Esperienze, Parte Nona

Esperienze, Parte Nona

Mi ripresi dopo poco tempo, le membra tutte indolenzite dai continui conati. L'odore era davvero indescrivibile e orripilante. E la visione, quando mi alzai, era davvero avvilente: decine di uomini lordi di sangue nemico e del proprio vomito. Cercai di pulirmi il viso con i vestiti che portavo sotto l'armatura di cuoio, riuscendo a liberare il naso, gli occhi e la bocca. Sopra il piano rialzato, intanto, i maghi si stavano levando la sozzura con la magia; Demian Dot si avvicinò a me, e con un gesto della mano fece sparire la lordura dal resto del mio viso. Mi disse: “Grazie, soldato. Se non fosse stato per la tua azione straordinaria, lo scontro non sarebbe mai volto a nostro favore”.

Arrossii e risposi: “Ho fatto solo quanto era in mio potere per darvi un vantaggio.”

“Eroica e modesta!”, intervenne Fabius Secondo, “L'Aquila IX è fortunata ad averti!”.

Arrossii ancora di più, e per trarmi d'impaccio feci il saluto militare e corsi ad assistere il capitano Probo. Lo trovai già in piedi ad aiutare dei legionari che si stavano sentendo male, il suo corpo ancora cosparso del sangue nemico. Vicino a lui era arrivato un portaordini, per sua fortuna lindo. Probo gli ordinò di riferire della vittoria agli alti gradi e chiamare con la massima urgenza un Cerusico. Questi avrebbe dovuto controllare che il sangue non avesse prodotto nessuna piaga sul corpo di coloro che ne erano stati contaminati.

“Credo di parlare a nome di tutti i presenti”, disse poi il capitano rivolto a me: “grazie davvero, Mariniana. Non so davvero quanto avremmo potuto resistere sotto il dominio di quell'incantesimo. Era come se i nostri muscoli fossero completamente bloccati! Potevo persino sentire il mio cuore battere a malapena e il sangue defluire dalle vene a fatica”.

“Guardando le vostre armature, sembra quasi che sia sempre stato questo il colore dei blasoni”, disse Tuathal, avvicinandosi a noi e restituendomi il coltello che avevo lanciato, recuperato dall'encefalo dell'esemplare del secondo archetipo.

“Che vorresti dire, mastro elfo?”, chiese Probo.

“Insomma, la lotta è stata ardua, e tutte le legioni hanno combattuto senza cedere il passo. Un'armata cremisi è un epiteto d'uopo, direi”.

Non demmo peso alle parole del Grande Mago, dato che dovevamo andare a fondo dei misteri del Campo I, e soprattutto capire cosa aveva fatto il byestiano al comando con la magia indirizzata alla cupola dell'alta torre della cattedrale. Chiamammo a rapporto tutti i comandanti fuori dalla costruzioni, così da cominciare a fare il conto delle vittime di questo assalto, e venimmo a scoprire che tutti i difensori che erano nella cattedrale o nelle immediate vicinanze erano esplosi esattamente come quelli al di sotto della cupola. Esplorammo tutte le porte che avevamo trovato chiuse al piano inferiore e ne scoprimmo di altre al piano superiore, ma qui non trovammo molti indizi sui propositi dei byestiani, se non sangue e membra che arrivavano fino al soffitto. La torre, come avevamo immaginato, era diventata inagibile dopo l'esplosione causata dall'incantesimo del mago byestiano e, con i detriti, erano scomparse anche tutte le prove e indizi che potevano portare alla fine di questa complicata matassa di dubbi.

La scoperta macabra avvenne quando visitammo i piani sotterranei.

Come avevo notato, subito sotto la rampa di scale davanti l'entrata della costruzione vi erano due porte, una per lato. Queste erano chiuse a chiave e sprangate dall'altro lato. I genieri impiegarono ben poco a scardinarle, e così potemmo entrare.

Trovammo innanzi a noi altre scale che portavano sotto terra; il cunicolo era molto stretto, ma un uomo in armatura completa poteva scendervi, anche se con parecchie difficoltà. Le seguimmo circospetti, con i genieri che, a ogni svolta a gomito, sparavano delle stelle portatili per illuminare il cammino. Persi la nozione del tempo che ci impiegammo a scendere, perché le scale erano strette e ripide, e il continuo scendere e svoltare mi aveva fatto perdere completamente anche i sensi dell'orientamento e della profondità; fatto sta che, infine, toccammo un pavimento di nuda roccia. Le torce illuminarono una grotta di proporzioni notevoli che odorava di umidità stantia ed di qualcos'altro, dolce e amaro al contempo e dove l'unico rumore presente era il picchiettare dell'acqua che cadeva dalle stalattiti. Subito vicino alle scale non vi era alcunché, se non una parete rocciosa che, alla luce, sembrava contenere minerali ferrosi. Durante l'esplorazione trovammo diversi bracieri che risultavano spenti da poche ore, ma le micce erano già coperte di umidità. Non fu comunque un problema accenderle per i nostri genieri.

I veggi illuminarono leggermente più in profondità l'incredibile grotta; la luce ci permise di notare che sul pavimento vi erano altri tentacoli neri come quelli trovati nei dormitori in superficie, forse più spessi degli altri. Difatti, nella penombra potevamo cominciare a vedere anche delle basse brande. Ad accompagnarci c'era Tuathal che, con occhi incandescenti e arcani, evocò dei funghi luminescenti dalle pareti e sul pavimento che ci permisero di assistere a un altro macabro spettacolo.

Adagiati non solo sulle lettighe, ma anche sul pavimento sotto di esse e su un angolo dell'enorme grotta, vi erano corpi inanimati di uomini, donne e, ahimè, anche bambini. Alcuni erano semplicemente morti, i volti contorti in urla di terrore e dolore. Altri erano deformati, chi in alcune parti chi in altre e chi, addirittura, in tutto il corpo. Ce ne erano certi la cui pelle, non essendo riuscita ad adattarsi all’espansione della cassa toracica, era lacerata, le interiora all'aria; stessa sorte era toccata ad alcuni esperimenti falliti per i loro maghi, con l'encefalo enorme ma lacerato e la materia grigia colante da un lato. Non riuscii a trattenere nuovi, dolorosi conati.

Tuathal disse che quella doveva essere la stanza delle ricerche, dove tutto aveva avuto inizio e che, sicuramente, quei tentacoli che vedevamo sul pavimento e ora andavano avvizzendosi dovevano essere collegati a un qualche artefatto che stava in cima alla torre che il mago byestiano aveva distrutto prima di morire.

Era incredibile la freddezza con cui tutti riuscivano a osservare quegli esperimenti fallimentari. C'erano genieri che stavano cercando tra gli alambicchi stipati in alcuni grossi tavoli con vicino altri tavoli insanguinati o con corpi ancora sopra, alla ricerca di elementi alchemici che potevano essere utili ai loro esplosivi o che potessero spiegare queste mutazioni corporee; l'elfo osservava gelido ogni corpo, ogni arnese, ogni letto, i suoi occhi illuminati di luce arcana; i legionari spostavano, adagiavano o ammassavano i corpi in cerca di informazioni aggiuntive. Tutti con la stessa espressione in volto.

Io ero agghiacciata. Non riuscivo a muovere un muscolo, tanto ero provata da questa esperienza. Centinaia, ma che dico, migliaia di esseri umani erano periti per degli esperimenti partoriti da una mente malata!

Avessi avuto le forze avrei pianto, ma i dolori in tutto il corpo e la spossatezza non mi permisero che di rimanere in piedi a mordermi il labbro inferiore.

Sentii una mano toccarmi la spalla. Era il capitano Probo, che provò a consolarmi dicendo: “Non darti pena per i morti, mia cara Storica. A loro daremo degna sepoltura più tardi; più di così non possiamo fare. Ora sono rientrati nel ciclo infinito e purificante della Ruota del Fato. Piuttosto, preoccupiamoci dei vivi: Yeden è stato tenuto informato di tutti i nostri spostamenti e, dopo l'esplosione dei corpi sotto la cupola, ha fatto mandare un portaordini a riferire che tutti i pazienti all'interno dei dormitori che teneva sotto controllo sono ancora in vita, ormai liberi da quelle pietre nere e tentacolari”.

Vedendo che la cosa non mi rincuorava, il capitano cambiò tono e, argomentando che avevo visto abbastanza, mi ordinò di tornare di sopra. Mi disse di recarmi all'accampamento e rimettermi in forze con un pasto e un sonno ristoratore. L'indomani avrei avuto i nuovi ordini.

Non risposi nemmeno, neanche col saluto militare: semplicemente, mi girai e mi avviai verso la lunga scalinata, ansiosa di andarmene da quell'aria pesante di umidità e morte. Mentre salivo le scale, piombò su di me tutta la tensione e la stanchezza di quell'interminabile giornata. Doveva essere ormai iniziata la prima clessidra del nuovo giorno, e ancora per l'esercito c'erano parecchie cose da fare: la conta delle perdite, setacciare palmo a palmo il Campo I alla ricerca di superstiti ma anche di risorse utili all'esercito, nonché controllare che non ci fossero sacche di resistenza nascoste chi sa dove, compilare i rapporti da mandare ai Tribuni, e altre decine di incombenze. Per non parlare del fatto che io avrei dovuto buttare giù tutti gli avvenimenti a cui avevo assistito durante quella lunga giornata. Beh, il riposo avrebbe dovuto aspettare.

Raggiunta la cima delle scale, percorsi la navata centrale in mezzo a decine di legionari che caricavano su barelle i corpi dei propri compagni e che, una volta fuori, vennero caricati su un carro fatto arrivare dall'accampamento, il quale li avrebbe poi portati fuori dalle mura. Lì avrebbero trovato degna sepoltura con una lapide commemorativa della lotta appena conclusasi. Altri legionari, intanto, ammassavano i brandelli dei corpi che, non essendo esplosi dopo la magia finale del mago byestiano a comando del Campo I, stavano andando in putrefazione. Di lì a poco avrebbero acceso una pira per evitare pandemie.

Ancora molti uomini erano coperti da capo a piedi del rosso scuro dei morti, di sudore e di fango, ma nonostante tutto continuavano ad eseguire i propri ordini. Come potevo io ritirarmi mentre loro lottavano con tale forza contro la stanchezza?

Ero a pochi passi dal portone, quando vidi uno dei maghi di una compagnia della Verità IV cercare di accendere una delle pire dove sarebbero stati smaltiti i byestiani uccisi; un altro portaordini mi fermò, e mi disse che ero attesa al cospetto dei Tribuni. Mi avviai quindi con lui verso la torre che, prima della presa della cattedrale, era stata indicata dal capitano Probo. Durante il tragitto alzai lo sguardo al cielo, e notai con sollievo che la coltre che celava dall'esterno l'interno del Campo I era scomparsa, lasciando spazio all'astro notturno e alle stelle.

Oltre ai capi dell'esercito, trovai ad attendermi gli altri due Storici delle altre legioni. Quando entrai, vidi gli occhi di tutti spostarsi verso di me. I Tribuni e i capitani portavano la solita maschera impassibile di chi comanda, mentre i miei colleghi storsero il naso. Notai subito che i loro vestiti erano giusto un po' sgualciti, qualche macchia di fango e sudore qua e là sotto le loro armature, ma niente di più. Al contrario, io dovevo essere il ritratto di un incubo: lorda di sangue coagulato in tutto il mio essere, i capelli insudiciati dallo sporco e dal sudore e la spada intaccata in più punti lungo la lama.

Dopo aver fatto il saluto militare, i Tribuni si complimentarono con noi per essere rimasti fedeli alla nostra linea e aver sempre assistito le legioni, aggiungendo che per l'imbrunire dell'indomani si sarebbero aspettati un rapporto completo. Facemmo di nuovo il saluto militare e, mentre ci avviavamo per andare a completare i nostri compiti, il Tribuno della mia legione mi fermò.

Aspettò che gli altri due se ne fossero andati e si complimentò con me per il comportamento tenuto in battaglia. Tutto l'alto comando era stato informato del fatto che avevo svolto ben più del mio dovere di Storica, e che quindi avrei dovuto essere premiata. Da quel momento in poi, sarei stata Storica e Sergente dell'Aquila IX. Un piccolo avanzamento di carriera e una soddisfazione che mi diedero un po' di carica.

Mi permisi di chiedere se i Tribuni avessero avuto contatti con Morgard e, alla risposta affermativa, trassi un respiro di sollievo. Mi rassicurò, inoltre, sapere che avevano già richiesto altre legioni a sostegno della campagna Forza Orientis che, in linea di massima, non stava andando come preventivato. Di più, a quel punto, non potevo sapere, sicché salutai di nuovo l'alto grado e mi avviai verso l'accampamento della nostra legione.

Non ebbi nemmeno il tempo di potermi levare quella lordura di dosso: appena arrivata, dovetti scansare diversi soldati che mi chiesero come stavo, come stavano i propri compagni e com'era andato l'assalto. Mi dispiacque rispondere, seccata, che sarebbe stato il capitano Probo a rispondere alle loro domande, dal momento che io avevo i miei ordini da portare a termine.

Una volta arrivata alla mia tenda, mi tolsi l'armatura e l'appoggiai al busto, distesi le membra e chiamai un soldato semplice perché mi portasse una tinozza d'acqua, così da potermi almeno lavare capo e mani.

Avevo davanti a me la prospettiva di una notte insonne tra pergamene, inchiostro, e i terrificanti ricordi della giornata appena passata.

Riuscii a trovare riposo solo nel meriggio del giorno successivo all'assalto. L'alba venne accolta con un generale sollievo, anche perché una lieve pioggia primaverile ripulì le strade del Campo I e i suoi momentanei abitanti.

I giorni successi furono un andirivieni di ordini e contrordini, in attesa di notizie da Morgard che tardavano ad arrivare. Maghi e Cerusici stavano cominciando a venire a capo dei quesiti sui byestiani che eravamo riusciti a catturare vivi, e cioè quelli imprigionati all'inizio dell'assalto nella gabbia magica forgiata dai Grandi Maghi della Verità IV. In sostanza, gli esperimenti avevano ottenebrato la psiche a differenti livelli, cominciando dai sotterranei della nera cattedrale. Continuando a esplorare le profondità della grotta, la squadra che era rimasta là sotto aveva scovato delle celle scavate nella roccia, dove avevano trovato altre decine di persone in grave stato fisico e psichico, molti dei quali erano nostri connazionali. Questi ci avevano detto che, una volta portati nel campo di prigionia, erano stati spogliati e lasciati a marcire dentro delle piccolissime celle dove ci si poteva muovere a malapena, tanto erano anguste.

Da lì iniziava la violenza psicologica e fisica.

A volte distruggevano il cibo davanti ai loro occhi, a volte li tenevano svegli per giorni e giorni, a volte li legavano nudi in mezzo a una cella con altri pazienti già in stadio avanzato di deperimento fisico e psichico che li guardavano, incapaci di poter dare loro un qualche genere di aiuto. Per non parlare delle percosse fisiche e magiche, dirette a privarli della loro volontà.

Il tutto nella profondissima oscurità di quella grotta enorme.

Il risultato di tutti quei giorni di sevizie era un totale asservimento della persona al volere dei carnefici, tanto che la richiesta di cambiamento avveniva per “libera scelta”. Solo allora i pazienti venivano adagiati nelle lettighe e collegati a quei tentacoli oscuri, dove avveniva la seconda fase del trattamento. Sempre nel sottosuolo della costruzione centrale, il mago byestiano a capo del Campo I studiava personalmente ogni singolo paziente completamente privato della volontà, decidendo quale degli archetipi sarebbe diventato. Purtroppo non era ancora chiaro l'utilizzo degli altri dormitori tra le strade del campo di concentramento, ma i Cerusici ipotizzarono che, a seconda dell'esemplare che doveva nascere, per così dire, i malcapitati continuassero la loro degenza nella grotta piuttosto che in superficie.

Qui iniziava la terza e ultima fase, cioè l'assoggettamento totale dell'individuo a un ideale o uno scopo più grande di lui.

Una volta ripresosi, Mano Nera diede sfoggio di tutto il suo sapere arcano. Osservando i frammenti ricavati dalle macerie del minareto distrutto, oltre che le pietre dei dormitori, i cui globi, ai quali i pazienti erano collegati dai tentacoli, erano andati in frantumi, il nostro Primo Mago ipotizzò che tutti gli archetipi osservati fino a quel momento rispondessero a una persona sola, e che quindi al libero arbitrio si sostituisse una sorta di mente alveare. Al mago incontrato all'interno del cuore del Campo I andava il compito di dirigerlo al meglio, trasformando tutti i nuovi venuti. I corpi rinvenuti subito dopo alla scalinata sotto la cattedrale erano, come avevamo immaginato, il risultato di tutte le mutazioni fallite in una fase ovvero in un'altra.

Nel pomeriggio del terzo giorno dallo scontro, finalmente, arrivò l’ara nera reale con gli ordini del re. Per le comunicazioni di assoluta importanza tra legioni distanti e tra esercito e capitale, veniva utilizzata questa particolare razza di uccello, modificata alchemicamente. Questi volatili non imparavano le rotte come i piccioni o i corvi, ma cercando una fonte magica, un faro che, grazie alle loro doti, potevano riconoscere anche a centinaia di miglia di distanza. Una volta raggiuntala, dopo aver pronunciato una frase o una formula magica, questi uccelli dal piumaggio nero cangiante dal viola al blu, con mille sfumature scure, ripetevano il messaggio proprio con la voce di chi lo aveva redatto, come i volatili delle remote isole del sud.

Quando venne pronunciata la parola chiave per far esporre all'ara reale il messaggio, erano presenti naturalmente i tre Tribuni, i sei capitani, i Grandi Maghi e noi Storici. C'era tensione nell'aria: rimanere fermi nei pressi del Campo I ci stava mettendo tutti a disagio, e nelle ultimi notti il sonno non era stato davvero ristoratore. Per di più, nessuno che fosse uscito incolume dal campo di prigionia soggiornava nelle abitazioni, preferendo la tenda di ordinanza dell'esercito.

Il messaggio venne riportato con la voce di uno dei consiglieri del re, il capo della Corporazione dei Mercanti e Ministro dell'Economia dei Regni Unificati, Severo Sistiano. In sostanza, il re ci ordinava di avanzare con le tre legioni che avevamo a disposizione fino a dove possibile, salvare quante più vite era in nostro potere sia dei byestiani che dei nostri connazionali, e arrivare al cuore della nazione nemica, la città di Byest. Nel mentre, altre sei legioni sarebbero state mandate da nord e da sud per convergere su di noi, dato che erano stati avvistati diversi altri campi di prigionia non molto differenti da quello che avevamo conquistato. In più, erano stati richiesti aiuti anche agli alleati che potevano giungere facilmente nel reame di Byest, ma la loro risposta si stava facendo attendere. Con un augurio di buon Fato e un saluto ai Tribuni, il messaggio si concluse.

A fine proclama, il pennuto si lisciò le penne di un'ala, lasciando la tenda in un silenzio carico di tensione. Avevamo subito delle perdite piuttosto pesanti durante questo primo assalto e, anche se sapevamo come affrontare un'altra situazione come quella del Campo I, ci aspettavamo dei rinforzi anche nella nostra direzione. Invece, con ogni probabilità, fino alle porte di Byest non avremmo potuto contare che su tre sole legioni.

Quindi, i tre Tribuni, insieme ai loro capitani, si alzarono per decidere gli ordini, che non tardarono ad arrivare: una clessidra dopo la fine del messaggio dell'ara reale, i comandanti fecero girare l'ordine che. all'alba della mattina successiva, l'Aquila IX, la Verità IV, e la Fuoco I avrebbero ripreso la marcia verso la capitale del regno nemico.

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