanti, oltre a star lontani da quella fonte inesauribile di terrore, era un sonno profondo e prolungato o, nei casi più gravi, eradicare dalla mente, con una magia, il ricordo di quanto i soldati avevano appena vissuto. Quest’incantesimo richiedeva molto sforzo da parte dei Cerusici, tanto che dovettero chiedere assistenza ai Grandi Maghi per avere una maggior fonte arcana, altrimenti ci saremmo trovati, di lì in poi, senza medici.
Dopo tre giorni da quella mattina nefasta dell’assalto al Campo II, Thuatal decise di entrare con Mano Nera un’ultima volta all’interno di quella costruzione maledetta. Tutto il resto dell’esercito stava smontando l’accampamento. L’elfo mi disse, in un’altra missiva, che lasciando i suoi resti lì avrebbe commesso un peccato nei confronti del proprio simile, quindi entrò e li raccolse all’interno di un’urna d’argento; una volta finita questa guerra, li avrebbe riportati alla sua terra natia. Mano Nera, invece, fu meno pragmatico: aspettò che l’elfo uscisse e raccolse tutto il potere che serviva per demolire completamente la costruzione che aveva di fronte, così che nessuno in futuro avrebbe potuto accedere a quelle grotte dominate dal terrore.


  1. «Siete in pericolo, non andate oltre».
  2. «Ti ringrazio, fratello mio».
© 2018 Myth Press

I cookie che usiamo ci forniscono statistiche anonime che ci permettono di darvi la migliore esperienza di navigazione. Consulta la nostra informativa!