Esperienze, parte Dodicesima

Esperienze, parte Dodicesima

Quando i due Grandi Maghi tornarono, eravamo ormai pronti a riprendere la marcia. Centinaia di soldati erano usciti provati dall'esperienza del Campo II; alcuni, peraltro, non erano assolutamente in grado di marciare o di combattere nell'immediato, dato che non si erano completamente ripresi dal lungo sonno che la magia lenitiva dei Cerusici richiedeva. La mia mente mi giocava strani scherzi, e lo stesso accadeva a tutti coloro che erano entrati nella costruzione centrale del campo appena conquistato. A volte vedevo l'interno di una tenda come se fosse grande quanto un palazzo di Morgard; nell'osservare il movimento della bocca di un mio interlocutore, vedevo fuoriuscirvi sangue, bile ed escrementi, oppure gli occhi liquefarsi, o tutta la sua persona sciogliersi e trasformarsi in qualcosa di orrendo. Ma le esperienze più assurde le avevo durante quelle poche ore in cui riuscivo a dormire: ore non certo riposanti, dato che nei miei sogni vedevo mondi assurdi, dominati da gatti in grado di volare, da bestie una volta umane che cercavano di afferrarmi e divorarmi, mari governati da mostri dal manto in putredine, la cui progenie veniva da un malato concepimento con uomini. Nulla aveva senso. Regnava solo l'angoscia e il caos. Ed ero giunta alla conclusione che era l'odore della disperazione a permeare il nostro accampamento, prima che levassimo le tende.

Nessuno era uscito sano di mente da quell'esperienza e, a ogni passo che facevamo di lì in poi, sapevamo che le cose non sarebbero affatto migliorate. Conoscevamo, invero, la cura per tutto questo malessere: fermare Byest, a ogni costo!

Ma per arrivare al cuore del problema, dovevamo passare per Klevne.

Da Morgard erano arrivate altre due ara reali, una la sera stessa della conquista del Campo II, l'altra due giorni dopo. La prima ci informava che, a tappe forzate, le sei legioni di supporto avevano raggiunto i confini dei Reami Unificati e si muovevano verso i primi campi di concentramento; la seconda che, sia dal reparto nord che dal reparto sud, gli altri due eserciti non avevano trovato anima viva nei Campi III e IV e precedevano ai seguitanti. In risposta, i nostri Tribuni inviarono sia a Morgard che ai capi del resto dell'esercito le nostre scoperte, e a quest'ultimi consigliammo di agire cautamente, dato che, com'era successo per noi, avrebbero trovato altri campi di prigionia con l'aria pregna di magia blasfema.

Le notizie si sparsero velocemente tra le tende e rincuorarono tutti un poco: nonostante l'orribile esperienza di tutt'e tre le legioni, avevamo almeno la certezza che a guardarci i fianchi vi erano altri commilitoni esperti quanto noi, e che prima o poi tutti avremmo converso a Byest per l'attacco finale a questa pazzia.

L'alba del giorno dopo la partenza dal Campo II, gli esploratori mandati in ricognizione riferirono di una città grande poco più di Demgod, con mura ben fortificate a disegno pressoché romboidale, nella quale svettavano quattro grandi torri. Questa volta potevamo essere sicuri che i manufatti oscuri erano situati proprio in questi masti, perché l'irradiazione del campo magico che schermava l'interno della città proveniva proprio dalla sommità di queste. Inoltre, non potevano esserne sicuri delle informazioni in nostro possesso riguardo a una roccaforte posta al centro della piccola città, dato che le planimetrie in mano a Morgard erano datate ormai a un secolo prima. In base alle notizie che avevamo, questa roccaforte era protetta a sua volta da un piccolo fossato. Era passato parecchio da quando le nostre spie avevano messo piede a Kleyne in precedenza; era una città di seconda importanza, che non aveva mai brillato per forza o per posizionamento strategico, e quindi non sapevamo con certezza cosa poteva aspettarci.

Gli esploratori riferirono, inoltre, che durante il nostro cammino avremmo incontrato un unico, immenso bosco. Costoro vi erano passati attraverso senza avere nulla di strano da riferire, se non che molti alberi erano morti o morenti e che, mano a mano che ci si avvicinava alla città, le piante che erano ancora in piedi presentavano, dalle radici esposte alle fronde, quei tentacoli neri che avevamo ormai imparato a odiare e temere. Durante la riunione in cui i battitori avevano riferito ciò che avevano visto, Thuatal naturalmente aveva chiesto se questi avevano scorto le sue amate querciantiche, ma gli esploratori non avevano approfondito la ricerca nella foresta, concentrandosi sulla propria sopravvivenza e sulla città che avevano di fronte.

Raggiungemmo la foresta la notte del primo giorno di marcia dal Campo II. Questo ci rallentò non poco, dato che non potevamo aggirarla come avevamo fatto con le precedenti. I sentieri interni erano poco più larghi di uno dei nostri carri per il trasporto delle armi d'assedio, e attraversarli richiese un giorno in più di quanto preventivato. Fortunatamente, anche questa traversata non presentò spiacevoli sorprese, fatta eccezione per una lunga e angosciosa marcia piena di aspettative e turbamento da parte di tutti i legionari. Tra i ranghi, serpeggiava il timore di un assalto proveniente da una delle macchie arboree più fitte, che avrebbe potuto dividere l'esercito su più fronti, ma evidentemente non era lo stile di combattimento che i capi dei costrutti prediligevano.

Anche stavolta l'assalto alle mura sarebbe avvenuto da tre lati, ma avremmo mosso tutto l'esercito, un po' perché avevamo bisogno di un'altra conquista-lampo, ma anche perché l'azione avrebbe portato nuovo vigore nelle membra dei nostri commilitoni; o così, almeno, speravamo tutti.

Quando cominciammo a disporre l'esercito, notammo che all'esterno delle mura vi erano tutti i mulini, le fattorie e i campi, questi ultimi un'infinità, posizionati in modo da poter prendere più sole possibile così da essere coltivabili per tutto l'anno. Nonostante questo, le messi erano lasciate agli uccelli, e le bestie da soma e da latte abbandonate. Mentre costruivamo l'accampamento, approfittammo per rimpinguare le nostre scorte con quello che non era ancora marcito, previo controllo dei Cerusici per assicurarci che i cereali non fossero lasciati lì apposta per avvelenarci o chissà cos'altro.

Purtroppo, l'assedio non andò come preventivato. Ci ritrovammo ad assaltare una piccola città molto ben difesa e con all'interno migliaia di costrutti di decine di tipi diversi, tutti devoti alla causa di Byest. Già dal primo giorno fu dura, in quanto impiegammo tutte le ore diurne per conquistare le mura e avere ragione di tre dei quattro masti posti a difesa degli artefatti arcani. Artefatti che, adesso, sembravano dare maggior vigore agli archetipi che sfruttavano la magia, dato che allo scoppio delle pietre nere i difensori sembravano impazzire e, successivamente, perdere impeto combattivo.

La sera stessa, dopo una riunione d'urgenza delle teste delle tre legioni, decidemmo di riunire di nuovo l'esercito e ti attaccare in un unico punto, cioè i cancelli che davano a nord; le porte ad est avevano la strozzatura di un ponte che ci avrebbere reso preda facile dei difensori e quelle a sud-ovest erano particolarmente pattugliate da farci desistere subito. Durante la notte non fu facile mantenere il tratto di mura che avevamo conquistato, dato che gli assediati impedivano il riavvicinamento dell'esercito con continue sortite di piccoli gruppi composti da esemplari estremamente veloci e letali, mai visti negli scontri avvenuti fino ad ora: questi erano alti poco meno della media, con le giunzioni degli arti inferiori che si piegano al contrario, come quelle dei cavalli. Fu un caso se uno dei Cerusici riuscì a studiarne un corpo prima della presa delle mura, dato che uno di questi esemplari era stato ucciso da una freccia volante e che era finita alla base della schiena di questo, là dove risiedeva la macchia nera che, in qualche modo, uccideva automaticamente questo archetipo di combattente.

Il secondo giorno conquistammo un intero quartiere del segmento di città in cui entrammo, e il terzo giorno cominciammo a inoltrarci verso il centro dell'urbe, e cioè il castello circondato dal fossato. Dopo l'esperienza terrificante nelle grotte del Campo II avevamo il ribrezzo delle acque stagnanti che proteggevano la roccaforte, timorosi com'eravamo di trovare qualche strana bestia riunita in branchi sotto lo specchio d'acqua. Fino a questo punto, le perdite c'erano state, ma fortunatamente erano ridotte e non volevamo che aumentassero, quindi ci trincerammo in un quartiere prossimo all'unico, stretto ponte che dava al castello, per decidere un piano d'azione. Fu la mattina del terzo giorno che dalle mura, finalmente, si affacciò quello che sembrava un elfo, a sancire una tregua momentanea tra i due eserciti; alto e vestito con una tunica nera e attillata, i capelli biondo-argentati al vento, urlò qualcosa in elfico. Probabilmente grazie a un incantesimo, dopo qualche battito di cuore sentimmo un fischio acuto perforarci le orecchie e la mente, tanto che alcuni cominciarono a perdere sangue; fortunatamente, durò poco. Immediatamente dopo potemmo sentire nelle nostre teste queste parole: “Perché ci contrastate, imperiali? Perché ci combatti, Thuatal dei Fiontaróirí? Non ti accorgi che noi stiamo facendo ciò che è giusto per questa terra? Andatevene da qui e attendete il nostro arrivo nelle vostre dimore. Sapremo trattarvi come il vostro popolo merita!”.

La risposta dell'elfo fu sprezzante: “Torturare delle povere anime e distruggere ciò che hai giurato di proteggere finché avrai fiato in corpo lo chiami ʽciò che è giustoʼ»? Le ho viste le querciantiche, ho visto l'assenza di animali nelle foreste in queste terre; state solo accrescendo il vostro potere, e questo vi sta corrodendo l'anima!”.

Un altro fischio lancinante, più lungo e più debilitante del precedente, ci costrinse in ginocchio. Quando infine vennero prese delle contromisure per tutto l'esercito, riuscimmo a sentire ancora nelle nostre menti: “Dunque la tua preoccupazione va alle piante. Bene, ti darò qualcosa per preoccupartene ulteriormente”.

Estrassi al volo un cannocchiale che mi ero fatta mandare da Mud, dato che lui ne aveva diversi e me ne aveva gentilmente ceduto uno, e assistetti a una cosa incredibile: ora potevo vedere l'elfo in volto, e notai sin dal primo sguardo che tutte le vene erano sporgenti e nerastre, proprio come i tentacoli che venivano dalle pietre nere dei dormitori del Campo I. La sclera degli occhi era quasi del tutto nera e le pupille bianche come le nuvole basse. Fu solo una visione fugace, perché poi mi concentrai sui suoi movimenti; mise una mano dentro una manica e vi estrasse qualcosa che portò alla bocca. Pronunciò poche brevi parole, e lanciò quelle che sembravano tre pietre nell'acqua stagnante del fossato sotto di lui. Non rimase nemmeno per vedere il risultato delle sue azioni, semplicemente si girò e scomparì alla vista.
Purtroppo, quelli non erano tre sassi.

Al contatto con l'acqua, i tre oggetti gettati dall'elfo divennero, nel giro di poco tempo, delle piante che espandevano i proprio tronchi rapidamente. Sarebbe stato stupefacente, non fosse che queste piante stavano acquistando fattezze vagamente umanoidi, con gambe e braccia dotate di tre protuberanze tempestate di spine che potevano essere definite dita. La crescita si arrestò quando l'acqua del fosso finì, ma quegli esseri avevano quasi raggiunto e superato l'altezza della roccaforte. Non avevo idea se quelle cose avessero una bocca, né tanto meno se l'ululato agghiacciante che sentimmo provenisse da una di esse. Fatto sta che, dopo quell'urlo di guerra, le ostilità ripresero più agguerrite e più sanguinose di prima.

La loro comparsa fu devastante; una delle tre creature, con un singolo manrovescio, mandò a gambe all'aria trenta o più dei nostri fanti pesanti. I nostri arcieri iniziarono a bersagliarle con le frecce incendiarie nella speranza di abbatterli, ma queste sembravano insensibili al fuoco. Ancora una volta, i Genieri, trovarono la soluzione: con le loro balestre, cercarono di trovare i punti deboli di questi nuovi nemici e, quando provarono con i dardi esplosivi, concentrandosi tutti in un unico obbiettivo, potemmo vedere che essi perdevano del liquido una volta scalfita la corteccia superficiale.

Erano enormi e spaventosi, sì, ma potevano essere feriti. Bastava solo colpire duro. E fu quello che i nostri Grandi Maghi fecero.

Ci vollero tutta la forza e l'astuzia dei nostri Grandi Maghi per aver ragione di quegli esseri che giganteggiavano su di noi, mentre il resto dell'esercito teneva a bada i continui assalti da parte delle centinaia di byestiani appiedati per le strade. Una delle piante assassine venne fatta esplodere da Mano Nera dopo ore di tentativi, l'altra venne fatta gelare da Fabius Secondo e poi distrutta da Thuatal. Per la terza, invece, i Grandi Maghi decisero di correre un rischio: Bret de Bret e Yeden si impegnarono a fare da esca, in modo da portare l'enorme albero in posizione obliqua rispetto al muro più lungo della roccaforte. Intanto, Thuatal e Fabius Secondo intrappolarono come meglio poterono quelle che dovevano essere le gambe, e infine Demian Doth e Mano Nera prima recisero le lunghe braccia del mostro e poi lo abbatterono, così da far diventare lo stesso mostro un ponte che dava alla parte superiore del castello.

Ora che la via al castello era accessibile, Probo decise senza indugi di assumersi il comando dell'assalto finale, che gli venne immediatamente concesso dalle alte cariche e dai pari grado. Io chiesi subito di poter andare con lui, così da poter svolgere il mio lavoro e guardargli le spalle, richiesta alla quale annuì senza alcuna obiezione. Di lì a poche centinaia di battiti di cuore, il nostro generale fece chiamare una decina di squadre per un totale di duecento militari, pronti a terminare quei giorni di fuoco e morte.

Quando tutto fu pronto era ormai notte, ma il piano di Probo era stato architettato proprio in tal senso. Il resto dell'esercito aveva compiuto un ottimo lavoro: la strada era sgombra per noi, che avremmo portato l'assalto all'interno del castello e potevamo altresì vedere che, dalle mura, i difensori tentavano con ogni mezzo di distruggere quel ponte di fortuna. Neanche a farlo apposta, i nostri Maghi avevano fatto in modo che la bestia-albero penetrasse in profondità nella fortificazione e, nonostante la loro forza sovrumana e tutta la magia che avevano a disposizione, i byestiani non erano riusciti a smuoverlo minimamente. Bret de Bret era con noi, così come Thuatal e Mano Nera. Come diversivo, i Genieri cominciarono a bombardare come meglio poterono la porta principale, facendo più baccano possibile da quella parte, mentre il nostro plotone, oscurato dalla magia di de Bret, correva lungo la corteccia.

Avemmo ben presto la meglio sugli archetipi che, a difesa delle alte mura, non si aspettavano un attacco così massiccio e rapido, e neutralizzammo anche coloro che stavano cercando di distruggere quel ponte improvvisato. A quel punto il plotone si divise in due: una metà cominciò subito l'assalto alla fortezza e al capo della città, e l’altra avrebbe preso alle spalle i difensori del cancello d'ingresso principale, così da poterlo aprire a favore del resto dell'esercito.

L'interno del castello era di valore ma spoglio, come se i suoi abitanti non avessero bisogno di orpelli, arazzi e tappeti esotici, tanto che i nostri passi rimbombavano sulle pareti di pietra, facendoci temere la perdita del fattore sorpresa. Dopo pochi tentativi e diverse schermaglie con i difensori in stretti corridoi o in piccole stanze, riuscimmo a trovare la sala centrale, quella dove un tempo il signore locale governava, dava banchetti e danze, dispensava giudizi benevoli o malevoli, riscuoteva le tasse e celebrava le alleanze con unioni tra potenti. Non eravamo in tanti a essere lì al momento: una dozzina a malapena, dato che molti della squadra erano rimasti indietro a contrastare gli archetipi che cercavano di sbarrarci la strada. Quando entrammo era tutto buio, solo la luce dell'astro notturno filtrava dai vetri colorati delle finestre. La stanza era caratterizzata da due colonnati di legno con molte torce spente appese e ai lati, ricavati dalle mura, vi erano due grandi camini per parte, le braci morenti dentro le grandi bocche. In fondo, vi era una sola luce argentata, irradiata da una figura seduta su di un piccolo trono dietro a un lungo tavolo, il tutto posto in posizione elevata rispetto al resto della corte. Era seduto scomposto, la testa nella mano sinistra, e i capelli gli coprivano il volto.

“Dunque, non vi arrendete...”, cominciò l'elfo che si era presentato in cima alle mura quella mattina.

Tuathal, che era con noi quando entrammo in quella stanza, non gli permise di finire la frase; subito, i suoi occhi si illuminarono di arcano potere arcano elfico e un dardo verde partì dalla sua mano sinistra, protesa verso l'avversario. Questi, con un gesto della mano, fece scomparire il raggio e alzò la testa verso di noi, lasciando intravvedere quel viso sfigurato da quelle serpentine nere, e disse: “Non è affatto cortese interrompere un compatriota che ti sta dando il benvenuto, dheartháir.”.

“Abbiamo due concetti ben differenti di ʽbenvenutoʼ, elfo”, replicò Probo, la mano che correva lungo la lunga spada ancora inguainata.

“Siamo ancora a queste differenze razziali, imperiale?”, ribatté il padrone di casa, riavviando i capelli e scoprendo tutta l'intricata mappatura di vene nere del volto e del collo. “Ma come, non avete mai sentito gli ammonimenti di noi Primi Venuti, vostri vicini di casa? ʽSiamo tutti figli della ruota del fato; essa ci unisce sotto la il suo ciclo purificatore di nascita, morte e rinascitaʼ, e via discorrendo?”

Si alzò, spingendo indietro lo scranno con le gambe; lo strisciare dei piedi di ferro sulla pietra riecheggiò per diversi battiti di cuore nella stanza. Fece alcuni passi lenti verso uno dei comignoli, strinse una mano dentro l'altra dietro la schiena ben dritta, e guardò le poche braci morenti. “Sono stato indottrinato anche io come tutti quelli della mia razza. Difendere la natura, difendere le altre razze da loro stesse, difendere i cuori dalla magia umana e dalla cupidigia. Ma sapevo che doveva esserci di più. Il mio animo non si è dato pace per un'infinità di tempo, calcolato in anni umani, meri frammenti di infinito per noi elfi”

Si girò e si diresse davanti al lungo tavolo sopraelevato e, girandosi verso di noi con le braccia conserte, vi si appoggiò.

“Ho pensato così tanto a tutte le leggende e a tutte le storie che mi venivano raccontate sugli Antichi dai Savi, non riuscendo a trovare un punto in comune. Quando infine l'illuminazione arrivò dal Mháistir, già reietto da Teaghais Ard. Parlando con lui, i nodi scomparirono dalla matassa, e allora potei vedere”

“Quindi c'è un altro elfo dietro a tutta questa follia!”, sbottò Mano Nera. “E io che pensavo che, in questa terra, i Primi Venuti fossero quelli con un minimo di intelletto…”

“Ti sbagli, Primo Mago, e sei al contempo nel giusto”, lo ammonì il nostro ospite. “Fino a quando non parlai col Mháistir anche io ero ottuso, ma lui mi ha donato gli occhi per vedere...”

A quel punto, intorno a lui, da principio impercettibilmente, ma mano a mano più tangibile, prima un unico serpente nero e trasparente, e poi via via dozzine di tentacoli cominciarono ad avvolgerlo, mentre l'elfo, le braccia spalancate e protese verso di essi, cominciava a fluttuare a mezz'aria.

Quando quei tentacoli si strinsero a lui, il saio era diventato un'armatura orrenda e al contempo incantevole. La gorgiera-nero violetta, dal guardacollo basso a sinistra e di poche dita più alto a destra, collegava due spallacci muniti di artigli alle estremità, lunghi almeno un piede; bracciali e manopole sembravano essere diventate come una seconda pelle oscura, tanto erano attillate, con le cubitiere provviste di uno sperone affilatissimo e luminescente. Il pettorale e la falda mettevano in risalto il corpo snello e muscoloso dell'elfo. Da sotto il fiancale spuntava un pezzo di tunica rosso sangue che scendeva obliqua fino a coprire lo schiniere destro. Guardando la figura, ma soprattutto quell'armatura, si aveva la stessa sensazione di quando si guarda un incidente tra fantini delle corse dei carri: è abominevole osservare il corpo in condizioni pietose, le articolazioni piegate in maniera innaturale, le ossa esposte, il sangue che esce copioso, eppure non si può fare a meno di gettarvi lo sguardo.

“Io ora sono qui davanti a voi per farvi abbracciare le parole del Mháistir. Oppure venite innanzi, e perirete...”, cominciò l'essere oscuro, ma venne interrotto dall'entrata di Mano Nera.

“Risparmiaci le tue parole piene di menzogne e proselitismi, elfo”, urlò il Primo Mago, il cappuccio abbassato e i tatuaggi già luminescenti di potere arcano. Le mani guantate erano già infuocate di fiamme stregonesche. “Qualsiasi cosa stiate facendo in questo regno, state sfruttando una magia malvagia che sta consumando anche i nostri conterranei. Non vi permetteremo di proseguire in questa follia!”

Si sentì allora, in quel momento, lo sferragliare delle armi dovute allo sfregamento delle controguardie dei foderi sulle lame. Thuatal era completamente circondato da un'aura verde, gli occhi che sprizzavano guizzi magici.

“Ebbene, avete scelto la vostra via”, concluse mestamente la figura davanti a noi.

© 2017 Myth Press

Stiamo utilizzando i cookie per fornire statistiche che ci aiutano a darvi la migliore esperienza del nostro sito. Continuando a navigare sei d'accordo.