Esperienze, Parte Settima

Esperienze, Parte Settima

Non perdemmo altro tempo. Ogni secondo ci avvicinava alla verità che andava delineandosi. E tutto questo mi faceva paura.

Il Secondo rientrò in quella costruzione bassa e lunga e si mise in un angolo vicino alla porta. Lo vedemmo concentrarsi e accumulare del potere arcano su di sé e, in pochi battiti di cuore, accanto a lui comparve, come dal nulla, una sua esatta copia. Scoprii quindi che l'incantesimo multivisione consisteva nel creare una copia dell'incantatore, ma senza le potenzialità dell'originale. In pratica, era solo un fantoccio a cui si potevano dare degli ordini semplici. In questo caso, Yeden di Fostdelmot comandò al suo clone di girare per la stanza e contattarlo telepaticamente quando si fosse verificato un cambiamento all'interno del dormitorio in cui si trovava.

Come un automa, la copia del Secondo, senza battere ciglio, cominciò ad aggirarsi per la stanza, lo sguardo fisso innanzi a lui. Fui scossa da un brivido, pensando a quante volte avevo avuto a che fare con questi maghi, e chiedendomi quante volte avessi effettivamente parlato con l’originale, e non con una loro proiezione magica. Molti dei miei commilitoni, lungo il viaggio fino ai confini con Byest, avevano manifestato fin troppo spesso l'antipatia e l'ambivalenza dei Grandi Maghi, ma anche dei Maghi di Compagnia. Le loro menti erano state ormai traviate dalla magia, e non ragionavano più come persone comuni. Spesso si consideravano al di sopra degli altri proprio per questo loro potere. Io ne ero affascinata e spaventata al tempo stesso, così come lo sono tutt'oggi. Ma, ahimè, la loro utilità nell'esercito è evidente, quindi, molti dei discorsi intorno ai bivacchi nascono e muoiono con la stessa velocità di una mosca-vampiro che ti succhia il sangue e scompare nelle tenebre.

Lasciammo il clone alla sua ronda e tornammo nel viale principale.

Mentre visitavamo quell'edificio, notammo che si erano accumulati altri sergenti che dovevano fare rapporto dalle proprie strade. Il Secondo venne informato di almeno altri otto o nove dormitori come quello che ci eravamo appena lasciati alle spalle, e che ormai mancavano poche vie prima dell'arrivo al palazzo centrale del Campo I. Il capitano mandò un portaordini agli alti grado perché riferisse loro la situazione per le strade, con un piccolo appunto da parte mia: da dove ci trovavamo noi fino alla costruzione che era la nostra meta, le ultime torri alte erano proprio a ridosso di questa, o comunque nelle ultimissime vie; con gli assediati ormai tutti intorno alla cattedrale, sarebbe stato molto difficile riuscire a conquistarle senza perdite importanti.

Una volta che il portaordini se ne fu andato, notai Yeden elettrificarsi di un potere arcano e cominciare a correre a una velocità sovrumana, scomparendo ben più velocemente della staffetta. I sergenti, poi, mi spiegarono che avevano chiosato puntualmente le ubicazioni dei dormitori, così che il mago dovesse star dietro a nessuno e potesse muoversi liberamente con la sua velocità magica.

Per noi, era ormai giunto il tempo di ricompattare l'Aquila IX, rastrellare le ultime vie e prepararci all'assedio coordinato con le altre legioni. I sergenti riferirono che nelle ultime sei vie, tre per lato del viale, vi erano parecchi contingenti, spesso anche numerosi, dei difensori byestiani, tanto da richiedere l'intervento di un'altra squadra. Inoltre, a parte il viale principale, vi erano anche delle viuzze sparute che davano verso la cattedrale: per evitare sortite laterali da parte degli assediati, era consigliabile mandare degli uomini a difenderle.

Quando tutto era pronto per l'assalto finale, il sole era ormai calato da un pezzo. Avevamo pochissimi aiutanti dei Cerusici con noi, visto che i maghi curatori erano rimasti indietro a provvedere ai nostri feriti e moribondi; alcuni avevano anche cominciato a studiare i corpi dei vari archetipi di byestiani disponibili. Ero sempre con il capitano Probo, che stavolta, dovendo fare da cervello per l'operazione, sarebbe rimasto indietro, ben visibile ai portaordini e a disposizione dei comandi.

L'ultima torre disponibile per gli alti grado era a sei o sette vie dal cuore del Campo I ed era stata conquistata senza spargimenti di sangue. Lì, ci avevano informato che le altre due legioni erano pronte, e che l'inizio dell'ultimo assalto sarebbe stato segnalato da tre tonanti in rapida successione. La Verità IV avrebbe dato il via alle danze.

Da davanti, arrivavano diversi portaordini che comunicavano a Probo cosa stesse succedendo nella struttura e tutt'intorno ad essa. Io cercavo di appuntare il più velocemente possibile tutto quello che era accaduto e quello che stava accadendo, cosa non facile, data la mole di informazioni che avevo accumulato e che quindi, in parte, non ero riuscita a riportare. Tuttavia, anche se ero immersa dalle mie scartoffie, riuscii a captare qualche dettaglio: ad esempio, che nei vari terrazzi della costruzione ogni tanto si affacciavano i maghi byestiani, oppure che a difesa delle tre entrate, una grande e frontale, rivolta a est e sotto l'alto minareto, altre due più piccole a nord e a sud, vi erano per lo più primi e terzi archetipi. Probabilmente i secondi, che erano più agili degli altri e più letali negli spazi chiusi, li avremmo trovati all'interno.

Erano arrivate anche informazioni da parte delle altre legioni: erano stati trovati dozzine di dormitori come ne avevamo trovati durante la nostra avanzata, e il conteggio dei pazienti equivaleva grossomodo a metà delle persone scomparse dai nostri confini. Dove erano andati a finire tutti gli altri? Possibile che le loro menti e corpi fossero stati tramutati e che li avessimo combattuti?

Ero pervasa da una strana sensazione, come da un'ansia: volevo che l'assalto cominciasse, desideravo mettere di nuovo mano alla mia corta daga, bramavo che quell'eccitazione dell'attesa sfociasse in un attacco dirompente. Non ero sicura che questa volta avrei preso parte alla battaglia, ma la voce ferma del capitano, le incombenze dei portaordini, gli sparuti canti di guerra dei miei commilitoni e il loro ritmato battere di spada sugli scudi mi stava dando una carica che non avevo mai provato in vita mia. E mi piaceva!

Questa, però, non ero io. Non volevo vedere il sangue sulle mie mani, ma, come Probo mi aveva detto, il battesimo del sangue era arrivato, e ora sapevo cosa si provava ad avere la meglio su una vita che non era la mia. Se si fosse reso necessario, avrei fatto la mia parte.

Riacquistai il controllo del mio corpo e della mia mente con profondi respiri e stringendo il ciondolo ad anello che portavo come collana. Era un regalo della mia buona madre, che a sua volta lo aveva ricevuto da sua madre. Era un piccolo portafortuna, semplice nella fattura e nei materiali con cui era stato realizzato. Mia madre me lo aveva dato prima che mi trasferissi a Morgard, dicendomi: “Ormai io non ho più bisogno della mia buona stella, ma spero che tu possa trovare la tua, anche tramite questo piccolo monile. Quando sarai in balia degli eventi, pensa alla tua casa, ritrova te stessa e sii coerente, sempre!”.

Uno scoppio secco mi fece riaprire gli occhi di scatto e mi concentrai verso la fonte. Proveniva da nordest, dove si trovava la Verità IV.

Pochi battiti di cuore, ed ecco un altro scoppio.

Un altro ancora.

L'assalto finale era iniziato.

Dalla parte opposta provennero altre due esplosioni simili, segno che la Fuoco I era pronta e si stava mobilitando. Era arrivato anche il nostro turno. Come un'onda di ferro e carne, l'Aquila IX attaccò i byestiani a difesa della tetra struttura.

Di frecce, purtroppo, ne erano rimaste assai poche in tutte e tre le legioni schierate, e i tiri rivolti ai terrazzi cessarono in poco tempo, tanto che i maghi difensori vennero fuori e diedero inizio a loro volta ai loro arcani rituali. Appena fuori dalle mura, alcuni cominciarono a lanciare le palle di fuoco nero che, in quel momento e senza luce naturale, erano pressoché invisibili.

Eppure, quando tre o più archetipi dalla calotta cranica deforme si univano, si materializzava una nuova forma di attacco. Sempre con la loro flemma lenta e cadenzata, vidi alcuni di questi esemplari, da un terrazzo rivolto a est, abbassare le braccia e muovere i propri corpi come in un ballo a onda. Sopra di loro si creò una palpitante sfera di energia arcana, simile a quell'artefatto che stava nei dormitori. Questa, però, non si diramò in tentacoli, ma proruppe in un fascio di fuoco nero che colpì le prime linee della Fuoco I. Tutte le truppe raggiunte da questa radiazione vennero incenerite.

Chi aveva ideato quella macchinazione doveva aver notato che quella legione era rimasta senza difesa magica, dato che il Primo e il Secondo dovevano essere ancora impegnati a mantenere la prigione arcana alle porte del Campo I. Naturalmente, all'interno delle varie squadre da cui era composta ogni legione, vi erano anche altri maghi, ma erano uomini o donne che non avevano mai approfondito le proprie conoscenze stregonesche e le usavano per lo più a scopo immediato nel campo di battaglia o nella vita di tutti i giorni. Non avrebbero mai potuto contrastare un simile assalto arcano.

Il raggio mortifero durò mezza dozzina di battiti di cuore o poco meno, ma tanto doveva essere bastato per creare scompiglio nella Fuoco I, perché vidi Mano Nera levitare sopra il nostro schieramento; mentre fluttuava, notai partire dal suo corpo come una biglia luminosa che schizzò verso sud, alla breccia e ai cancelli. In pochi istanti, comparve accanto a lui, in uno sfolgorio di luce, Thuatal, il Primo della Fuoco I. Sempre volando, si precipitò verso la propria legione per assistere i propri uomini.

Intanto, dal nostro versante, Yeden teneva testa a un attacco magico non dissimile da quello con cui avevano appena dovuto confrontarsi i nostri alleati a ovest, ma la risposta era tenue, giacché il nostro Secondo stava cercando di mantenere i propri cloni all'interno dei dormitori. Contrastare anche un incantesimo così potente con uno di difesa altrettanto efficace lo stava mettendo in ginocchio.

Quindi, vidi Mano Nera atterrare vicino a Yeden e aiutarlo nella difesa, che consisteva in una barriera a scudo rivolta direttamente al fascio mortifero che, ormai, durava da tempo.

Sicuri dell'esperienza arcana dei propri maghi, i nostri uomini stavano strenuamente dando battaglia agli archetipi appiedati. L'ordine di attacco era semplice: neutralizzare il più velocemente possibile tutti gli energumeni del primo tipo, trucidare quelli del secondo tipo, e assaltare le porte della costruzione. Il problema era che gli archetipi dal busto enorme erano innumerevoli e opponevano una difesa disperata, senza alcun riguardo per la propria vita. Questi si gettavano in mezzo ai legionari menando montanti e fendenti alla cieca, e chi seguiva faceva altrettanto, senza una strategia precisa, ma comunque arrivando a spezzare la nostra formazione a cuneo e, quindi, vanificando l'assalto.

Ci fu, poi, un altro attacco magico rivolto a noi da parte dei veroni. Questa volta la risposta fu efficace.

Yeden creò di nuovo quella barriera arcana a protezione dei bersagli del raggio mortale e Mano Nera sembrò inspessirla, rendendola più discernibile a occhio nudo. Quando i maghi byestiani rafforzarono i propri sforzi per rendere ancora più mortifero il proprio assalto magico, il Primo cambiò incantesimo, così da far deflettere il dardo. Naturalmente non poteva farlo ricadere sugli stessi incantatori, quindi decise di rivolgerlo verso i balconi affacciati verso la Fuoco I.

I nostri Grandi Maghi, concentrati com'erano sulle difese, non si erano accorti che anche la stessa cattedrale era stata resa impenetrabile da una barriera, così che la contromossa di Mano Nera si rilevò inutile. Per di più, le forze di Yeden cominciavano a venir meno.

Sotto questa lotta di menti, intanto, lo scontro infuriava. Ero dietro al nostro schieramento e le urla furibonde della battaglia sommergevano persino i miei pensieri, ma questo mi faceva capire con quanta foga e quanta disperazione i byestiani stavano difendendo il loro ultimo baluardo.

Ogni tanto vedevo uomini, o parti di essi, scaraventati in aria. A volte vedevo alcuni legionari trasportare altri feriti, alcuni anche mortalmente, nelle retrovie, per cercare delle cure che, spesso, non sarebbero arrivate in tempo.

Mentre osservavo una di queste scene, improvvisamente ne notai un'altra. Il reparto di cavalleria pesante, ora appiedato, era rimasto indietro e non stava prendendo parte allo scontro. Forse sarebbero stati usati come riserva, o come rinforzo nell'eventualità che un settore soccombesse. Vedevo il loro fremere mentre osservavano il massacro dei loro compagni, ma gli ordini erano ordini.

Spostai di nuovo lo sguardo verso la lotta. Stavamo avanzando, ma ogni passo ci costava sudore, sangue e uomini, e i progressi erano oltremodo lenti: di questo passo avremmo impiegato tutta la notte per raggiungere le porte della struttura e, con l’oscurità, non potevamo sapere cosa ci attendesse all’interno. Probo doveva aver avuto il mio stesso presentimento, perché lo vidi chiamare un portaordini. Dovette urlargli nelle orecchie per sovrastare la cacofonia di suoni e grida, tanto che riuscii a sentirlo anche io comandare “Di’ a Mano Nera di usare la soluzione ultima”. Il ragazzo, dopo aver fatto il saluto militare, si intrufolò in quell'ammasso di acciaio e sangue alla ricerca del Primo Mago.

Non sapevo cosa significasse quell'ordine, ma qualcosa mi diceva che non promettesse niente di buono.

La battaglia infuriava ancora quando Mano Nera si risollevò di nuovo a mezz'aria, quasi a fare da esca. Un battito di ciglia, e tutto il suo essere prese a splendere di potere arcano; non lo si poteva osservare a lungo senza rimanerne abbagliati. Lo sfavillio scomparì in pochi istanti e sembrò concentrarsi tra le sue mani, tese d'innanzi a lui, i palmi ben stesi. Da lì partì un getto di pura luce che colpì le prime fila dell'esercito avversario e descrisse una linea che portava dritta alle mura della costruzione davanti a noi. Tutto quello che quel raggio luminoso toccava prendeva immediatamente fuoco, e la terra battuta ardeva incandescente. Centinaia di archetipi diversi perirono sotto l'azione di quell'assalto arcano, emanando bagliori da ogni orifizio del corpo e poi diventando polvere. Quelli nelle prossimità del raggio sembravano liquefarsi o prendere improvvisamente fuoco.

Mentre sopra di noi succedeva questo, dietro di noi sentivo il galoppo di decine di cavalli. Mi girai, il cuore in gola per la paura che qualche nuovo archetipo ci stesse prendendo alle spalle. Fortunatamente, quelle che comparirono erano le bestie dei nostri cavalieri, abbandonate fuori dal Campo I per prendere d'assalto le mura. Pochi uomini stavano guidando quel branco di destrieri, che vennero portati proprio nei pressi della nostra cavalleria. Questi saltarono subito in groppa, e il comandante della compagnia diede immediatamente la carica. La nostra legione aprì subito un corridoio umano attraverso cui gli uomini a cavallo passavano, disponendosi in formazione a cuneo, e successivamente dirigendosi nella striscia di terra fumante che Mano Nera aveva creato per loro col suo attacco magico.

Il duplice colpo arcano e di cavalleria giunse completamente inaspettato tanto a me quanto ai nostri avversari, che vennero completamente falciati e sottomessi dalla nostra parte di strada. Ora la fanteria pesante si sarebbe divisa in due ali per attaccare ai fianchi l'esercito avversario che stava assalendo le altre due legioni.

Tutta l'Aquila IX avanzò, compresi io e Probo. Mentre ci muovevamo, incontrammo quello che rimaneva dei poveri Primo e Secondo. Yeden, inginocchiato a terra in cerca di sollievo, era così provato dall'uso della sua magia che, quando lo soccorremmo, era come invecchiato di dozzine di estati, curvo sul suo stesso peso e con barba, capelli e sopracciglia grigi come il cielo autunnale.

Tuttavia, era Mano Nera a essere ridotto anche peggio. Era riverso a terra a pochi passi dal collega, il volto rivolto verso l'alto. Era privo di sensi e il petto si muoveva appena. Il capo era di nuovo privo di cappuccio e i tatuaggi arcani non si illuminavano più, anzi, erano diventati così lievi da risultare quasi delle antiche cicatrici. La pelle aderiva allo scalpo come fosse stata modellata da un tassidermista poco accorto. Non aveva più un pelo in tutta la pelle esposta e sembrava aver perso decine di libbre, tanto era deperito. Era completamente senza forze. Ora capivo perché l'ordine era stato chiamato soluzione ultima.

Vedendomi visibilmente scossa, Probo cercò di tranquillizzarmi, dicendomi che i maghi si sarebbero ripresi presto, ma che dopo un uso così spasmodico delle loro arti non sarebbero stati più attivi fino all'indomani.

Con una stretta alla gola per quanto stava succedendo intorno a me così velocemente, mi chiedevo se fosse stato davvero così necessario ridurre i nostri maghi in quello stato e se non ci poteva essere un altro modo. Tuttavia, come al solito, mi convinsi che il capitano Probo era un uomo con la testa sulle spalle e che qualsiasi ordine, persino uno come quello, non l'avrebbe mai impartito con leggerezza. Aspettammo che i corpi devastati dei nostri Grandi Maghi fossero portati via prima di proseguire verso le alte mura di quella costruzione sinistra.

Eravamo senza difese magiche, e la cosa spaventava tanto me quanto il capitano. Ero sicura che anche tutti quelli dell'Aquila IX che aveva visto com'erano ridotti i nostri Maghi avessero il morale tutt’altro che alto, soprattutto per quanto stava ancora accadendo dagli spalti della cattedrale.

L'attacco di Mano Nera non solo aveva dato l'opportunità alla nostra legione di attaccare con la cavalleria, ma aveva anche intimorito i maghi a difesa della costruzione. Infatti, adesso, i loro attacchi erano sconclusionati: lanciavano quelle stelle nere esplosive a caso e non riuscivano a riunirsi per lanciare di nuovo il raggio letale, ma al contempo sembrava che questa strategia stesse avendo maggiore effetto, soprattutto dal lato della Fuoco I. Il Grande Mago a loro disposizione non poteva coprire tutti gli attacchi che piovevano come una grandine assassina sopra la propria legione. Dall'altro lato, la Verità IV resisteva strenuamente agli assalti magici, e l'ala distaccata dell'Aquila IX stava dando una mano a far piazza pulita dei difensori appiedati. I Grandi Maghi della Verità IV, Fabius Secondo e Demian Dot, una volta assicurati i cieli sopra la loro legione, avrebbero dovuto occuparsi anche degli altri maghi difensori, e per ora stavano facendo un ottimo lavoro.

La maggior parte della nostra cavalleria e dei nostri genieri si erano spostati proprio verso est, dove era il porto principale, nonché il più largo, così da poter far entrare il maggior numero possibile di uomini se fossimo riusciti ad aprirlo. Comunque, alcuni dei nostri uomini avevano già cominciato a intaccare la porta secondaria che dava a sud; ora bisognava difendere la parte ovest e controllare la parte nord, e non sarebbe stato facile.

Quando ormai eravamo sicuri che la piazza intorno alla cattedrale era stata presa, si ripresentò ai nostri occhi la stessa scena vista fuori dalle mura: i difensori del primo archetipo scesero con un balzo spaventoso e disperato dai balconi propri in mezzo agli assedianti. Io e Probo avevamo estratto le nostre spade ed eravamo impegnati dal lato della Fuoco I, a poca distanza da dove erano atterrati i primi nuovi difensori. Questi erano del primo archetipo, ma leggermente diversi, anche l'uno dall'altro: alcuni avevano i lineamenti del volto più umani di quelli che avevamo incontrato fino ad allora dentro e fuori le mura, oppure solo metà del busto era modificato, o ancora le mani erano rimaste piccole. Tutti dettagli che facevano pensare che la trasmutazione non era avvenuta completamente. In più, per quanto dotati di una forza sovrumana, questi non erano armati dei semicerchi affilati. Era certamente impegnativo tenerli a bada, ma niente di impossibile per una legione bene addestrata.

Mentre eravamo alle prese con questa nuova minaccia, sentivo che a est i genieri avevano cominciato ad assaltare la porta. Dovette notarlo anche Probo, perché cominciò ad abbaiare ordini e incoraggiare i propri uomini, promettendo paga doppia a chi sarebbe riuscito a portargli più scalpi a fine giornata. Con un urlo di assenso, i legionari dell'Aquila IX impegnati dal lato ovest raddoppiarono i propri sforzi, mentre dagli spalti cominciavano a rallentare la caduta di quei mostri a metà.

La lotta da quel lato si concluse con un'altra magia, ma questa volta da parte del Grande Mago Elfo. Anche lui emulò il nostro Primo, fluttuando a mezz'aria, ma attorno a sé concentrò un'aura verde e splendente. Sentimmo distintamente un rombo proveniente da ovest e da nord, qualcosa che si avvicinava a velocità incredibile. In pochi battiti di cuore, dietro alla Fuoco I vedemmo una foresta che stava avanzando! Non che gli alberi e arbusti avessero piedi e gambe per farlo, ma era come se il verde crescesse a un ritmo innaturale. E infatti, tutta quella flora era illuminata della stessa luce arcana che il mago elfo irradiava dal suo essere. Alberi di diverse specie stavano distruggendo o nascevano all'interno degli edifici che la Fuoco I aveva lasciato alle proprie spalle. Un pensiero corse subito a quelle persone ricoverate nei dormitori dei byestiani, che ancora non sapevamo se fossero recuperabili o meno. Ma immaginavo che Tuathal sapesse il fatto suo, quando utilizzava la magia arborea elfica.

Sotto di noi, al posto della terra battuta comparve un rigoglioso prato con piccoli cespugli di varie dimensioni che arrivò fino a sotto gli spalti della cattedrale; una volta che la flora toccò il muro, mi volsi verso il mago sospeso a mezz'aria, che nessuna magia avversaria poteva intaccare. Notai allora che l'elfo aveva aperto gli occhi, ora sfavillanti di un potere arcano; si stava rannicchiando e chiudeva le mani davanti a sé, come a concentrare ulteriormente le sue forze. Ci fu un nuovo boato proveniente da sotto di noi, e dal terreno sottostante i balconi rivolti alla Fuoco I venne fuori con forza un albero-montagna come non se ne erano mai visti prima! Il busto era largo almeno il doppio del normale e, cosa ancora più incredibile, arrivato a metà altezza della cattedrale, il fusto si divise in tante parti quanti erano i balconi. Con vigore incredibile, il legno penetrò nella pietra, distruggendo questi terrazzi e intrappolando tra i rami o scaraventando a terra gli occupanti, che ora erano alla nostra mercé.

I più temerari tra i soldati di fanteria leggera, allora, colsero l'occasione e cominciarono ad arrampicarsi lungo la corteccia di questo nuovo albero, così da portare l'attacco a più livelli all'interno della costruzione.

L'urlo di giubilo dei legionari sancì la conquista del territorio ovest della cattedrale sinistra. Ora l'ala dell'Aquila IX che si era divisa per dare man forte alla Fuoco I sarebbe tornata a est per ricompattarsi con i propri uomini, mentre quest'ultima legione avrebbe fatto il giro da nord per ripulire quella zona da eventuali assalti nemici.

Era tempo per le tre legioni di vedere chi stava macchinando questa difesa all'interno di quella costruzione spettrale.

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