Esperienze, Parte Decima

Esperienze, Parte Decima

Nessuno di noi aveva effettivamente riposato durante questi pochi giorni fuori dal Campo I e molti dei legionari feriti non si erano ancora ripresi, tanto che una buona parte di essi li dovemmo caricare sui carri. Fortunatamente non avevamo il problema dei prigionieri, se così volevamo chiamarli, cioè i costrutti byestiani che, una volta caduto il campo di prigionia, erano rimasti alla nostra mercé dentro la gabbia magica dei Grandi Maghi della Verità IV. Tutti i Cerusici e Mano Nera si erano impegnati per carpire più segreti possibili da questi soggetti, ma ancora non eravamo riusciti a capire se il processo di cambio di mente fosse, in qualche modo, reversibile, almeno per gli archetipi del terzo tipo, cioè quelli con meno alterazioni corporee.

Per ora, questi prigionieri si stavano rivelando completamente inermi: dopo l'esplosione della cima della torre avevano perso ogni dote combattiva, bastava spingerli da una parte o dall'altra e non opponevano alcuna resistenza. Questi vennero lasciati alle cure dei byestiani e dei nostri compatrioti, finalmente liberati dalle segrete di quell'umida grotta che avevo visitato dopo la sconfitta del capo del Campo I. A difesa di questi poveri sventurati, lasciammo anche alcune squadre di fanteria leggera e pesante. Inoltre, avevamo trovato una grande dispensa nelle viscere della tetra cattedrale, quindi di viveri non ne mancavano, né per coloro che sarebbero rimasti in attesa di riprendersi né per l'esercito di nuovo in movimento.

Gli esploratori mandati avanti per prepararci la strada subito dopo la conquista del Campo I avevano riportato la presenza di un altro campo di prigionia a tre giorni di marcia e, ad altri tre giorni, in una delle cinque città del territorio di Byest, chiamata Klevne. Ma prima di arrivarvi, dovevamo passare per quello che già era soprannominato il Campo II. Gli esploratori avevano inoltre riferito che sia il campo successivo che la città non erano rimasti inerti ad aspettarci: dagli interni venivano suoni di preparativi, e probabilmente anche di movimenti di truppe.

La strada che ci separava dai nostri nemici era pressoché pianeggiante, con pochissime colline e molti boschi. Uno di questi ultimi poteva diventare teatro di un'imboscata da parte delle truppe byestiane e quindi i Tribuni, sotto consiglio dei capitani, decisero di aggirare tutte le macchie boscose che via via incontravamo, allungando di molto la marcia.

Durante una di queste deviazioni, ricordo di aver letto una missiva da parte della Fuoco I che informava che Thuatal si era addentrato in uno di questi boschi; prima di essere un soldato, egli era un elfo, che aveva a cuore tutte le vite animali e vegetali. Con una lettera personale, chiesi a Tolmodeo, lo Storico della legione, se poteva tenermi informata su quello che il loro Primo Mago avrebbe scoperto, dato che, da quando avevamo lasciato il Campo I, Mano Nera si era chiuso in se stesso, non rivelandoci più nulla sulle sue scoperte se non sotto ordine dei Tribuni stessi.

Quella sera mi arrivò una missiva in risposta proprio del Grande Mago, ma redatta dallo Storico; non ho più l'originale, ma ricordo praticamente lettera per lettera quello che vi era scritto.

Rispettabile Storica e Sergente Avem

A thairiscint mé tú mo beannachtaí1

Il nostro Storico questa sera mi ha posto una richiesta particolare e, conoscendolo come un umano schivo e riservato, mi sono sorti dei dubbi. Quando mastro Sergia mi ha spiegato l'origine di tale istanza, facendo il tuo nome, la curiosità è andata aumentando.

Trovo alquanto singolare che un'umana, una soldatessa per di più, si interessi delle vicende elfiche e te hai dato prova di íogaireacht crann, come la definiamo noi aes sídhe2, e cioè sensibilità verso la terra; hai anche dimostrato di essere un'umana intraprendente e degna di fiducia grazie ai tuoi atti eroici compiuti presso il Campo I.

Alla luce di questo, ho deciso di renderti noto ciò che ho scoperto.

Non potevo credere a quel che leggevo, dato che difficilmente un elfo si cura di aggiornare gli umani su quel che scopre; oltretutto io ero una sua sottoposta, dato che il rango di Primo Mago è equiparabile a quello di capitano. Emozionata oltre ogni misura, lessi e rilessi ogni singola lettera scritta con quella grafia spigolosa.

Noi sídhe abbiamo un compito ogni qual volta usciamo dalle nostre dimore arboree, cioè quello di curarci di tutto ciò che il Fato ci ha donato, pianta o animale che sia. Va da sé che per me è stato normale addentrarmi tra le fronde del bosco e analizzare attentamente la salute della Madre Terra, specialmente dopo l'amara scoperta che ho fatto presso il campo di prigionia che abbiamo conquistato.

Qui l'elfo si riferiva all'incantesimo che aveva scagliato contro le mura della cattedrale del Campo I, dove aveva richiamato a sé la macchia arborea più vicina, ma che era risultata parecchio distante.

Già al contatto con i primi alberi, ho potuto notare che la salute di questi era, come dire, fittizia: tutti noi sídhe possiamo toccare il fusto di una qualsiasi pianta e ascoltare ciò che ha da raccontarci e avere le stesse sensazioni che essa ha vissuto. Da ogni albero che toccavo, invece, non riuscivo a percepire nessuna voce in me, deducendo quindi che questi erano stati tramutati in dei gusci vuoti, solo in apparenza alberi. Inoltre né dal terreno né dai rami e dai cieli potevo sentire la presenza di animali di alcun tipo, fossero essi uccelli, mammiferi o insetti. Decisi quindi di addentrarmi ulteriormente per risolvere questo enigma e man mano che procedevo, vedevo gli alberi non solo morire, ma anche piegarsi sul proprio tronco, come se fosse stati attratti verso le radici con una corda tra le fronde. Questo accadeva a tutti i fusti che incontravo, fossero loro pioppi, frassini, salici o ontani. La mia curiosità aveva lasciato il posto alla tristezza per la sorte di questa foresta sventurata; guardavo la terra, secca e arida, come se ogni filo d'erba si rifiutasse di voler crescere, come se nessun seme volesse porvi la propria benedizione di vita, e il mio cuore si struggeva alla silenziosa richiesta di tutto quello che mi circondava.

Ma la scoperta che ho fatto di lì a poco cambiò la mia anima, tramutando la mia compassione in odio, sentimento sconosciuto a noi elfi, a noi sídhe; una maledizione donataci da umani come il mago del Campo I, senza fede e senza lodi, e che noi che siamo stati a così stretto contatto con voi secondi venuti abbiamo accolto nel nostro spirito e che si è insinuata così a fondo da diventare un cancro e da doverci convivere per il resto dell'eternità.

Ad ogni passo, la foresta moriva sotto i miei occhi e il terreno andava progressivamente diradandosi fino a lasciare spazio ad una piccola altura dove cresceva il ceppo di quella che riconobbi immediatamente essere una querciantica.

Devi sapere, mia fidata Storica, che questo tipo di albero è sacro presso le mie genti, perché la maggior parte di essi ha origini remote come la terra che calpesti ogni giorno. Per noi, esse sono fonte di conoscenza, di memoria e di saggezza.

Vederne la maestosità del busto tagliato a pochi piedi di altezza, quando la sua elevazione massima potrebbe far impallidire qualsiasi costruzione umana, e ora ridotta a poco più d'un ceppo...

Ho imparato una cosa grazie al mio lavoro. Spesso, dalla calligrafia di chi scrive si può decifrare molto dello stato d'animo dello scrittore ed è una cosa inconscia, che non si può cancellare dalla mano e dal cuore. Ebbene, la grafia di Tolmodeo, in principio aguzza e composta, durante la lettera andava via via allargandosi e, in alcune righe, diventava discendente e inclinata verso il basso, segno che gli eventi narrati avevano finito per influire sull’equilibrio emotivo di chi li stava trascrivendo. Ed era lo stesso che stava accadendo a me in quel momento; dovetti distogliere gli occhi da quello scritto e respirare un momento prima di riprendere la lettura.

Con gli occhi pieni di lacrime di amarezza e rabbia, potei scorgere che nella sommità del mio amato albero potevo vedere una di quelle pietre nere e pulsanti, come ne avevamo trovate nei dormitori del Campo I. E fu quella scoperta che mi fece dimenticare la tristezza che provavo e fece affiorare dal profondo del mio animo quell'odio che voi ci avete tenuto ad insegnare.

Raccolsi tutta la forza residua di quella foresta infelice e la racchiusi tutta nelle mie mani in un incantesimo distruttivo che diressi verso quell'odioso manufatto nero. Questo si frantumò immediatamente, lasciando un piccolo sfavillio che sembrò assorbire la luce circostante. Solo allora notai che lungo quel poco di fusto di querciantica che era rimasto vi correvano esattamente gli stessi tentacoli oscuri dei dormitori che si infossavano insieme alle radici dell'albero. Questi, poco dopo la distruzione del gioiello, si ritirarono dalla sommità e scomparirono sotto terra e nel mentre sentii come lo strisciare di migliaia di serpenti che si allontanavano verso est.

Solo allora mi sono reso conto dell'enorme balordaggine che avevo compiuto: da quel manufatto forse io e i miei colleghi avremmo potuto carpire altri segreti byestiani, ma la mia avventatezza e il mio odio mi avevano messo il paraocchi, come dite voi Secondi Venuti, e potevo scorgere solo la mia vendetta.

Nonostante questo, ora sappiamo cosa aspettarci dall'interno delle prossime macchie boscose. Devi sapere, mia illustre Avem, che questa lettera verrà redatta, naturalmente sotto altra forma, anche ai miei colleghi Grandi Maghi e ai Tribuni e che è sottoposta a segreto militare. Ma nonostante questo, ti ringrazio per avermela fatta stilare, perché ho potuto confidare i miei sentimenti a qualcuno che ha un briciolo di ionbhá, di empatia.

Sperando che la presente abbia gettato il seme di un'amicizia reciproca, ti auguro un buon Fato per tutte le tue imprese.

Slán go fóill3

Lette queste ultime righe, mi crogiolai un momento su tutte le sensazioni che mi aveva dato questa lettera, ma sapevo bene il da farsi. Con un briciolo di rimorso, posi la pergamena sopra alla candela di sego che utilizzavo come lume e la guardai consumarsi e spegnersi, e solo dopo provai a trovare sonno nel mio giaciglio.
Aggirammo un totale di quattro macchie di bosco, ma solo in due venne trovata una querciantica nel mezzo con un pietra arcana, che comunque vennero prontamente distrutte. Non ci furono comunque minacce per chi vi si addentrò, né per noi che passavamo all'esterno. I giorni di marcia prima di arrivare in vista del Campo II divennero cinque invece di tre, il che era un problema perché, oltre ai giorni necessari per ricevere gli ordini da Morgard, ne avevamo concessi altri due ai difensori per prepararsi, non contando che potevano aver ricevuto rinforzi dalla vicina Klevne e, per di più, noi non ne avevamo ricevuti affatto.

Questa volta l'approccio alla conquista del Campo II sarebbe stato più ponderato e incentrato sulla magia; non sapevamo ancora se aspettarci gli stessi archetipi di byestiani già incontrati, ma per sicurezza avremmo cercato di attaccare da lontano, con le macchina d'assedio e con i nostri Grandi Maghi. Saremmo entrati con i legionari solo se la situazione fosse stata drammatica o, al contrario, se il loro utilizzo era di mero supporto, dato che non potevamo permetterci altre perdite, di qualsiasi entità esse fossero.

Tutti i Grandi Maghi ci avevano rassicurato sul fatto che sarebbe bastato trovare e distruggere il manufatto dell'eventuale minareto della costruzione centrale, altresì avevano avanzato la richiesta di poter prendere vivo, qualora fosse possibile, il capo del Campo II per sviscerare gli ultimi segreti che queste metamorfosi fisiche e mentali stavano celando ai nostri Maghi.

L'avanguardia avvistò il campo nel tardo pomeriggio e piazzammo il nostro accampamento che era ormai una gelida notte primaverile. Il capitano Probo mi mandò a chiamare prima che facesse buio per la ronda intorno alle mura così che i Tribuni e tutti gli alti rango avrebbero preso decisioni immediate da applicare all'alba dell'indomani.

Come per l'altro campo di prigionia, anche questo aveva i tetti oscurati dall'esterno probabilmente col medesimo incantesimo, ma a differenza del primo, questo era costruito in avvallamento con sbocco a est e sembrava molto più piccolo, forse la metà, il che poteva significare qualsiasi cosa: un campo di seconda importanza, o che si sviluppava quasi interamente sottoterra, o che era un centro di snodo per chi sa quale diavoleria. Le mura erano pressappoco identiche a quelle del Campo I, anche se la pianta era più esagonale. Inoltre si vedeva che erano costruite da più tempo, dato che le intemperie avevano cominciato a scurire le parti più esposte ai gelidi venti invernali. Notammo inoltre che a nord scorreva un fiumiciattolo proveniente dalle basse montagne della regione, che si insinuava sotto le mura ma e non ricompariva da nessuna parte al di fuori di esse; questo significava che o veniva completamente prosciugato, o che finiva in una falda acquifera al di sotto del Campo II. In qualsiasi caso, questo per noi era un punto da cui incominciare il nostro assedio, con i trabucchi concentrati a sfondare il cancello principale rivolto a sud e i genieri che avrebbero fatto saltare per aria la grata che proteggeva l'ingresso del fiume nelle mura.

Tutto era quindi deciso: l'Aquila IX e la Fuoco I avrebbero attaccato da nord e la Verità IV avrebbe avuto l'arduo compito di sfondare l'entrata principale con tutto l'arsenale balistico che avevano a disposizione tutte e tre le legioni. Una volta dentro, le mura sarebbero state prese da piccoli contingenti di fanteria pesante e arcieri, mentre le strade sarebbero state ripulite dai maghi di squadra e dai Grandi Maghi, fino ad arrivare al cuore del Campo II, che solo il Fato sapeva cosa ci nascondesse.

Quella notte non riuscii a dormire, come del resto in quelle precedenti, dato che ogni volta che riuscivo a prendere sonno mi si presentavano le scene raccapriccianti delle segrete del Campo I; il pensiero che quelle macabre immagini si potessero ripresentare alla mia mente mi attorcigliava le interiora. E ogni notte mi domandavo se questa esperienza era davvero quello che avevo sempre desiderato.

L'aria aveva ancora il brio della notte e nel lontano est cominciava a schiarire l'aurora quando l'esercito finì di schierarsi. Con i primi raggi di sole, i trabucchi cominciarono le loro sassaiole di massi e sorprese, che andavano di nuovo a schiantarsi ed esplodere all'interno di quella patina opaca sopra il Campo II; naturalmente i Grandi Maghi avevano già schermato le legioni con le loro magie difensive.

Questa volta il capitano Probo, visto che sapeva che i suoi uomini o comunque la maggior parte di essi sarebbe stata al sicuro, aveva deciso di prender parte alla destra del nostro Tribuno, e io con lui. Gli alti grado si erano schierati in mezzo alle due legioni che avrebbero attaccato dal canale, così potei vedere tutto quello che accadde da quella parte.

Bret de Bret, Secondo della Fuoco I, era un esperto in campi di forza, sia d'attacco che in difesa, e questa volta si arrischiò ad accompagnare i genieri con quello che loro stessi definirono “il pacco”, cioè una cassapanca da letto completamente imbottita di un miscuglio di materiali altamente esplosivi. Qualcuno aveva anche messo una coccarda con brandelli di un mantello d'ordinanza in cima. Il Grande Mago aveva assicurato che durante il tragitto avrebbe tenuto sospeso il baule, in modo da non far esplodere il contenuto prima del tempo, e che al contempo avrebbe creato un manto di invisibilità per schermare il gruppo alla vista dei difensori. Intanto gli altri Grandi Maghi avrebbero attaccato le mura per spostare l'attenzione su di loro, ma anche per indebolirne la stabilità; una volta che de Bret fosse tornato, uno dei suoi colleghi avrebbe fatto esplodere il pacco con uno dei loro attacchi.

Vidi scomparire il Mago e i genieri poco alla volta, come se una coperta fosse caduta sopra di loro. I genieri stavano ancora scommettendo su quanto sarebbe stato largo il buco e su chi di loro sarebbe andato a terra dopo il boato dell'esplosione. Gente bislacca, questi genieri: costruiscono congegni seminatori di morte, sulla cui serietà scientifica si discute anche all'interno delle università più prestigiose, e poi scherzano sugli eventuali effetti. Ne ho visti alcuni attaccare dei petardi a un povero collega ubriaco durante una delle nostre pause, e davvero non so dove lo reperiscano tutto quell'alcool, visto che nei due ranci che avevamo durante la marcia vi era un solo bicchiere di birra annacquata, e ogni volta che questo poveretto cadeva o si appoggiava da qualche parte facevano scoppiare le micce che aveva addosso, procurandogli spesso delle dolorose bruciature. I suoi colleghi, al contrario, se la spassavano parecchio e lo spintonavano per continuare a godersi lo spettacolo. A volte li invidiavo per come riuscivano a prendere alla leggera la nostra missione, ma altre volte mi spaventavano, sapendo che tutto quel potenziale era in mano a dei... decerebrati!

Gli attacchi alle mura erano già iniziati quando gli incaricati a consegnare il pacco erano partiti e stavano continuando quando questi tornarono, dopo diverse centinaia di battiti di cuore. I portaordini intanto avevano riferito di importanti danni tutt'intorno al cancello principale del Campo II, che molto presto avrebbe ceduto. La cosa che ci impensieriva era che sugli spalti non si era presentato alcun difensore. Comunque Mano Nera, col nulla osta dei suoi colleghi, ebbe l'onore di far brillare l'ordigno e, come detonatore, scelse una stella nera come quelle che gli archetipi stregoni del Campo I avevano usato contro il nostro esercito, dicendo che aveva impiegato tutto il viaggio fino al Campo II per perfezionare questo incantesimo.

La sfera palpitante nera partì in linea retta all'indirizzo della grata d'ingresso del fiume; trattenemmo tutti il fiato, e quando impattò, l'esplosione fu spettacolare. L'onda d'urto sprigionata dall'incantesimo mortifero e dagli esplosivi fece sì che tutta la prima linea vacillasse e cadesse; potei vedere anche un paio dei Genieri che avevano consegnato il pacco andare a terra, con grasse risate dei propri colleghi che, una volta aiutati a rialzarsi, riscossero le scommesse.

Aspettammo che si diradasse il fumo, sempre con i Grandi Maghi che attaccavano le mura con le proprie magie, e finalmente potemmo vedere l'enorme breccia che si era creata in seguito alla duplice detonazione. Quindi, i genieri fecero disporre diverse armi d'assedio, chiamate i grandi uri: erano dei pavesi di enormi dimensioni, coperti non solo sopra, ma anche ai fianchi e semoventi grazie alle ruote poste ai lati. Il nome era dato dalle pelli umide e non conciate degli animali che venivano poste in cima alla tettoia di legno e alle fiancate, bagnata anch'essa, così che né olio incandescente né freccia incendiaria potessero intaccarne la struttura. Al di sotto vi erano delle maniglie che consentivano ai più forzuti tra i componenti della fanteria pesante e degli Incursori di spingere il grande uro pieno dei compagni d'armi verso la meta.

Dentro le prime macchine d'assedio vi erano tre dei quattro Grandi Maghi e molti degli arcieri delle due legioni schierate a sud; Mano Nera, che era l'esperto di magia offensiva, sarebbe entrato per ultimo, coprendo il lento movimento dei compagni sotto quelle “carrozze trainate da energumeni”, come le definì lui stesso. Il nostro Primo sembrava essersi ripreso ottimamente dalla disavventura del Campo I e anzi, era pieno di brio, a giudicare da come richiamava e lanciava incantesimi con slancio.

Le macchine d'assedio impiegarono parecchio a percorrere il loro tragitto verso la breccia, dato che il sentiero era reso paludoso dai sedimenti portati dal fiume e le ruote continuavano a impantanarsi. Ma nonostante questi ritardi, ancora dalle mura non arrivavano cenni di difesa, tanto che il capitano Probo mi confidò che cominciava a temere che fosse una trappola. L'ampia fronte andava imperlandosi di sudore a ogni iarda che i grandi uri ricoprivano, e sacrificare i Grandi Maghi era un rischio che non potevamo correre.

Il filo dei nostri pensieri venne infine interrotto da un portaordini che comunicò il cedimento del grande cancello a sud, ed effettivamente potevo vedere un'altra grande nube di polvere provocata dalle macerie. Alla domanda di Probo se i byestiani fossero comparsi da quel lato delle mura, il ragazzo rispose negativamente, così che anche sui volti dei Tribuni, per un fugace instante, la maschera imperturbabile del comando si infranse, facendo spazio al brivido viscerale lasciato dalle spire del dubbio.

Era ormai troppo tardi, però, per richiamare le macchine d'assedio, ora in prossimità della breccia.

Vedemmo dal primo grande uro uscire prima i fanti, armati dei loro enormi scudi, e subito dopo il primo Grande Mago, cioè mastro Thuatal; intanto, alcuni genieri cominciavano a costruire delle scale composite, poste forse in qualche tasca sotto l'arma d'assedio, cosicché gli arcieri potessero conquistare le mura velocemente e coprire i movimenti di fanteria e Grandi Maghi dall'alto.

Di lì a poco, tutti i grandi uri arrivarono a destinazione e cominciarono la scalata delle macerie. Potevo vedere che già alcune squadre di arcieri avevano conquistato la vetta delle mura e cominciavano a sparpagliarsi per tutta la loro lunghezza a destra e a sinistra della breccia, senza trovare resistenza alcuna.

Dopo che i primi uomini furono entrati all'interno della fortificazione, passarono diverse decine di battiti di cuore, durante i quali solo in principio si sentirono le urla di guerra che, col passare del tempo, andarono scemando, lasciando infine un cupo silenzio. Probo quindi decise di prendere con sé tutta la cavalleria, così da poter raggiungere i propri uomini, anche a costo di sacrificare persino loro stessi, come era successo con il capitano Decimo Aureo. Quando stava per dare l'ordine della carica, tutti notammo una ragazza portaordini correre a perdifiato nel pantano; quindi il nostro capitano decise di anticiparla e di spronare al galoppo il proprio cavallo, e io lo seguii a mia volta con la mia giumenta, la stessa che avevo infine ritrovato al di fuori del Campo I, dove l'avevo lasciata.

La raggiungemmo in pochi, ansiosi battiti di cuore. La riconobbi come la ragazza che avevo incontrato dopo aver superato la breccia nell'altro campo di prigionia. L'ansia nei suoi occhi però mi aveva fatto capire che lei non mi aveva riconosciuto a sua volta. Era di nuovo coperta di fango e fuliggine e quando parlò, senza nemmeno fare il saluto militare, la voce era carica di angoscia: “Capitano, la prego, venga a vedere con i suoi occhi... è impossibile da descrivere!”.
Ci superò e continuò la sua corsa verso i Tribuni per dare loro la stessa notizia.

Io e il capitano ci guardammo negli occhi, e senza ulteriori indugi spronammo di nuovo le nostre cavalcature verso la breccia del Campo II.


  1. Saluto formale. Letteralmente, “che la mia benedizione sia su di te”.
  2. "Popolo del bosco” o “piccolo popolo” o “popolo fatato”.
  3. Saluto di arrivederci. Letteralmente, “sii in salute fino al nostro prossimo incontro”.
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