Esperienze, Parte Sesta

Esperienze, Parte Sesta

Il comandante si girò e raccolse la spada, adagiata su uno degli scalini. La rinfoderò e si avviò verso l'uscita, e io con lui. Dalla porta dall'altra parte delle stanza comparvero subito due caporali dell'Aquila IX, che seguirono me e Probo come scorta.

Una volta fuori svoltammo a destra, e dopo pochi passi ci ritrovammo nel vialone principale. Gli echi di guerra erano ancora furibondi e ogni tanto si potevano sentire degli scoppi, forse dovuti a qualche magia, o a qualche ordigno dei Genieri.

Ci piazzammo in mezzo al viale, e dopo pochi battiti di cuore vedemmo verso sud, da dove ero passata io, l'avanguardia della scorta dei Tribuni, poi le insegne delle tre legioni, e infine i capi dell'esercito a cavallo. I militari che li accompagnavano si fermarono a pochi passi da noi e aprirono un corridoio, così da far avanzare i tre più alti in grado, seguiti dai capitani rimasti in vita.

Quando arrivarono, il nostro gruppo stava già facendo il saluto militare. Golia Milio, Tribuno dell'Aquila IX, prese la parola e chiese al nostro comandante un rapporto sulla situazione interna alle mura. Prontamente, egli diede la stessa risposta che già mi era stata data dagli altri militi che avevo incontrato lungo la strada.

Quindi i tre Tribuni smontarono da cavallo. Un portaordini dietro di loro portava un fagotto e seguiva i capi esercito da vicino. Altri portaordini continuavano a venire e a partire, ma erano gestiti dai capitani.

“Il tuo comportamento fuori dalle mura è stato esemplare, comandante Probo”, iniziò il Tribuno Milio, “come altrettanto avventata è stata la mossa del capitano Decimo Aureo. Fortunatamente hai avuto la presenza di spirito di prendere un'iniziativa che non solo ha arginato la perdita del defunto capitano, ma ha anche portato all'inizio dell'invasione. Per questo, noi Tribuni abbiamo risoluto di decretare unanimemente il tuo passaggio di grado sul campo, da comandante a capitano”.

Il portaordini quindi si fece avanti, srotolando quello che si rivelò un corto mantello con le insegne dell'Aquila IX, con all'interno i gradi da incastonare nella gorgiera d'ordinanza della legione.

“Ora il tuo posto è accanto a noi, capitano Probo”, concluse il Tribuno.

Il portaordini aspettò che il neo capitano si slacciasse i vecchi gradi da comandante e il mantello dato in dotazione a tutto l'esercito. Quindi, il ragazzo sistemò la nuova cappa e le nuove spille.

Solo allora Probo rispose con voce ferma: “Mi onorate, Onorevoli Tribuni. Fuori dalle mura ho fatto solo quello che ho ritenuto giusto e necessario. Ma no, il mio posto non è vicino a voi. Il mio posto è con i miei compagni d'arme che stanno rischiando la propria vita per liberare i nostri abitanti di frontiera. Decimo Aureo ha commesso un errore di valutazione, là fuori...”.

“... E noi sappiamo che tu non ne commetterai, capitano Probo”, lo interruppe Grott Symiohv, Tribuno della Fuoco I. “Hai dato prova del tuo giudizio e ci fidiamo delle decisioni che prenderai nei tuoi futuri campi di battaglia. Ora guidaci verso il nuovo centro di comando”.

Facemmo tutti di nuovo il saluto militare e guidammo il gruppo dei Tribuni lungo la poca strada che ci separava dal palazzo conquistato dalle squadre guidate da Probo.

Subito i Tribuni si portarono sul piano terrazzato in cima alla costruzione, per avere un'idea più chiara del Campo I. Li seguii anche io.

Una volta di sopra, potemmo vedere che verso nord, quindi nel cuore del Campo, vi era la costruzione più alta, dalla cui cima sembrava irradiarsi la coltre magica che oscurava i tetti dall'esterno. Potevamo vedere ben poco degli edifici subito a nord di quel palazzo di legno e pietra, ma per quanto riguarda gli altri a est e ovest di esso, solo quelli nelle sue prossimità erano conclusi; gli altri erano ancora in costruzione, o solo temporanei. Ora, naturalmente, non si vedevano manovali, ma vi erano gli scheletri dei bassi edifici e le impalcature per i lavori. Evidentemente questo campo era relativamente nuovo e in espansione.

Inoltre, potevamo vedere che le costruzioni più prossime al palazzo centrale erano anche le più ampie; se fossero state piene di brande, come quelle nell'edificio adiacente a quello del centro di comando, probabilmente ce ne sarebbero entrate a centinaia.

I tribuni ordinarono a Probo, e di conseguenza agli altri portaordini, di procedere di strada in strada, cercando di conquistare quanti più palazzi simili a quello in cui si trovavano adesso, per cercare di essere il più vicino possibile ai combattimenti, sì da non far tardare nuovi comandi. Poi il nuovo capitano riferì della mia scoperta sui primi archetipi, aggiungendo che, probabilmente, anche gli altri avevano un non dissimile punto debole che andava solo scoperto. I Tribuni annuirono, e comandarono a un portaordini di conferire con tutti i Cerusici che fosse riuscito a trovare dentro e fuori le mura; Probo e altri portaordini avrebbero riferito al resto dell'esercito.

“Ottimo lavoro, storica Avem!”, mi elogiò il Tribuno della Verità IV. “Quando questa follia sarà finita, l'esercito saprà come ricompensarti. Ora andate, e compite il vostro dovere”.

Mentre parlava, io ero riversa sopra a un basso tavolino, con in mano una penna con la quale riportavo su una consunta pergamena un veloce disegno dei punti di riferimento del Campo I, partendo dal basso palazzo in cui ci trovavamo ora e proseguendo fino alla costruzione centrale, senza dimenticarmi di appuntare dove sarebbe stato possibile lungo il tragitto gli stabilimenti più alti, come testé ordinato dai Tribuni. Rossa in volto per le tante emozioni, feci il saluto militare all'unisono con il neo capitano e, seguiti sempre da una piccola scorta dell'Aquila IX, ci avviammo verso l'uscita della costruzione.

Probo decise prima di farsi vedere dalle truppe stanziate nel capanno ora adibito a ricovero per i soldati feriti. Un Cerusico era finalmente arrivato ed era già all'opera, insieme a uno stuolo di aiutanti: dove non arrivava il mago guaritore, i sottoposti ricucivano, cauterizzavano e disinfettavano come meglio potevano. Non sono una grande esperta di magia di Recupero, non avendo mai fatto studi a riguardo, ma avevo un'infarinatura generale: so che essa ha una fonte diversa dalla magia che usano Mano Nera e tutti i suoi colleghi, e che questa deteriora chi la utilizza: per questo i Cerusici la usano con parsimonia, preferendo sempre il ricorso a metodi alternavi. La magia Curativa è utilizzata solo come extrema ratio.

Passammo tra i feriti giusto il tempo di un centinaio di battiti di cuore, ma la visione del loro comandante, adesso capitano, bastò a risollevare gli animi di coloro che riuscirono a parlarci. Quelli che erano già stati curati ed erano in grado di reggere un'arma si alzarono e ci seguirono. Erano pochi, ma il loro coraggio era ammirevole ai miei occhi.

Una volta sul viale principale, le squadre di nuovo riorganizzate e compattate, Probo trasmise gli ordini impartiti dai Tribuni. La prima cosa da fare era ricongiungersi con il resto dell'esercito, riorganizzarlo, e cominciare a espugnare gli edifici più alti, come gli alti grado avevano comandato.

Ci muovemmo quindi verso le stelle portatili più vicine e verso dove sentivamo i rumori degli scontri. Dopo qualche segnalatore che non nascondeva se non cadaveri o moribondi, che vennero subito affidati alle attenzioni dei Cerusici, riuscimmo a trovare in uno dei viali principali una lotta ormai campale. Il nostro schieramento reggeva intrepido gli assalti frontali e quelli portati dalle strade laterali. Gli arcieri e i Genieri armati di balestra bersagliavano le due costruzioni più alte che stavano ai lati del viale, probabilmente perché vi si trovavano i maghi dalle meningi enormi.

Una volta in mezzo ai suoi, Probo prese subito il controllo della situazione e ordinò a una squadra di unirsi a lui per conquistare il palazzo alto a destra. Chiese se vi erano ancora in piedi degli alti grado da poter mandare nella torre dall'altro lato della strada. Da davanti si presentò Mano Nera, il volto di nuovo oscurato dal suo nero cappuccio. Da quel poco che vedevo, nuove rughe si erano presentate sul volto semicoperto, e quelle più antiche si erano inspessite. Colpa sicuramente dell'uso spasmodico della magia: concentrato sugli attacchi e sulle difese dell'esercito, non poteva mantenere l'incantesimo che lo conservava in un'età compresa tra le venti e le quaranta estati.

I due si salutarono con una stretta di mano all'altezza dell'avambraccio, come due vecchi amici; il capitano, quindi, lasciò la conquista dell'altra bassa torre nelle mani del nostro Primo Mago e di una squadra da lui capitanata. Il resto della brigata avrebbe dovuto mantenere le posizioni, così da tenere impegnati i difensori del Campo I in quel largo viale.

Decisi di rimanere con il capitano Probo, perché sapevo che Mano Nera avrebbe sicuramente attinto alla sua fonte arcana per soggiogare gli avversari nella costruzione. L'alto grado, invece, aveva bisogno di tutte le braccia disponibili e non impegnate per mantenere il punto in strada. Quindi prendemmo con noi un paio di Genieri, una dozzina di Incursori e altrettanti arcieri, e passammo per una via dietro alle nostre fila. Il senso dell'orientamento dei miei colleghi era incredibile, perché malgrado le diverse svolte che dovemmo fare per passare inosservati, dato il numero di presenze nel contingente, arrivammo alle spalle del nemico asserragliato nella torre. I difensori che stavano subito fuori dalla torre e quelli che vi giravano attorno erano per lo più del terzo archetipo, ed erano concentrati a spingere verso quelli che avevano davanti per entrare in contatto con l'esercito, che ancora teneva la posizione nel viale principale. Ma, ahimè, trovammo anche gli altri archetipi di esemplari, più vigili rispetto ai loro alleati.

Di frecce ne erano rimaste poche nelle faretre dei nostri arcieri, ma la loro mira le fece bastare. Avevamo comunicato il punto debole dei difensori del primo tipo e ora, frecce perforanti alla mano, i nostri cecchini stavano mirando alla base del collo di quei colossi. Una volta messi fuori gioco questi, i Genieri lanciarono degli involucri di argilla che, dopo l’impatto con la terra, si rompevano e facevano uscire una densa coltre di fumo; grazie a questo diversivo, gli Incursori, armati delle loro corte spade e nascosti dal fumogeno, fecero piazza pulita della via antistante la torre.

Dalle balestre dei Genieri partì un altro dardo, diretto all'interno della porta d'entrata della costruzione e in cima ai parapetti; una volta esplose, le cariche sfolgorarono di una luce sfavillante, atta ad accecare i difensori e a disorientarli. Quindi Probo ordinò agli Incursori di mantenere libero il passaggio e agli arcieri di estrarre i loro lunghi coltelli e di seguirlo. Entrammo nella struttura, e subito tre arcieri passarono a ripulire il pian terreno; noi altri proseguimmo al primo piano. Qui, altri quattro, compresi i due Genieri, si staccarono per uccidere quanti vi si trovavano; noialtri proseguimmo a conquistare il balcone. Tre arcieri, Probo e io, armi alla mano, irrompemmo all'ultimo piano, dove ci dovemmo scontrare con due difensori dal busto mostruoso, tre dalle braccia a lama, e altrettanti dall'encefalo sproporzionato. Fortunatamente per noi, il colpo del Geniere che aveva mirato qua su era andato a segno, e gli assediati erano ancora disorientati. Essendo piccola, ma molto agile, mi gettai senza indugi sulla schiena di uno degli energumeni. Un arciere mi aiutò con le cinghie di cuoio, recidendole di netto con le nostre armi. Dovemmo scansare più di un attacco di quelle braccia mastodontiche, da cui i due semicerchi taglienti erano stati estratti, probabilmente per difendere se stessi e i propri maghi dalle nostre frecce. Non potendo vedere quello che stava attaccando, avemmo presto la meglio sull’energumeno, e con un potente affondo l'arciere intaccò la macchia nera che questo aveva sulla parte alta della schiena.

Mi ero già girata per vedere cosa stavano facendo i nostri compagni. Un altro arciere stava sottomettendo un altro di questi mostri, Probo si era ritrovato da solo contro i tre difensori dalle braccia a lama che si stavano riprendendo velocemente e lo stavano accerchiando. L'ultimo dei nostri cecchini stava finendo di infilzare il proprio coltello ricurvo nella testa dell'ultimo mago avversario, facendo zampillare dalla ferita del materiale nauseabondo nero-verdognolo.

Ci unimmo di nuovo per aiutare il nostro capitano, che era stato ferito in volto e a una gamba. Passarono diverse decine di battiti di cuore prima che potessimo aver ragione degli ultimi difensori: se solo tre di questi potevano tener testa a cinque di noi, non osavo immaginare cosa stesse soffrendo là sotto il resto dell'esercito. Alla fine, la nostra superiorità numerica si rivelò determinante, con io che, dopo una caduta provocata dalla spallata di un difensore, mi gettai con tutto il mio peso e l'impeto che avevo sulle gambe di uno, che si ritrovò tra le lame di un altro. Gli altri colsero subito l'occasione per finirli ambedue con un affondo al cuore e recidendo la testa con un colpo netto della spada di Probo. Il terzo, ormai con le spalle al parapetto, sbuffò furiosamente, si girò e si gettò nel vuoto. Non lo degnammo più della nostra attenzione, perché si era lanciato verso le fila del proprio esercito e sicuramente era sopravvissuto, vista la natura sovrumana della sua agilità.

Probo urlò l'ordine di aprire il fuoco sulle fila nemiche, girò i tacchi e scese ad assicurarsi che il resto della compagnia stesse avendo la meglio sui difensori. Presi di nuovo il fiato solo allora, sicura che se l'addestramento degli arcieri aveva portato a questi risultati sul balcone, ai piani inferiori, spalleggiati dagli ordigni dei Genieri, non potevamo che stare relativamente tranquilli. Ma Probo era un uomo d'onore e un comandante esemplare, e ora che era capitano non poteva esimersi dall'assicurarsi che i propri sottoposti fossero integri.

Mentre gli arcieri cominciavano il proprio dovere e mietevano vittime tra le fila dei difensori che stavano ancora assalendo il nostro contingente, volsi lo sguardo all'altra torre.

I difensori erano ancora là, in difesa della balconata. Immaginavo che in pochi istanti avrei visto Mano Nera, le mani fiammeggianti di fuoco arcano, ucciderli con un gesto delle sue dita, conquistando anche quella costruzione. Passarono una dozzina di battiti di cuore e almeno quattro selve di frecce dei nostri arcieri, prima che cominciassimo a sentire un brontolio proveniente dal terreno, che andò trasformandosi in tremore quando vidi la torre scuotersi. In poco tempo tutta la squadra mi fu accanto, Probo compreso. Gli arcieri avevano interrotto il loro scoccare, perché il tremore non permetteva loro di rimanere in piedi e prendere la mira. Infine le mura dell'altra torre cedettero e questa crollò, avvolgendo i difensori prima in una nube di fumo, e poi dalle macerie.

“Tipico di quel mago da strapazzo”, sentii sussurrare da dietro di me dal capitano Probo, un angolo della bocca sollevato in un sorriso ironico. Abbaiò ai dieci arcieri, ora tutti sul balcone, che lo spettacolo era finito e che dovevano riprendere i propri archi e le proprie frecce e terminare il loro compito raddoppiando gli sforzi, dato che una torre era andata.

Io rimasi impietrita di fronte allo spettacolo, come il comandante lo aveva appena chiamato: era perita una squadra intera e lui non aveva battuto ciglio. Stavo cominciando a ricredermi sull’opinione che mi ero fatta di Probo, quando la coltre di fumo si diradò. Potei vedere una specie di sfera formata da poligoni solidi semitrasparenti, da cui scivolavano i detriti della torre appena demolita. All'interno vi era Mano Nera, tutto il suo essere sfolgorante di un potere arcano. Dietro di lui, la sua squadra stava scalando le macerie e prendeva d'assalto il fianco dei difensori, mietendone a decine.

In poco tempo, l'assembramento di corpi formato da quel miscuglio di archetipi del Campo I si disperse, in rotta verso la costruzione centrale. Già da dove mi trovavo, questa cominciava a sembrare come una cattedrale di una qualche antica religione, con una torre più alta rivolta verso est, la stessa dalla quale si irradiava il manto che rendeva impossibile osservare dall'esterno del campo.

Mancavano poche vie prima che il nostro esercito potesse raggiungere quello stabilimento. La luce crepuscolare veniva meno e più ci avvicinavamo, più sembrava che le stelle portatili irradiassero sempre meno.

Mi affacciai sotto alla nostra torre e vidi un portaordini correre veloce come il vento verso il centro di comando. Era di nuovo tempo, per gli altri grado, di spostarsi verso la nostra posizione.

Ora il cannocchiale di Mud mi avrebbe fatto comodo: mi sarebbe piaciuto sapere a che punto erano la Fuoco I e la Verità IV, sulle mura e sotto di esse. Ma sicuramente i capi esercito stavano tenendo sotto controllo la situazione, per organizzare l'ultimo assalto a quella specie di cattedrale nella maniera più coordinata possibile.

Cosa che di fatti avvenne.

I Tribuni arrivarono in poco tempo. Io ero sempre a fianco del capitano Probo. Dopo essersi complimentati con lui e con Mano Nera, che entrò silenziosamente subito dopo di loro, ordinarono di passare al setaccio ogni viale, dacché avevano dato l'ordine anche ai contingenti delle altre due legioni. Gli Infiltratori avevano scoperto che verso il centro del Campo I, nei pressi della costruzione con la torre più alta, i viali si raggruppavano in tre vie molto larghe. Quindi, l'idea dei Tribuni era quella di schierare una legione per via e prendere d'assalto il cuore del campo. Le altre legioni avanzavano da est e da ovest e l'Aquila I era ormai a poche decine di viuzze dal vialone sud della cattedrale.

Inoltre, i portaordini avevano riferito che la stragrande maggioranza dei difensori era in rotta, ormai asserragliata proprio nei pressi di quella costruzione.

Dopo aver fatto il saluto militare, uscimmo di nuovo fuori dalla bassa torre, e Probo ordinò a ogni comandante rimasto di prendere le proprie squadre e assicurarsi che di lì fino al palazzo centrale, ogni via e ogni costruzione, bassa o alta, fosse sgombra, riferendo direttamente a lui qualsiasi scoperta.

Un altro saluto militare da parte dei comandanti, e subito questi si misero a urlare ordini a sergenti, tenenti e caporali. Nel giro di poche decine di battiti di cuore, a ogni squadra era stata assegnata una via da lì fino al raccordo di viali, e tutti, armati di torce e armi da cortissima gittata, si fiondarono al setaccio. Probo, una scorta di una decina di Incursori di fanteria pesante e altrettanti arcieri, nonché Mano Nera, il Secondo dell'Aquila IX e io rimanemmo in uno dei viali, così da esser facilmente rintracciabili dai portaordini e dai sergenti che avrebbero riportato quanto succedeva nelle vie. Yeden, il Secondo Mago era arrivato poco dopo la conquista delle due torri.

La prima dozzina di vie non riportò nulla di strano, se non ancora qualche sparuto gruppetto di esemplari che opposero una strenua resistenza agli attacchi delle nostre squadre. Fu alla tredicesima via che un sergente, quel poco di volto che era possibile scorgere tra i guanciali e il nasale cereo come polvere, sussurrò a Probo: “Capitano! Questa la deve vedere assolutamente con i suoi stessi occhi!”

Mi lanciò una rapida occhiata, un ordine silenzioso: anche io avrei dovuto vedere. Seguimmo allora il sergente in una strada relativamente ampia. Dopo pochi passi, trovammo la squadra in piedi, fuori da un basso e lungo stabilimento, che congetturava a voce bassa, quasi senza accorgersi del nostro arrivo. Il sergente ci tenne aperta la porta ed entrammo in un dormitorio come ne avevamo visti altri fino adesso, con la differenza che questo era pieno. Ogni branda era occupata da un corpo apparentemente esanime. Sul piedistallo al centro della struttura, che in altri casi avevamo trovato vuoto, vedemmo una sfera nera che fluttuava a pochi pollici dalla superficie di pietra. Da sotto la base, partivano come decine di tentacoli neri che si diramavano e si ricongiungevano in continuazione, fino ad arrivare alle brande. Questi tentacoli pulsanti correvano lungo le corte gambe dei letti e verso la testa dei pazienti. Infine, si collegavano alle tempie e quindi agli occhi. La quasi totalità di quei poveri malcapitati stavano deperendo, e sembrava si stessero trasformando nel terzo archetipo di difensori. Dai tratti, queste persone sembravano di etnia mista, quindi non byestiani. Forse avevamo trovato alcuni dei nostri compatrioti scomparsi!

Probo si avviò verso quella sfera, che sembrava assorbire quel poco di luce che entrava dalla porta, quando proprio dietro di noi si sentì la voce impetuosa di Mano Nera chiedere al sergente che ci aveva scortato: “Nessuno ha toccato niente, vero?”.

“No, signore!”, rispose questi, prontamente.

“Bene. E così deve essere. Nessuno tocchi niente e nessuno!”, comandò il Primo, avviandosi verso il piedistallo. “Lo sapevo che qua si stava giocando con forze al di là di ogni arcana comprensione, ma non mi aspettavo tanto...”

Da dov'era, il capitano si girò e chiese: “Hai già una teoria a riguardo?”

Mano Nera si sfregò le mani guantate e sentenziò: “È presto per giungere a conclusioni, ma sembra che questo artefatto operi la trasformazione da persone comuni in schiavi alchemici o magici. Da quel che vedo, opterei più per la seconda”.

“È un processo reversibile?”, domandò quindi il capitano

“Non lo so, amico mio. Ho bisogno di tempo, risorse e ricerche. E non abbiamo nessuna di queste tre cose. Yeden!”, chiamò dietro di sé il Primo, girandosi di tre quarti. “Tu sei bravo con la multivisione. Nel caso trovassimo altri di questi centri di cambiamento menti, posa una tua copia semi-senziente in ognuna di esse. Dobbiamo assolutamente continuare la conquista di questo posto, che si sta rivelando a ogni passo un campo di concentramento”

“Ben detto, Mano Nera”, convenne Probo. “Inoltre, immagino che troveremo tutte le risposte che cerchiamo su quello strano stabilimento in mezzo alle vie”

Detto questo, il capitano si avviò a passo di carica fuori da quella struttura male illuminata e dall'aria stagnante.

Una volta all'esterno, chiese al caporale se la via era sgombra. Alla risposta affermativa, Probo ordinò di passare alla via successiva e di mandare il sergente direttamente al Secondo Mago, nel caso in cui avessero trovato un altro dormitorio pieno come quello; in questa eventualità, avrebbe potuto lanciare l'incantesimo noto come multivisione.

“La priorità è scovare tutti questi centri di concentramento e tenerli d'occhio, poi liberare le vie e infine ricompattare la legione fuori da quella macabra struttura” Il capitano strinse i pugni e si girò a guardare l'interno del dormitorio da cui era appena uscito. “I byestiani stanno facendo qualcosa alle proprie genti e alle nostre. È nostro compito fermarli immediatamente!”

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