Esperienze, Epilogo

Esperienze, Epilogo

Stava ancora parlando alle nostre menti quando quei serpenti insanguinati cominciarono a ricoprirlo e, nel tempo di un’ultima parola, era scomparso alla nostra vista. Contai cinque battiti di cuore di puro terrore da quel momento, poi ci fu come un forte boato proveniente dal centro della stanza, e il pavimento sotto di noi cedette.

Fu solo per un colpo di fortuna che tutti noi Storici riuscimmo a sopravvivere alla catastrofe, proprio per esserci nascosti sotto ai nostri banchi: Mud ne uscì con una gamba rotta, mentre Tolmodeo dovettero recuperarlo da sotto un grande masso che gli fratturò tre costole, rischiando anche di spezzargli la schiena. Io riportai contusioni in quasi tutto il corpo, ma fortunatamente niente di rotto, se non le mie lenti; fu come perdere un braccio, perché mi erano state regalate dalla mia famiglia quando ero entrata nell'esercito. Per poter vedere di nuovo come fanno gli altri dovetti aspettare la fine di quella crociata di sangue, visto che un paio di occhiali non erano sicuramente la priorità dell'esercito in quel momento.

Per tirare fuori tutti dalle macerie ci vollero tre giorni, e non a tutti andò bene come a noi. Un Tribuno, quello della Fuoco I, e gli assistenti dei maghi Cerusici persero la vita; un capitano della medesima legione venne ritrovato in fin di vita, il bacino fratturato in più punti, così come il nostro capitano Probo, ma grazie alla magia dei nostri medici da campo in poco tempo riuscirono a rimettersi in piedi. Le perdite vennero comunque ampiamente arginate grazie alla prontezza di riflessi dei Grandi Maghi che, in un modo o nell'altro, ci protessero come meglio poterono da quell'attacco improvviso.

Naturalmente non vi era traccia di Vervham, così come non ve ne era dell'intera torre in cui campeggiava l'artefatto nero,che non era ancora stata conquistata al momento dell'interrogatorio. Ero stata una delle prime a essere salvata dalle macerie, ed essendo solo contusa mi potei rimettere in piedi velocemente, anche se contro il parere medico. Ma dovevo compiere il mio dovere, dovevo vedere con i miei occhi quali conseguenze avrebbero avuto i movimenti dell'elfo che ci era sfuggito. Inoltre, ero l'unica Storica ancora operativa, quindi dovevo prendere appunti per tutt'e tre le legioni.

Così, la notte stessa che venni messa in salvo dai calcinacci, ancora tutta fasciata e piena di appiccicosi unguenti, andai a vedere con i miei occhi il buco lasciato dalla torre posta a nord. La scena era tutta illuminata da delle speciali torce che ardevano più a lungo di quelle classiche, impregnate di pece e di una luce bianca; naturalmente, queste erano frutto dell’abilità dei nostri Genieri. Mi venne spiegato che erano delle stelle portatili modificate in modo da essere più stabili nella durata, ma con conseguente diminuzione della radiazione luminosa. Problema arginato dalla quantità di queste torce.

Sicché, nonostante l'orario notturno, riuscii a vedere benissimo che la torre a nord era stata come estratta dall'enorme mano di un dio, portando con sé anche una sezione di mura e di lastricato antistante. Rimaneva così esposto il budello di terra e la camera che erano al di sotto della stessa: questi al momento erano vuoti, ma da chi stava effettuando la ronda mi venne detto che in quei cunicoli vennero trovati parecchi cadaveri dei byestiani che ancora circondavano la torre ed erano stipati in grande quantità proprio nel sottosuolo. Evidentemente, questi non erano tra i fortunati che erano stati portati via, e chi aveva lanciato l'incantesimo aveva preferito ucciderli piuttosto che lasciarli a noi. La stessa sorte era toccata a tutti i byestiani, che si erano come inebetiti dopo la momentanea sconfitta di Vervham. I Capitani avevano deciso di tenerli rinchiusi tutti in una zona precisa della città, con molti magazzini ampi che erano stati svuotati della merce abbandonata; vennero trovati solo corpi putrescenti, uccisi da miasmi sotterranei non troppo dissimili da quelli che aveva sfruttato Vervham nella lotta dopo l'interrogatorio. L'unica soluzione ritenuta praticabile per disfarsi di quel puzzo immondo fu bruciare tutto.

All'aurora del quarto giorno dalla scomparsa dell'elfo, arrivarono notizie dal resto dell'esercito: sembrava che fossero state inviate altre ara reali, ma forse il nemico le aveva intercettate, perché quella che veniva dall'ala nord era in un codice criptato così obsoleto e arcaico che ci volle un po' prima di decifrarlo appieno. Le notizie provenienti dal sud, giunte la mattina precedente, sembravano pessime: sapevamo già che, da quel versante, avrebbero affrontato solo un altro campo di concentramento, ma dai resoconti sembrava essere grande come una città del Nord, e altrettanto fortificata. Ne seguì una battaglia sanguinosa nella quale persero la vita più della metà dei commilitoni delle tre legioni di supporto, con un suicidio rituale che portò a una violenta esplosione dei cristalli neri, cinque in tutto il Campo V. Il risultato fu un incremento delle vittime, ivi compresi anche alcuni capitani e un Tribuno, e delle centinaia di feriti cui i Cerusici dovevano ora accudire.

La situazione del versante nord sembrava migliore, dato che, a quanto pareva, avevano trovato vuoto anche il Campo VI e avevano superato senza troppe difficoltà anche la seconda grande città del regno di Byest, chiamata Zhelin Dhov. Dai rapporti, sembrava che le dolci colline, famose per il vino locale, esportato in tutto il Continente del Nord, fossero inaridite,anche se ancora fertili, e anzi furono di aiuto per l’abbattimento e l’immediata conquista delle mura della città. I capi dell’esercito si dicevano pronti a marciare su Byest all'unisono con noi.

Una strana fortuna, la loro. Fortuna che venne vista con sospetto solo da me e dal Capitano Probo, che cercò di indagare ulteriormente sulla questione. I Tribuni lo liquidarono dicendo che qualche buona notizia non poteva che far bene alle nostre tre legioni, duramente provate da questa guerra. I giorni successivi, io, Probo e Mano Nera, anche lui poco convinto, li passammo a studiare l'ara reale arrivata dalle legioni a nord, nella speranza di trovare qualche indizio a nostro favore. Riascoltammo decine di volte il messaggio dell'uccello; controllammo ogni piuma e ogni centimetro di pelle del pennuto nella speranza di vedere qualche segno di percossa; chiamammo persino un Cerusico, che ci insultò pesantemente, alzando la voce e dicendo che aveva cose ben più importanti che fare una visita a un animale; tuttavia, alla fine riuscimmo  a persuaderlo e in breve tempo ci disse che non aveva riscontrato alcuna lesione.

In un ultimo disperato tentativo, dato che l'ara reale serviva per mandare nuovi messaggi all'esercito a nord, Mano Nera gettò un incantesimo sulle piume del pennuto, in modo da avere traccia di tutti i suoi movimenti. Speravamo che, in questo modo, avremmo potuto anticipare le mosse del nemico, nel caso avessimo avuto ragione. Allo stesso tempo, però, speravamo anche di sbagliarci.

I nostri Tribuni comunicarono al resto dell'esercito che le nostre legioni sarebbero state pronte a muovere contro Byest entro tre giorni; il tempo di rimettere in sesto la maggior parte dei legionari in via di guarigione e curare chi, invece, era ancora in condizioni critiche. Chi assolutamente non poteva muoversi dalla branda sarebbe rimasto a Kleyne. In questo lasso di tempo, ci raggiunsero anche molti di quei legionari che avevamo lasciato ai Campi I e II, ansiosi di riprendere le armi quanto prima.

Queste notizie, più la prospettiva che, in poco tempo, avremmo finalmente avuto di fronte il vero nemico, l'eminenza grigia che stava architettando tutto, diede nuove motivazioni alle legioni e, paradossalmente, la disciplina delle truppe crebbe: ad esempio, i turni di ronda vennero rispettati con una precisione matematica, e il potenziamento dell'accampamento fuori da Kleyne venne portato a termine nel più assoluto silenzio, se non per gli ordini dei capi squadra o dei sergenti, e in tempi da record.

C'era voglia di una vera vittoria da parte nostra; c'era voglia di rinfoderare le armi una volta per tutte, anche se questa guerra durava da poco meno di due mesi, contando marce e assalti; c'era voglia di casa, di rivedere la famiglia e abbracciare i propri cari, di tornare alle proprie noiose postazioni per giocare d'azzardo con amici e commilitoni senza il timore che fosse l'ultima volta, che quello fosse l'ultimo lancio di dadi.

In quei tre giorni di attesa dall'ultima marcia, decisi di andare a vedere con i miei occhi le zone residenziali di Kleyne che, in quel momento, erano completamente lasciate a loro stesse. Noi storici eravamo stanziati a una casa di distanza dalla bassa e lunga costruzione dove risiedevano i capi dell’esercito per il nostro breve soggiorno in questa città. Passai a chiedere licenza dal Capitano Probo nel primo pomeriggio; costui non obiettò niente, visto che tutti i rapporti erano già stati redatti. Avevo ancora le fasciature piene di unguenti dei Cerusici che lenivano il dolore ai muscoli e alle ossa dovuto alla caduta nella voragine, e queste non mi permettevano di portare l'armatura; avevo anche una fasciatura alla testa, dovuta a una ferita da qualche punto sulla nuca, quasi del tutto guarita. In compenso, avevo sempre con me spada e coltello.

Attraversare le vie di una città fantasma è raggelante, soprattutto dopo un assedio e con la consapevolezza che tutti i suoi abitanti sono stati trasformati in qualcosa che definire umanoide è ossimorico. Gli unici segni di passaggio in questo rione erano le forme dei plantari dei legionari che, passando in rassegna ogni casa, avevano smosso la polvere depositatasi sulla terra battuta delle strade o sul legno dei portici delle abitazioni. Il vento che si incanalava tra le mura sembrava più gelido del normale e, passando tra le fessure dei muri o sulle imposte delle finestre, produceva un fischio sinistro; a ogni minimo sussulto, come poteva essere una porta sbattuta o una vettovaglia gettata a terra dalla brezza di cui sopra, il cuore si arrestava all’improvviso, ma non per una paura normale: il terrore era più profondo, perché in quelle vie, che forse fino a qualche mese prima traboccavano di urla di mamme che richiamavano i propri bambini, persi nell'andirivieni della folla intenta a svolgere le proprie faccende quotidiane, ora vi era solo polvere e morte.

Tuttavia, una fugace visione venne in mio aiuto: era trascorsa quasi una clessidra da quando avevo cominciato a girare per le vie, entrando nelle case per cercare di immaginare la vita dei precedenti abitanti, e avevo infine ripreso la via 'di casa', quando un movimento in mezzo alla strada mi fece trasalire. Un ratto, misero, idrofobo, magro e con la coda mozza stava attraversando il viale; una volta giunto nel mezzo, si fermò, si alzò sulle zampe posteriori e guardò nella mia direzione. Prima di avvicinarsi un po’ di più si pulì il muso dalla polvere; coprì una decina di passi e si fermò di nuovo. Allora fui io a coprire la distanza che ci separava, fino a trovarmi a poche decine di pollici di distanza. Ci guardammo negli occhi per pochi battiti di cuore, durante i quali potei vedere quel corpicino povero e deperito, ma dagli occhi neri e profondi, attaccati alla vita con ogni singola oncia della propria forza. Dalla scarsella, estrassi un pezzo delle gallette a base di farro che l'esercito ci dava come pasto da marcia, la inumidii un poco con la piccola borraccia che portavo sempre con me per farla tornare tenera e la spezzai, inginocchiandomi a terra. Allungai il frammento più grande al roditore, che si avvicinò piano e lo prese con le zampe anteriori. Lo annusò una, due volte prima di assaggiarne un poco. Quando ingoiò il boccone, rimase completamente immobile per diversi battiti di cuore, e allora pensai che il cuoricino nel suo petto si fosse fermato e che fosse morto sul colpo; stavo per disperarmi,quando vidi di nuovo il piccolo muso ricominciare a respirare e muoversi in tutte le direzioni. I suoi occhi si fissarono nei miei,e allora credetti di vedere della gratitudine. Lo guardai allontanarsi, con la galletta ben ancorata nella bocca, verso un vicolo vicino e lo osservai finché non scomparve dalla miavista.

L'alba del giorno prima della partenza cominciò a piovere. L'esercito svolgeva ancora i propri compiti con risoluto silenzio e io, armata di cappa con cappuccio tirato fino al naso, mi aggiravo ancora come un fantasma tra l'accampamento esterno alle mura e alla zona interna, colonizzata dall’esercito, alla ricerca di una vera motivazione per non piombare nello sconforto dovuto all'inerzia. Stavo rientrando,quando incontrai una portaordini proprio fuori dal palazzo dove eravamo di stanza noi Storici. Costei mi disse che ero attesa urgentemente da Mano Nera presso la costruzione dove avevamo interrogato Vervham.

Sospirai, feci il saluto militare e congedai la ragazza,che corse via.

Cominciavo a districarmi abbastanza bene per le strade piene di pozzanghere di Kleyne, tanto che,invece che utilizzare i vialoni principali, con i quali avrei allungato notevolmente il tragitto, usai qualche vicoletto secondario per arrivare prima. Quando infine giunsi a destinazione, trovai ad attendermi il nostro Primo Mago e il Capitano Probo, schermati dalla pioggia da un incantesimo di Mano Nera, che faceva scivolare l'acqua ai lati di una cupola di un'area di pochi passi. Vedevo che i due stavano parlando, ma anche a distanza ravvicinata non riuscivo a distinguere le parole,se non tramite quel poco di labiale che sapevo leggere. Il Grande Mago sembrava agitato e gesticolava furiosamente, mentre il Capitano lo ascoltava a braccia conserte e rispondeva sereno, con la sua solita freddezza accigliata. Allungai una mano verso l'area che proteggeva dalla pioggia i due, quando Mano Nera mi notò e mi fece segno di fermarmi. Solo allora vidi come una sezione della cupola sembrava disfarsi in frantumi di vetro. Vi entrai,e quella breccia della barriera si ricostruì. Una volta dentro, notai che la pioggia che batteva sulla cupola non faceva il minimo rumore, così come l’eco dei lavori dell'esercito all'accampamento era completamente sparita.

“Ti ho fermato appena in tempo, Storica” mi disse Mano Nera appena varcai la soglia, “il contatto con la schermarea ti avrebbe folgorato, e con l'acqua che il Fato ci sta facendo cadere addosso, non sarebbe stata affatto una sensazione piacevole”.

“Come ormai hai sicuramente imparato”, continuò Probo, le braccia ancora incrociate sul petto,“il nostro Primo non lascia mai niente al caso!”

Sorrisi debolmente in segno di gratitudine e chiesi: “A cosa è dovuta questa chiamata, Primo?”.

Probo annuì con la testa e mi rispose in tono calmo, ma marziale: “Ufficialmente, redigerai un rapporto dove scriverai di essere stata chiamata da Mano Nera e da me per ulteriori ricerche; aggiungerai che Mano Nera ha scagliato diversi incantesimi per saggiare il terreno e scoprire dove e come possa essersi teletrasportato il fu prigioniero, che ci hai aiutato a sollevare massi e macerie per cercare indizi e che non abbiamo trovato niente di rilevante. Farai i nomi di gente fidata, fedele alla patria e all'Aquila IX che, nel caso in cui vengano convocati dai Tribuni, confermeranno tutto quello che scriverai. Inventa i dettagli e i risultati dei rilievi, comunicameli e li trasmette alle persone che ti dirò poi di inserire nel rapporto a fine giornata. Ora, ti spiegheremo perché sei qui”.
“Per quanto tu possa avere l'aria da saputella,” iniziò il Primo, “il qui presente Capitano ha stima di te, Sergente Avem. E, dati i trascorsi, ho imparato anche io a fidarmi”.

Intorno a Mano Nera si concentrò un'aura rossastra, come gli incantesimi di fuoco che era solito lanciare, ma con striature nere, della stessa magia dei byestiani. La cosa mi preoccupò alquanto, ma vedendo Probo tranquillo tentai di mettere a tacere il mio intuito.

“Ricordi l'incantesimo che ho fatto al pennuto prima che lo facessero ripartire?” mi chiese il Grande Mago, che si stava ancora concentrando per accumulare potere arcano. Al mio assenso, continuò:“Questo è quello che ho potuto vedere grazie ad esso”.

Fece un cenno davanti a sé e dove aveva passato la mano comparve una specie di macchia, prima velata di fiamme, poi mano a mano si incominciavano a intravvedere sagome, poi figure e infine immagine ben distinte del sottopancia di un'ara reale. Questa stava sorvolando su quella che all'inizio mi sembrava una città di piccole dimensioni: in seguito, osservando con maggiore attenzione, la planimetria delle costruzioni mi ricordava parecchio quelle viste su una delle tante pergamene che avevo studiato durante il mio periodo di cosiddetto apprendistato negli archivi del centro militare di Morgard. Ricordo anche il titolo ridondante, Studio quinquennale sui piani cittadini dei cinque regni del Vecchio Continente, datato 27 c.R.U, per mano di Aldo Mario Questilio, uno dei Mastri Costruttori, nonché Matematico dei più rinomati del primo secolo dei Regni Unificati, e scrittore estremamente prolisso.

Non ho memoria naturalmente del motivo per cui Questi lo aveva dato le varie planimetrie delle città, ma ricordo distintamente quel modo di costruire seguendo esattamente la geometria del quadrato,  classico del regno di Byest e che ormai avevo cominciato a dare per scontato a forza di girarci come uno spettro, ma che non avevo mai potuto vedere per bene dall'alto, per colpa dell'incantamento che non permetteva di vedere l'interno dei Campi di concentramento di Kleyne.

Di conseguenza,quella doveva essere la terza città del regno, Zelin Dhov. E un fermento innaturalmente ordinato. Fuori dai ghetti a sud del centro abitato,protetto dalle fortificazioni,si stavano ammassando centinaia di individui, che l'ara sorvolò velocemente, trasmettendo delle immagini troppo frammentate per riuscire a comprendere la quantità dei corpi ammassati.

Tristemente più chiara era la dolce planata che l'uccello effettuò verso il castello costruito al centro della città, esattamente come qui a Kleyne. Questa entrò agilmente da una finestra per ritrovarsi in una sfarzosa sala da cena piena di mezzi busti in marmo, arazzi, dipinti e candele di ogni forma e dimensione; una sala decisamente diversa da quella in cui Vervham ci aveva accolti il giorno della fine dell'assedio.

Nelle ultime, fugaci immagini potevamo vedere degli energumeni grossi almeno quanto gli Archetipi del primo tipo incontrati al Campo I,ricoperti dalla testa ai piedi di una spessa armatura di acciaio, gli spadoni mastodontici posti dinanzi a loro, in attesa di ordini; vi erano inoltre altri individui che si muovevano ai lati della stanza, ma di cui non si poteva avere un'immagine chiara perché l'ara non si era mai rivolta verso di loro. La sua attenzione era destinata a una figura vicino all'ingresso principale della grande sala. Questi era vestito di una strana tunica in cui il color rame e il verde acido si intrecciavano vicendevolmente. Il cappuccio copriva la testa e il volto sembrava celato da una maschera di cuoio. Ne riconobbi subito la forma e mi gelò il sangue, perché era stata fatta a immagine e somiglianza della bestia tentacolare raffigurata nel Campo II, e con essa, riaffiorarono tutti i ricordi oscuri e terribili vissuti in quel luogo desolato di morte e orrore.

Mi feci forza e continuai a guardare la macchia dai contorni in perpetuo movimento che aveva tracciato Mano Nera. Fortunatamente le immagini non durarono ancora molto. Potei vedere l'ara che atterrava su un trespolo formatosi dal nulla dalla tunica dell'individuo mascherato; questi comandò qualcosa al volatile con voce cavernosa e in una parlata a me sconosciuta a cui, però, l’ara non poté obbedire, perché la si vide cadere a terra. Poi le immagini cessarono.

I due mi diedero qualche battito di cuore per assimilare il tutto, poi Probo mi chiese: “Cosa hai visto, Mariniana?”.

Mi concessi ancora qualche istante per riprendermi da quelle visioni e per ragionare sulla risposta, che non poteva che essere una: “Guai, a decine di migliaia. Quello era un esercito che stava finendo di prepararsi per muovere contro di noi, oppure a rafforzare sicuramente le già imponenti difese di Byest”.

Un altro cenno d'assenso da parte di Probo, ma fu il Grande Mago a replicare: “Dici bene, Storica. Hai appena visto i nostri timori dell'ultimo Consiglio di Guerra diventare realtà. Quello è l'esercito che ha sconfitto le tre legioni mandate a nord. Il carattere cifrato del messaggio che ci ha consegnato l'ara reale era dovuto probabilmente a qualche antico sapere a conoscenza dei capi dell’esercito di Byest, a cui costoro si sono attenuti. La questione ora è: e se il nemico si fosse in qualche modo infiltrato anche nelle nostre legioni?”.

Ci furono diversi battiti di cuore di silenzio, un silenzio, almeno da parte mia, allibito Non avevo idea del perché il nostro Grande Mago pensasse una cosa del genere; non c'erano state diserzioni da parte di nessuno, né o comportamenti anomali da parte dei Tribuni e degli altri Capitani.

Prima che potessimo porre altre domande, Mano Nera ci precedette, dicendo: “So cosa state pensando, per quanto io speri vivamente di aver torto. Ma ormai è un po' che studio la magia che i byestiani stanno sfruttando. La fonte è remota e molto complicata da controllare, tanto che, a ogni utilizzo, si può facilmente esserne sopraffatti, ma come avete visto nei precedenti assalti sono riuscito a ricreare la stella nera dei maghi del Campo I. Come vi dicevo, la loro magia la sto analizzando attentamente e la so riconoscere, e vi posso dire che striscia nel nostro accampamento. Non so se uno o più dei nostri ne sia stato infettato, o se sia dovuto anche solo al terreno che stiamo calpestando e quindi alla prolungata esposizione di tutti noi a questo nuova fonte magica. Ma c'è, è insistente ed è pericolosa”.

Altri momenti in cui nessuno parlò, per lasciarci riflettere su quelle pesanti parole. “E allora di chi ci dovremmo fidare?” chiesi infine, con un nodo alla gola. Da quando avevo perso gli occhiali tra le macerie della stanza dell’interrogatorio, avevo preso la cattiva abitudine di strofinarmi continuamente gli occhi, i cui contorni, come risultato, erano sempre arrossati, facendomi sembrare perennemente sul punto di scoppiare in lacrime. Chiunque avessi di fronte e fosse all’oscuro di questa mia condizione,spesso reagiva o aiutando con tutto se stesso la “ragazza in pericolo”, o trattandomi come lo “straccio del maiale”, come  dicevano i miei amici stallieri quando ero più ragazza, liquidandomi come “piagnucolona”. Questo non avveniva con i due uomini che avevo dinanzi. I loro sguardi erano fermi e intelligenti, sempre alla ricerca di una soluzione.

“Siamo sotto questa cupola magica proprio perché queste sono le persone degne di fiducia”, replicò quindi Probo.

Quella frase mi riempì d'orgoglio e, allo stesso tempo, mi spaventò: avere la loro fiducia era sì un onore, ma anche un peso molto gravoso. Cosa volevano che facessi con la mia poca esperienza in ambito militare?

“Tranquilla, Mariniana”, mi rassicurò Probo con un mezzo sorriso, “non ti stiamo chiedendo di mentire a qualcuno o di compiere qualche missione suicida. Anzi, stiamo proprio ragionando su cosa fare o non fare”.

“Immagino che l'unica soluzione” dissi io, dopo qualche istante di silenzio, “sia agire come al solito e rimanere con le orecchie ben tese. Non appena qualcuno delle alte sfere mostri l’intenzione di fare qualcosa di insolito, dovremmo avvertirci reciprocamente, così da poter prendere delle contromisure.”

“Siamo alla fine di questa Campagna militare, Storica” mi rispose Mano Nera, il volto severo velato dal cappuccio, “lo spazio e il tempo di manovra, di qualsivoglia manovra, sarà ben stretto. Per non parlare del fatto che non avremo aiuti da nord; al contrario, c'è un aggravamento della situazione”.

“Allora dovremo soppesare da noi il giudizio di ogni singolo Tribuno, da adesso e per tutta la durata dell'ultima marcia verso Byest”, controbatté il Capitano, “e avvertire solo colui, o coloro, che riterremo degni di fiducia”.

Altri battiti di cuore in cui nessuno disse nulla. Forza orientis si stava rivelando una bestia ardua da tenere a bada, e a ogni passo diventava sempre più sfuggente e potenzialmente letale.

Probo mi ordinò di passare più tempo possibile con il Tribuno della nostra legione e con Thuatal, dati i miei buoni rapporti con l'elfo, mentre lui e il Primo si spartirono i restanti, ivi inclusi gli altri capitani e Grandi Maghi. Dovevo annotare qualsiasi comportamento strano, dopodiché a fine serata ci saremmo sempre visti fuori da occhi indiscreti, a costo di far nascere dei sospetti a nostra volta. Ma era l'unica soluzione.

Da quell'incontro passò un altro giorno di preparativi e, all'indomani, il campo fu tolto, e le stanze delle costruzioni all'interno delle mura di Kleyne lasciate. All'appello mancavano parecchi uomini, morti, moribondi o gravemente feriti, lasciati tra il Campo I e quest'ultima città conquistata; il nostro esercito ancora non cedeva del tutto, ma cominciava a perdere terreno.

Durante i sette giorni di marcia che ci separavano da Byest, questa volta i nostri nemici si fecero subdoli: ci furono diverse occasioni in cui lungo la strada trovammo trappole magiche sicuramente letali, ma che avevano come scopo primario l'annientamento psicologico delle nostre truppe. Ad esempio, alla fine del primo giorno di marcia passato sotto una pioggia martellante, questa cessò e l'accampamento venne avvolto da una densa cappa di nebbia. Stavamo finendo di mettere il campo, quando da ogni dove si sentirono urla disperate e il cozzare di acciaio contro acciaio. Diversi legionari sembravano completamente impazziti, tanto da graffiarsi la faccia fino a farla sanguinare, un paio addirittura si erano cavati gli occhi, e chi cercava di accorrere in soccorso veniva attaccato. Passò quasi un'intera clessidra prima che si riuscisse a capire che la nebbia in questione era un incantesimo e che faceva impazzire chi la respirava. Al terzo giorno di marcia, lungo il ciglio della strada che portava a est, trovammo decine di corpi crocifissi, martoriati e sfigurati. La cosa che ci colpì immediatamente era che non erano affatto in decomposizione, come se, nonostante il loro stato pietoso, fossero ancora vivi. Poi scoprimmo, a una più attenta analisi, che quelli esposti erano i cadaveri degli uomini e delle donne che erano rimasti al Campo I, dato che ai piedi delle croci erano state messe le armature e le armi di ordinanza, rotte a metà della lama in segno di ulteriore sfregio, come se il martirio dei cadaveri non fosse abbastanza.

Gli episodi si moltiplicarono durante le giornate, con l'avvicinarsi della capitale: tanti piccoli focolai durante la marcia che stavano facendo impazzire tutti i legionari. Nemmeno la notte portava ristoro, dato che, come dopo il Campo II, gli incubi inspiegabili erano tornati, e stavolta stavano interessando tutto l'esercito.

Lo scoramento si diffuse a macchia d’olio, tanto che, in segreto, si stava cominciando a parlare di diserzione e fughe notturne. Cercai di mettere in giro la voce, insieme a altri uomini fidati, che se qualcuno avesse disertato, questi avrebbero fatto la fine dei prigionieri del Campo II caduti in mano del nemico, se non peggio. Fortunatamente, queste dicerie sembravano aver fermato i tentativi dei sovversivi, anche se le malelingue continuavano a serpeggiare, abbassando ulteriormente il morale delle truppe.

Alle porte di Byest arrivarono tre legioni estenuate, senza che si fosse vista traccia di nemici per tutta la durata dello spostamento.

Ne avevo sentito parlare, della “bianca” Byest, ma non mi aspettavo una visione tanto meravigliosa in  un tale contesto. La capitale di questo reame nasceva lungo la foce del Bye, un grande fiume navigabile che scaturiva al confine con il Nord e defluiva all’interno di un golfo, così che la città poteva disporre di un porto naturale importantissimo dal punto di vista strategico e commerciale. Le basse colline intorno alla città mi permisero una chiara veduta delle alte mura difensive e uno scorcio delle guglie e dei tetti candidi all'interno. La città che avevamo di fronte poteva ospitare centinaia di migliaia di persone, e un tempo era un fiorente fulcro per le attività commerciali con le isole a oriente del nostro continente. Era, inoltre, famosa per le innumerevoli torri che svettavano alte; erano molti i racconti che avevo avuto l'occasione di leggere a Morgard da parte di chi, arrivando dal mare a Byest, aveva potuto ammirare il contorno della città, rimanendo affascinato da tutte quelle costruzioni che sfidavano la terra e il cielo.

Eppure,per quanto apparissero affascinanti e interessanti dal punto di vista architettonico e storico, ora quelle guglie bianco-dorate rappresentavano una fonte di orrore e di sgomento, dato che, sotto ogni punta che si scorgeva, sembrava che risiedesse uno degli oscuri artefatti byestiani.

La mattina precedente l’esercito del sud aveva fatto sapere che sarebbe arrivato a poche clessidre da noi, ma niente dal reparto a nord; io, Mano Nera e Probo pensavamo che le mancate comunicazioni con le tre regioni a settentrione fossero dovute a quell'ara reale morta in mano a quell'individuo che avevamo visto durante l’'incantesimo del nostro Primo Grande Mago. Tutti e tre avevamo mantenuto fede al nostro patto e avevamo tenuto d'occhio quanti più individui potevamo durante la marcia, ma apparentemente nessuno aveva mostrato comportamenti sospetti. L'unico che continuava a muoversi tormentato dentro e fuori i vari accampamenti che avevamo piazzato era Thuatal: mano a mano che procedevamo verso Byest, le macchie verdi erano passate da poche a nulle, e potevo vedere i suoi disperati tentativi nel farle rivivere, senza però alcun successo. Un paio di volte provai anche a scrivergli, senza però ricevere alcuna risposta, tanto era lo scoramento dell'elfo.

Stavamo montando le tende su uno dei bassi altipiani vicino a Byest, quando vedemmo planare sopra di noi un’ara reale, in attesa di qualcuno che le indicasse diatterrare. Era strano, innanzitutto per il fatto che rimaneva immobile a mezz'aria senza sbattere le ali, e poi perché non aspettavamo notizie né dal reparto a meridione né tanto meno da Morgard. Fu organizzata una riunione straordinaria degli alti grado per far accogliere immediatamente il volatile e capire chi fosse il latore del messaggio. Non ci fu il tempo di montare una tenda apposita, quindi venne creato un perimetro da alcuni soldati di fanteria pesante, al cui interno eravamo ammessi solo noi Storici, i Tribuni, i Capitani e i Grandi Maghi. Quando tutto fu pronto, fu il nostro Yeden a farlo scendere e a ricevere il pennuto.

A pochi piedi dall'ara, sospesa sopra il braccio del nostro Secondo, vidi tutti i Grandi Maghi rifulgere di potere arcano e, in risposta, tutti i Capitani e io estraemmo le nostre armi. Yeden urlò qualcosa sul fatto che era la magia a tenere in volo l'uccello e poi, come a Kleyne, una moltitudine di voci riempì le nostre menti e assordò le nostre orecchie.

“Benvenuti, e complimenti per il raggiungimento della vostra ultima meta, Imperiali!” sentii nella mia testa, mentre l'ara reale rimaneva sospesa in aria in mezzo a noi, ali e becco spalancati, “Vi rinnovo il nostro invito a insistere nella vostra campagna e, anzi, a unire gli sforzi per far fronte al nostro nemico comune!”

“Taci, insolente!” sentii urlare da Mano Nera, uno dei pochi ancora in piedi nella radura, “L'unico nemico che possiamo affrontare è il maniaco che ha dato inizio a questa follia fatta di torture e magia corrotta dal male!”.

Una risata gelida risuonò nella mia mente, e le mie orecchie cominciarono a sanguinare per la baraonda di suoni acuti che ne scaturì. Ci fu un altro scambio di battute, che non potei ascoltare per la mia momentanea sordità, tra il mittente del messaggio, che in realtà era collegato a noi tramite il povero pennuto, e Mano Nera, illuminato come una stella di potere arcano nel tentativo di resistere agli assalti mentali del nostro avversario. Cercai di decifrare il labiale del Primo, che sembrava parlare di qualcosa riguardo alla loro magia, quando ecco infine Bret de Bret e Thuatal intervenire a formare un campo di forza tutt'attorno a noi per schermarci dagli attacchi psichici del nostro nemico.

A quel punto ci fu un'altra risata, ma non chiara come quella di prima: arrivava da lontano, eppure la fonte era l'ara reale, ancora in mezzo a noi. Ora che era scesa, potevo vederla e riconoscerla come quella che era venuta a darci notizie dai reparti a nord e che il nostro Primo aveva stregato, facendola diventare una nostra spia. Là dove stava la penna che Mano Nera aveva incantato, ora vi era una ferita grande come il pomo di una spada che suppurava e, sicuramente, raggiungeva il cuore. Gli occhi erano dei pozzi di oscurità infuocata da cui sprizzavano fiamme che si condensavano dietro all'uccello, fino a formare una nuvola oscura senza forma dietro di lui.

Come per l'incantesimo che ci aveva permesso di capire cosa l'ara vedesse una volta arrivata al campo nemico, adesso anche noi potevamo vedere qualcosa. Mentre immagini astratte stavano cominciando a prendere forma, si sentì di nuovo la frase “Se aveste voluto vedere la verità, non avreste dovuto che chiedere. Ora guardate nelle profondità, contemplate una delle tante verità che voi non volete vedere!”.

E così, vedemmo.

Improvvisamente la massa oscura, in principio abisso insondabile, diventò un cielo stellato. Ero completamente inebetita da quello che vedevo, non riuscivo proprio a distogliere lo sguardo; potevo scorgere migliaia di stelle di fattezze assurde, con anelli incrociati o decine di lune che vi vorticavano attorno, o neri e solitari ammassi abbandonati alla deriva senza nessun sole che li illuminasse. Potevamo vedere anche alcuni corpi stellari schiantarsi contro altri pianeti, distruggendoli o cambiando la loro direzione. Infine, la visione si precipitò in un mondo che sembrava completamente avvolto di gas. Al di sotto di questa spessa coltre di nubi, una creatura mostruosa, mastodontica e impossibile, dotata di centinaia di quelle che sembravano zampe, lunghe come palazzi, che davano su di un corpo dotato di decine di bocche voraci e arti scheletrici e all'apparenza immobili che fendevano le nuvole. Sottostante a questa mostruosità, vi erano migliaia di alberi scheletrici, ma alcuni si muovevano come avessero vita propria. E infatti, quelli semoventi erano come la prole di quell'orrenda bestia che li sovrastava, innumerevoli, le bocche rivolte al loro genitore in un ghigno tra il supplichevole e il vorace.

La visione aveva ormai del tutto assorbito il volatile che l'aveva emanata e si stava espandendo al di sopra e attorno a noi, cosicché ne eravamo completamente avvolti e, anche con un notevole sforzo di volontà, fu impossibile distogliere lo sguardo.

Da quel mondo di buio, poi,l'attenzione precipitò dapprima nel cosmo, con miliardi di stelle che sfrecciavano vicino a noi, per poi finire nell'oceano di un altro mondo simile al nostro, se non forse proprio il nostro. E prego la gloria del Tessitore del Fato che così non fosse, perché quel che vedemmo...

Sprofondammo nell'acqua, e ben presto non vedemmo più la luce. Dopo un'eternità, un bagliore fluorescente sul fondale; un portale in cui venimmo risucchiati. All'interno, sentii la stessa orrenda sensazione che avevo provato nel Campo II, nella costruzione centrale. Le mie percezioni della geometria erano completamente sfalsate: la profondità e la distanza tra gli oggetti era incalcolabile, come all'interno di una grotta, e alcuni angoli e cavità erano completamente senza senso. E così, continuando, arrivammo a quella che sembrava l'entrata di una città da incubo.

Mi perdoni il lettore se non riesco a descrivere lo sgomento che si insinuò nel cuore mentre “passeggiavamo” in mezzo alla visione di quelle strade orripilanti. Nulla di quel che vidi era normale; neanche la magia più potente conosciuta dai nostri maghi poteva dar vita, o forse è meglio dire, dar morte, a una blasfemia simile.

Infine, entrammo in un arco in pietra pieno di geroglifici come quelli visti a Kleyne e al Campo II. All'interno vi era un trono mastodontico, di un materiale che sembrava un misto di alabastro e onice intrecciati tra loro. Sopra di esso vi era lui, orrendo e maestoso, dormiente nel suo attendere eterno. I dieci occhi serrati nei suoi sogni di distruzione.

Egli brama l'allineamento.

Le stelle presto saranno dove devono stare.

Allora sarà il tempo per il Primo Sacerdote di chiudere il pugno.

E sarà solo l'inizio. La follia dilagherà. Tutti i Grandi Antichi verranno venerati nella morte di migliaia e migliaia. E il senso delle cose cederà il posto alla disperazione dell'anima.

Iä! Iä! Iä!

Il lettore mi perdoni di nuovo. Certi ricordi svegliano in me una parte che credevo addormentata in eterno. E invece, in eterno essa può attendere.

Lo dico chiaramente: dopo la visione del trono all'interno di quella città d'orrore, persi completamente il senno. Mi ripresi dopo non so quanto tempo, le testa bendata e impossibilitata a muovermi. Sputai qualcosa che avevo in bocca e urlai di essere liberata e che mi venissero tolte le fasce dalla testa, chiedendo a gran voce di far venire Mano Nera, Probo e i Tribuni.

Gli aiutanti dei Cerusici mi fecero sfogare, e dopo poco ritrovai la calma. Solo allora mi dissero che presto il Capitano Probo sarebbe venuto e mi avrebbe detto tutto, questo per suo comando. Annuii e cominciai a piangere, come non mi era più successo dal Campo I. Cosa avevo fatto per essere ridotta all'impotenza, legata come una matta su di una lettiga? Sentivo immobilizzate non solo le braccia e le gambe, ma anche la testa, che sentivo avvolta da un costrittore, così da non poterla muovere a destra e a sinistra e da essere impossibilitata ad aprire completamente la bocca.

Quando gli aiuto Cerusici se ne furono andati, cominciai ad aver coscienza dei dolori che provavo in tutto il corpo, persino in bocca.

Il Capitano arrivò dopo poco tempo. Io ormai mi ero calmata, e riuscivo a localizzare con esattezza la sorgente del dolore: braccia e gambe erano martoriate, anche se solo superficialmente, e il busto era tutto contuso, forse una costola rotta, come se fossi ruzzolata giù da una collina e un masso avesse fermato la mia corsa. La cosa che mi preoccupava era la testa, perché sentivo solo la bocca, dalla quale uscivano a stento le parole, quasi avessi dell'ovatta sotto la lingua, che comunque doleva anch'essa; dal naso in su, nessuna sensazione.

Probo mi chiese di nuovo di rimanere calma, e mi disse che adesso mi avrebbe tolto il costrittore per la testa ma che avrebbe lasciato le fasce per le braccia e le gambe, non per sua incolumità, ma per la mia.

Mi sembrò che ci volesse un'eternità prima che tutto fosse compiuto. Quando le bende erano quasi del tutto tolte, cominciai anche a sentire i dolori lancinanti al volto e, quando fui finalmente libera, potei vedere che le garze erano imbevute di un qualche siero verdognolo che sicuramente anestetizzava la parte che toccava. Il problema non era tanto il vedere le bende, ma il fatto che le stavo vedendo con un occhio solo.

Il Capitano mi guardò in viso per tutta l'operazione e, quando mi accorsi della scomparsa del mio globo oculare sinistro, mi cominciò a spiegare, con voce calma ma ferma, che molti, sotto la cupola di nube nera creata dall'ara reale, erano impazziti a causa di quelle visioni. Una dozzina tra uomini e donne, tra cui due Tribuni, all’apice della follia, si erano tolti la vita a vicenda. Per quanto riguardava me, dopo quella visione suboceanica avevo cominciato a urlare in una lingua sconosciuta, sbattendo la testa in terra e rotolando. La mia follia, infine, mi aveva portato a estrarre il coltello che mi era stato regalato e usarlo per cavarmi l'occhio. Con il globo ancora in mano e rivolto alle visioni dei nostri nemici, urlando oscenità incoerenti, Demian Dot era riuscito a distruggere l'ara reale, liberandoci dalla coltre nera che impediva ad altri di accorrere in nostro aiuto. Purtroppo, la morte del volatile non fu abbastanza per far rinsavire chi era uscito di senno, così Mano Nera e i Cerusici dovettero accorrere e fermare quelli che ancora erano vivi per evitare che facessero del male a se stessi e agli altri. Disgraziatamente,non c'era più niente da fare per il mio occhio.

Dopo il racconto del Capitano mi assalì un tremendo mal di testa, ma fortunatamente un aiuto Cerusico era sull'uscio, pronto con un nuovo bendaggio impregnato di antidolorifico. Chiesi come mai invece sentissi dolore alla lingua, e il ragazzo mi disse che, nella clessidra precedente, mi ero ripresa e avevo tentato il suicidio, mordendomi la lingua; quella cosa che avevo sputato quando ero rinvenuta era un morso impregnato di un blando sonnifero, per evitare che ci riprovassi.

Sentii uno strano fuoco mai provato prima dentro di me. Era rabbia, era terrore, era odio, era sconfitta. Mi serpeggiava lunga la schiena e urlava da quella vuota cavità che avevo ora in viso.

Tentai di alzarmi dal letto e barcollai. L'aiuto Cerusico mi raccomandò di non muovermi almeno fino al giorno successivo, ma non erano quelli i miei piani. Con un notevole sforzo fisico mi alzai in piedi sotto gli occhi del Capitano Probo; lui osservò per tutta la durata dell'operazione, senza allungare la mano ad aiutarmi. Lui sapeva cosa stavo per dirgli, e io sapevo che da lì in poi sarei stata un'altra persona. Stavolta, davvero.

“Voglio la mia vendetta, Capitano”

Egli annuì. “E l'avrai, Sergente. Mancano ancora un paio di clessidre all'alba e i preparativi per quest'ultimo assalto sono prossimi al completamento. Manchi solo tu”

“Ci sarò, Capitano!” e feci il saluto militare.

Fu parecchio complicato prepararmi per la battaglia ventura. L'armatura, una volta una seconda pelle, adesso mi premeva su tutti i lividi e le ferite, e ogni movimento mi provocava dolore. Tuttavia,strinsi i denti e continuai a vestirmi. Ogni volta che qualcosa mi cadeva di mano o,  addirittura non riuscivo ad afferrarla perché non calcolavo bene le distanze, era per colpa del mio occhio mancante. E ogni volta che accadeva mi montava una rabbia che mi infuocava la testa. Eppure, non mi lasciai sfuggire una lacrima dall'occhio sano.

Fui l'ultima ad arrivare, ma nessuno dei miei commilitoni me lo fece pesare. Anzi, avevano tutti uno sguardo orgoglioso, e quando passavo vicino a uno di loro spesso sentivo “Bentornata, Aquilotta!”, “Non hai perso un'oncia del tuo fascino, Tranquilla!”, “Siamo onorati di averti di nuovo tra noi” e altre frasi del genere, che ancora una volta mi fecero sentire accettata e amata. Questa volta, Probo sarebbe rimasto vicino alle sue truppe e le avrebbe guidate nel cuore della battaglia come solo lui sapeva fare.

Sembrava che mi fossi assopita per almeno due giorni, durante i quali i Genieri si erano dati ben da fare per rimpolpare le proprie scorte di armamenti: avevano costruito delle gigantesche torri d'assedio che, però,non dovevano essere riempite di uomini, bensì di esplosivo. Queste sarebbero state portate fino alle mura, poi con dei meccanismi a balestra vi si sarebbero ancorate e le avrebbero distrutte con la potenza delle detonazioni. Il tutto, protetto dai campi di forza di de Bret e dalle magie offensive di Thuatal. Era incredibile quanto quelle menti malate potessero lavorare indefessamente in così poco tempo per quelle macchine di morte. Ed era una fortuna averli come alleati!

Queste nuove macchine d'assedio, assieme ai trabucchi sopravvissuti ai precedenti scontri, avrebbero attaccato le mura più a est, verso il porto. Byest era una città che si sviluppava lungo il corso del fiume, in direzione ovest-est, e tutto il nostro esercito era disposto a sud di questa cinta muraria. Il resto dell'esercito, appoggiato dagli altri quattro Grandi Maghi, avrebbe attaccato più a monte, così da impegnare da almeno due lati le difese della città. Entro fine giornata, sarebbero anche dovuti arrivare i rinforzi dei nostri reparti a meridione.

Dopo l'ara reale non vi erano stati più contatti con i nemici; naturalmente, quel messaggio venne interpretato come chiaro simbolo di ostilità.

Ci vollero diversi giorni per conquistare le mura. Le difese erano schierate meglio che in precedenza, e la stanchezza della campagna e lo scoramento, dovuto alle perdite che avevamo avuto e continuavamo ad avere anche adesso, era molto. In più, le tre legioni di supporto provenienti da sud arrivarono con due giorni di ritardo, dato che avevano trovato anche loro problemi e trappole lungo la strada. I Tribuni decisero di cedere una di quelle tre legioni in supporto ai Genieri al porto; le restanti avrebbero guadato il fiume più a monte e avrebbero continuato ad attaccare le mura dall'altra sponda. Da nord, naturalmente, non arrivò nessuno ad aiutarci, cosa che sapevano anche i capi esercito rimasti in vita, come Mano Nera, dopo l'accaduto dell'ara reale, aveva rivelato senza ulteriori indugi.

Delle nuove cinque torri d'assedio esplosive costruite, solo due arrivarono, con incredibile sforzo, alle mura. La breccia creata era davvero misera, ma venne salutata dai nostri Genieri come un punto di partenza per quella parte di cinta muraria. Dagli altri lati, la situazione era perlopiù di stallo, dato che i poteri degli innumerevoli maghi a difesa della città erano potenziati dagli altrettanti, innumerevoli manufatti oscuri posti in cima delle torri di Byest.

Là dove non arrivò la magia, la forza bruta e le esplosioni, ancora una volta arrivò l’ingegno. O meglio, un miscuglio delle prime tre.

Stavamo ormai dando battaglia a quelle mura candide da una settimana, quando infine de Bret si presentò alla riunione del settimo giorno con un'idea. Forse la più pericolosa che sia mai giunta alle mie orecchie.

Il solito incantesimo che schermava la visione all'interno delle mura dall'esterno questa volta non era attivo, segno che i byestiani erano sicuri di se stessi. Dunque potevamo vedere quello che accadeva sia ai nostri proiettili, sia alle magie che superavano l'alta cinta muraria. Tanto le munizioni dei Genieri, quanto gli incantesimi arcani dei Grandi Maghi, se erano indirizzati anche in prossimità delle innumerevoli torri di Byest, le fulminavano con un lampo nero-violaceo, facendole scomparire alla vista. D’altra parte, gli attacchi che arrivavano a distanza da queste torri intaccavano le costruzioni colpite, ma i byestiani sembravano non farci caso, o comunque non accorrevano a spegnere gli incendi o a ricostruire i palazzi caduti.

De Bret aveva sfruttato alcuni dei lanci di pietre dei trabucchi per capire quanto potesse arrivare lontano quel raggio mortifero. Una volta sicuro della sua portata, aveva proposto di essere lanciato insieme a pochi fidati, grazie a una delle torri d'assedio più grandi, all'interno delle mura. Una volta dentro, avrebbero trovato il modo di  ampliare la breccia delle mura o di aprire l'unica porta della città che dava al lato nord, sopra al fiume. Se possibile, avrebbero fatto entrambe le cose.

L'assalto si stava protraendo per troppo tempo, il morale era basso, e il pericolo di una sortita degli assaliti una volta che le nostre schiere fossero state decimate era troppo alto; inoltre, decine di Archetipi diversi, uno più pericoloso dell'altro, si stavano assiepando, quindi i Tribuni approvarono la sua proposta. Gli uomini che vennero scelti furono cinque, oltre al Grande Mago: tre Genieri, che sarebbero andati con le ultime mine ad allargare la crepa, e due infiltratori, che avrebbero tentato di aprire le porte della città.

Il lancio avvenne in maniera più casuale possibile: doveva sembrare che a dedicarsi ai preparativi fossero in pochi, perché  pochi erano quelli che caricavano i trabucchi, forse una dozzina di persone in più per quello in particolare, notevolmente più grande. I Genieri lo chiamavano l'Augusto, in triste memoria del nostro primo imperatore, durato solo pochi mesi. Gli altri Grandi Maghi avevano creato un masso cavo abbastanza grande da contenere sei persone e de Bret aveva già calcolato il momento in cui avrebbe dovuto creare il campo di forza, in modo che nessuno dei suoi compagni fosse a rischio.

Il lancio avvenne verso mezzogiorno, e tutti pregammo il Tessitore del Fato per il meglio. Di cose che potevano andare storte ce ne erano fin troppe, non solo all'interno del masso cavo, ma anche ad avvenuto atterraggio: i sei potevano essere presi in ostaggio, torturati, trasformati in uno dei loro archetipi e svelare tutte le nostre tattiche, dando modo ai nostri nemici di studiare i nostri punti deboli per poi ucciderli... non necessariamente in quest'ordine.

Evidentemente il Fato aiuta gli audaci, perché a poco meno di una clessidra dall’inizio delle operazioni, vedemmo la ferita lungo le mura aprirsi con un boato pazzesco, addirittura in anticipo rispetto a quando avevamo previsto. Fortunatamente, però tutte le squadre di fanteria e di cavalleria erano in assetto da combattimento e pronte a caricare.

Si sentirono i vari motti urlati a squarciagola da tutte le legioni, desiderose di finire questa campagna il prima possibile; il terreno tremò sotto i nostri piedi, mentre migliaia di uomini avanzavano verso l'ultimo assalto. Sul versante della porta principale non si erano ancora avuti risvolti positivi, ma eravamo speranzosi; i trabucchi intanto avrebbero spostato i loro tiri quanto più vicino possibile all'area attaccata dai maghi, che stavano creando le prime crepe considerevoli, anche se non sufficienti per far crollare del tutto le difese.

Durante l'attesa, i Capitani avevano sparso la voce di dover dare prima di tutto l'assalto a quante più torri possibili, così da indebolire ulteriormente le difese e permettere a chi ancora attaccava da fuori di aprire un nuovo varco.

Io e Probo entrammo in città insieme ai primi reparti di cavalleria, affinché gli assedianti dentro le mura potessero sempre avere le direttive di un capo esercito in tempo reale. Trovammo una città brulicante di pericoli, piena di decine e decine di Archetipi che non avevamo modo di catalogare e che ci attaccavano con tutte le loro forze e abilità soprannaturali.

Byest, a differenza delle altre città, aveva due soli enormi vialoni, uno per sponda, che costeggiavano il corso del fiume; quello a sud terminava con il superbo castello bianco del re. Temevamo l'assalto a quest'ultima costruzione, ma prima dovevamo distruggere quanti più artefatti oscuri potevamo.

Già dalla prima sera, all'interno delle mura, sentimmo le prime torri crollare a terra, ma non era che l'inizio; ci vollero altri tre giorni prima che riuscissimo ad arrivare alle porte della grande fortificazione in cui si trovava chi manovrava i fili di questa pazzia.

Il giorno seguente, i maghi ancora fuori dalle mura aprirono la seconda breccia. Quelli che entrarono da lì accorsero alla porta principale, così da aprirla e far entrare le ultime due legioni rimaste fuori; tale manovra richiese un'altra giornata. Intanto, la cattura delle alte torri di Byest andava avanti, inarrestabile e implacabile.

Proprio sul finire del terzo giorno della prima breccia delle mura, arrivò un momento di stallo.

Eravamo arrivati già davanti dinanzi al castello, ma il mastodontico ponte levatoio che dava nella corte era naturalmente alzato. Rimanevano da conquistare ancora una manciata di torri dall'altra parte del fiume; questo era un compito destinato alla Fortuna II, una delle legioni che erano passate da sud, e alla Verità I. L'assalto aveva prodotto ingenti perdite tra entrambi gli eserciti. Noi dell'Aquila IX stavamo piangendo tanti, troppi uomini e donne, tra cui il nostro Secondo, Yeden di Fostdelmot. Anche le altre legioni si trovavano a mal partito, essendo tutte rimaste con un solo Grande Mago a testa, ma ora che potevamo portare l'ultimo assalto, quelle menti arcane ci avrebbero sicuramente tratto d'impaccio dallo stallo sotto al castello.

Tuttavia,i colpi di scena non erano finiti.

La notte del terzo giorno passò tra calcoli dei Genieri per vedere quante once di esplosivo erano rimaste e quante ne sarebbero servite per tirare giù le catene che tenevano il ponte sollevato. I Grandi Maghi confabulavano su quali arcane illusioni potevano esserci già nel fossato difensivo  del castello, e i Capitani discutevano su quali reggimenti e quanti uomini schierare sul ponte morto e sulle scale d'assedio per cercare di attaccare in più punti. In tutto questo, solo Mano Nera rimaneva in silenzio in disparte, il cappuccio tirato fino al naso e le braccia incrociate, osservando tutto quell’andirivieni.

All'alba del quarto giorno dentro le mura, con focolai di battaglie sparsi in tutta la città e ancora poche torri da conquistare, si sentì un forte stridore proveniente da dietro il ponte: erano i fermi dell'argano che, cigolando, fece smuovere le gigantesche catene, facendo calare lentamente la passerella. Tutte le unità di fanteria pesante vennero schierate in prima fila, ma io, dentro la mia orbita vuota, già sapevo quale sarebbe stato il risultato di questa mossa.

Le estremità del ponte, finalmente, toccarono il battiponte e, con nuovi stridori di ferro e acciaio, la saracinesca di legno rinforzato venne alzata. Una volta che questa fu completamente aperta l'accesso fu libero, ma il sole del mattino non riusciva a penetrare la tenebra che dominava l'interno della corte.

L'odore di trappola si sentiva a miglia di distanza, ma non era la prima volta che i byestiani ci invitavano a entrare nei loro possedimenti: basti pensare al Campo II, e a quello che poi avevamo trovato dentro e nel sottosuolo.

Il Capitano Probo prese in mano le redini della situazione, ordinando a Mano Nera, a Thuatal e a de Bret di stare vicino a noi e a una squadra di quaranta fanti pesanti che ci accompagnarono oltre le soglie del castello.

Già dalla porta si poteva percepire un'atmosfera cupa e pesante, come se qualcosa cercasse di penetrare a forza dentro la nostra testa. Cosa che sarebbe sicuramente successa, non fosse stato per il campo di forza del secondo della Fuoco I.

Entrammo nella vasta corte del castello: un giardino che sicuramente in precedenza era florido e pieno di diversi tipi di piante aromatiche e da fiore, ma che adesso era morto e spoglio, con solo pochi busti di alberi contorti. A destra vi era una stalla che un tempo aveva sicuramente ospitato le cavalcature più nobili dell'intero regno e aveva dato ristoro a quelle dei visitatori e degli invitati ai gran galà di corte; a sinistra vi erano le stanze della servitù. Ora tutte le finestre erano aperte, ma all'interno dominava l'oscurità, resa ancora più cupa dalle torce appese sui muri e sui vari colonnati. Queste ardevano di tanti piccoli cristalli neri, molto simili ai manufatti che si trovavano nelle torri.

Probo diede l'ordine di disporsi a protezione dei fianchi, creando così un perimetro che ci dava accesso alla scalinata che portava all'interno della fortezza. De Bret decise di rimanere nel giardino a difesa di un'eventuale via di fuga; intanto avrebbe avvertito il resto dell'esercito che la via fino a lì era libera. Rimanevamo quindi solo io, Probo, Mano Nera, Thuatal e una scorta armata di dieci individui.

Stavo per mettere i piedi sul primo gradino, quando dall'interno della massiccia porta spalancata si sentì una voce suadente, mai ascoltata prima. Disse: “Finalmente ho l'onore di conoscere le vere menti dietro all'esercito imperiale. Mi dispiace, ma chiederò solo a chi conta veramente di entrare”.

Vidi quindi i dieci uomini armati della nostra scorta svanire letteralmente nel nulla, lasciando a terra le armature e le armi che fino a poco prima tenevano in mano. Probabilmente avrei fatto una fine analoga se Thuatal non avesse allungato una mano sulla mia spalla, non appena la voce che ci stava invitando dentro il castello cominciò a parlare.

“E sia”, continuò la voce, un accenno di scherno nel tono, “venite alla mia presenza. Abbiamo molto di cui parlare”.

Probo strinse i pugni fino a far stridere il cuoio dei guanti. Non disse una parola, non guardò nessuno negli occhi. Aveva solo lo sguardo fisso davanti a sé, con noi al suo fianco che aspettavamo le sue direttive. Cominciò a salire le scale e noi lo seguimmo.

Alla fine della scalinata, oltre la porta già aperta, e dopo un breve corridoio con scale che davano ai piani superiori, ai balconi interni o alle torri del castello, trovammo un'anticamera adornata di sontuosi affreschi e nicchie con bassorilievi di pregio. Il tutto era illuminato solo da un incantesimo di Thuatal, altrimenti non avrei potuto ammirare niente di tutto ciò, data la bassissima luce che irradiava dalla immancabili torce munite degli stessi cristalli neri che avevamo trovato all'esterno. Oltre a queste opere d'arte, vi erano anche una porta alla nostra destra e una alla nostra sinistra, e un maestoso portone in legno massello, pieno di intagli e intarsi in oro e argento di squisita fattura raffiguranti alcuni lavori del popolo, scene di caccia o di affari all'altezza degli occhi, e la corte e il re in cima.

Questa si aprì da sola, lentamente, lasciandoci ammirare la sala del re di Byest in tutto il suo splendore. La sala era ampia e ben aerata, con una vetrata e un camino per lato. Guardai subito con sospetto questi ultimi, ricordando l'ultima disavventura. Come nell'altra città, anche questa aveva un colonnato ai lati della stanza, ma questa volta era di marmo candido e solidissimo; in ognuna vi era una nicchia con un mezzo busto, con una targa incisa al di sotto. Alle mura vi erano altri magistrali dipinti a olio che sembravano riprendere i temi del portone che avevamo appena varcato. Sopra di noi, un lampadario che si sarebbe potuto definire magnifico, non fosse per il fatto che era composto di tanti pezzi di cristallo nero che emanavano la stessa fioca luce delle torce, anch'esse presenti sui muri della stanza.

Davanti a noi, rialzato di due scalini in confronto al resto della stanza, vi era un trono solitario; assiso sopra vi era un personaggio snello, il volto nascosto da una maschera giallo-dorata. I vestiti attillati mettevano in risalto le forme di un corpo asciutto ma muscoloso, classico di un appartenente alla stirpe elfica. Ai lati dello scranno vi erano altre due figure. Uno lo conoscevamo bene: era  Vervham, il viso come al solito indecifrabile per colpa delle fiamme sottocutanee che ribollivano incessantemente. Indossava già l'armatura nera e aveva le braccia incrociate sul petto. L'altro invece doveva essere l'individuo comparso nelle visioni mostrateci da Mano Nera. Il cappuccio verdognolo della tonaca era tirato fino a livello del naso e da sotto uscivano solo i tentacoli di cuoio della sua maschera.

“Immagino siate giunti in cerca di...giustizia? È questa che state cercando?”, chiese quindi l'elfo sullo scranno.

Fu Mano Nera a rispondere: “Il Mháistir, suppongo. Non c'è giustizia in questa terra che possa pulire le vostre anime marce da ciò che avete fatto ai nostri legionari”.

“E a questa povera terra” aggiunse Thuatal, che a stento conteneva la rabbia, ora che aveva di fronte due rappresentanti del suo stesso lignaggio. “Il territorio che gli umani conoscono come il regno di Byest era uno dei pochi in questo domain ancora in possesso delle querciantiche millenarie. E voi avete ridotto tutto in cenere e falso potere!”

Una risata di scherno proruppe dalla maschera tentacolare: “Costui si preoccupa di foglie e animali, senza pensare al sangue della propria genia”.

“Che intendi?”, urlò il Grande Mago Elfo, improvvisamente colto dall'apprensione, “Cosa avete fatto? Parlate, per il Fato misericordioso!”.

Allora, dopo aver fatto cessare l'eco delle grida del Grande Mago, alzò leggermente il capo, scoprendo la parte alta della maschera e, molto semplicemente, allargò le mani. Tutto il salone venne inondato da un vociare indistinto fatto di urla di terrore, singhiozzi disperati, richieste di pietà, donne che imploravano per i propri piccoli che piangevano inconsolabili. Il tutto in lingua elfica.

L’eco erano ancora assordante, quando Thuatal si investì del proprio potere arcano e diede libero sfogo alla sua ira, non più trattenuta dal regale portamento elfico. Si sollevò a mezz'aria grazie alla sola forza magica che stava accumulando; questa proruppe in un vento turbinoso che infranse le vetrate ai lati della stanza e sembrò portar via anche quei lamenti strazianti.

“Che cosa avete fatto alle genti di Teaghais Ard?”, si sentì sopra i fischi del vento che turbinava nella stanza.

Allora l'elfo seduto sul trono si alzò, fece un gesto con una mano e tutto il frastuono cessò immediatamente. “Voi non capite quello che stiamo tentando di fare, imperiali. Il mio primo discepolo ha provato a illuminare le vostre menti, ma voi non avete voluto ascoltare, dunque ascolterete me. Gli elfi presenti sono gli unici rimasti di Teaghais Ard, fratello. Essi sono stati il primo ostacolo sul mio cammino”

A quelle parole, la rabbia del Primo Mago della Fuoco I fu incontenibile. Dopo un urlo di rabbia, odio e frustrazione, si raggomitolò ancora a mezz'aria e cominciò a splendere di una luce verde smeraldo. Il pavimento cominciò a tremare e tutti potemmo udire un rombo, distante e incessante. A quel punto, anche Mano Nera entrò in combattimento, con i tatuaggi che mandavano bagliori minacciosi.

Probo si girò allora verso di me e mi urlò nelle orecchie di correre fuori dalla stanza e andare a chiamare quanti più maghi possibile, perché quella non sarebbe stata una lotta che gente come lui e me avrebbero potuto affrontare. Non me lo feci ripetere due volte e corsi a perdifiato verso la bellissima porta, che mi venne sbattuta in faccia a pochi passi. Tentai con tutta me stessa di aprirla, facendo anche leva con la spada, ma questa andò in pezzi e il portone non si mosse. Allora cercai un'altra via d'uscita, ma le finestre erano troppo in alto e l'unica altra via di fuga era dietro allo scranno dell'elfo che ci aveva accolto.

Intanto, la lotta arcana si era fatta feroce. Thuatal aveva come bersaglio Vervham, mentre Mano Nera combatteva contro l'uomo con la maschera che ricordava il mostro marino; il Mháistir era l'unico che non si era mosso dal posto, anzi, dopo aver parlato si era rimesso a sedere e osservava lo scontro da dietro la sua maschera dorata. Vedevo che alcuni incantesimi, per quanto sembrassero in grado di raggiungere la sua persona, sembravano svanire a pochi passi da lui, senza nemmeno scalfirlo. Probo, invece, si stava riparando dietro una colonna; aveva estratto la spada, ma gli serviva a ben poco contro fuochi neri, raggi mortiferi, dardi arborei e chissà quali altre magie, indecifrabili per la mia mente. Cercai comunque di andarmi a riparare vicino a lui; quanto avrei voluto che il Capitano impartisse degli ordini risolutivi!

Sotto al frastuono delle magie, sentivo ora un’eco di guerra proveniente da fuori: lo scontro per la conquista del castello doveva essere ripreso, e non ero sicura che muovere solo pochi fanti fosse stata una mossa intelligente. Speravo che gli altri Grandi Maghi e Capitani avessero avuto almeno il buonsenso di muovere il resto dell'esercito per darci man forte.

Dopo svariate decine di battiti di cuore in cui la lotta nel salone si faceva sempre più pericolosa per me e per il Capitano Probo, finalmente sentii dei movimenti provenire dall'altro lato della porta e, dopo svariati tentativi, la vidi saltare in aria. Sull'uscio comparvero Demian Dot e Bret de Bret. Quest'ultimo volò verso di noi per proteggerci con uno dei suoi campi magici, mentre l'altro evocò la sua falce azzurro-ghiaccio e si gettò nella mischia.

Ricordo che de Bret ci disse, quasi urlando, “È un miracolo che siate ancora vivi, con la quantità di magia che si sta scatenando qua dentro! Dovreste uscire e trovare riparo dietro il nostro esercito; cercherò di scortarvi io! Là fuori...”, ma non riuscì a finire la frase, perché l'elfo seduto sullo scranno si era alzato, attirando la nostra attenzione.

Nelle nostre menti risuonò questa frase: “Non volete proprio capire, io conosco la verità!”.

Con un movimento deciso del braccio, rivolto verso l'esterno, l'elfo evocò una lama eterea, differente da quella di Demian Dot. Sembrava avere le fattezze di una spada ricurva, ma la natura chimerica dell'arma e il movimento del braccio non permettevano all'occhio di cogliere tutti i dettagli. Era bellissima e mortale al tempo stesso.

Intanto i nostri Grandi Maghi impegnati nel combattimento avevano messo alle strette i loro avversari e Demian Dot, ora disimpegnato, caricò l'individuo, ora in piedi sul rialzo dove stava il trono. Menò un fendente con la lama della sua falce magica, simile al sibilare di un vento del nord. La sua corsa mortale però si fermò sulla mano dell'elfo mascherato che, stringendo l’arma, la distrusse come fosse di vetro sottile. Questa si dissolse in frammenti che sembravano un lieve nevicata, una visione così delicata che stonava con la situazione.

Mentre ancora quei fiocchi danzavano verso il pavimento di marmo, con un gesto fluido del braccio l'elfo conficcò la sua lama eterea nel petto del Secondo della Verità IV. Questi perse immediatamente vita e si accasciò ai piedi dell'elfo.

“Io conosco la verità!” ripeté quest'ultimo. “Ho sondato le infinità del cielo alla ricerca di ciò che è e ciò che potrà avvenire. Alla ricerca del Destino della terra su cui posiamo i nostri piedi. E posso dire di essere giunto a una conclusione. Le razze che abitano questo mondo non hanno discernimento. Sono partito da una base che per noi elfi era blasfema, cioè la magia umana. Mi sono accorto che quella che loro utilizzavano non era che la superficie di un potere al di là di qualsiasi immaginazione. Un potere che permetteva il controllo completo di tutto. Osservate...”

Era impossibile non starlo a sentire. Da dietro la maschera, la voce era suadente, ipnotica e lenitiva. Ogni sua parola sembrava essere la panacea definitiva per ogni male in questa vita. Poi, a un certo punto, cominciai a vedere con tutti e due gli occhi! O meglio, con un occhio vedevo la scena della sala del trono, con l'altro era come se vedessi una realtà parallela, fatta di geometrie orrende, umanoidi con la pelle decadente che si aggiravano dentro una stanza in cui a mura e pavimento avevano attecchito degli strani muschi che sembravano divorare le suddette bestie. Piano piano, la visione dell'occhio sano andò svanendo; rimanevano solo quelle aberranti dell'occhio da cui avevo riacquistato la vista.

In un primo momento non riuscivo a muovermi, anzi, potevo a stento respirare. Poi acquisii finalmente il controllo di tutta la testa, così da avere di nuovo tutti i miei sensi, e mi guardai attorno. La stanza in cui mi trovavo sembrava una degenerazione della sala del trono di Byest, con le mura piene di rampicanti e liane in continuo movimento, alla ricerca di qualcosa da portare verso il soffitto che, fortunatamente, non vedevo.

Niente che potesse dirsi flora o fauna, se così potevo chiamarle, sembrava avermi notato fino a quel momento.

Poi mi tornò la sensibilità alle braccia e automaticamente la mano corse all'elsa della spada, che però non trovai, dato che giaceva a terra, spezzata, vicino alla porta del salone nella Byest reale. Quindi estrassi il mio coltello, la mia fidata lama che mi aveva aiutato nel Campo I. Era la mia unica arma a difesa di quel mondo maledetto.

Sentivo un sussurrare che arrivava vicino a me, ma era incomprensibile, come se in realtà fosse distante nel tempo e nello spazio. Mi girai verso la fonte di quel brusio indistinto e vidi una bestia mastodontica che mi dava le spalle. Venni gelata dal terrore, quasi da a non riuscire più a muovermi. Solo lo spirito di sopravvivenza intervenne in mio soccorso, quando quell'umanoide orripilante cominciò a spostare la sua attenzione verso di me.

Sentii la mia voce urlare, ma era ovattata come se stessi parlando sott'acqua, e vidi il mio corpo muoversi a una velocità ridicola, quasi che tutte le mie membra fossero ancorate al terreno e non potessi muoverle agilmente; ma anche la bestia vicino a me si trovava nella stessa situazione. Ci volle tutta la mia volontà per battere in velocità il movimento di spalle del mio avversario e, con il coltello alla mano, riuscii a raggiungere miracolosamente quella che speravo fosse la giugulare dell'orrenda apparizione.

Vidi la lama affondare con facilità tra il mosaico di scaglie che componevano quella pelle immonda. Quando, infine, il filo terminò e raggiunsi la guardia del coltello, tornai come d'incanto nella sala del trono e venni sbalzata contro la colonna dietro la quale io, de Bret e Probo ci stavamo riparando.

Quest'ultimo aveva il mio fidato coltello infilzato nella gola. Una fiume di sangue sgorgava dalla ferita, accompagnandone l’ultimo respiro.

Ero ancora intenta a guardare gli occhi esanimi del mio Capitano, con il cuore gelato in una stretta di angoscia, quando l’elfo mascherato continuò il suo terribile discorso:

“Vedete? È facile manipolare le visioni di una mente soggetta al terrore. E questo non vale solo per gli umani, ma per tutte le razze che abitano questo pianeta.

Le nostre menti non sono state fatte per viaggiare, se posso utilizzare questo termine, per quanto sia inappropriato. Viaggiare e conoscere il tutto, l'eterno, l'infinito.

Una missione impossibile. Neanche la mia immortale stirpe elfica può comprendere l'infinita complessità del cosmo. Ma ci ho provato. Ho approfondito. Ho guardato direttamente nella bocca dell'universo, mentre questo sussurrava. E ne sono stato inghiottito.

E dopo un'eternità di pazzia e orrore, ne sono uscito vittorioso e illuminato! Ho visto ciò che ci attende. Che attende tutti! Nessuna verità si può celare dall’ineluttabilità della fine!

Attraverso le mie azioni, ho sperato di evitare quel che tutte le scritture, le antiche pergamene, le storie e le leggende predicevano.

Ma evidentemente, voi combattete per essa. Voi la agognate.

E la otterrete. Per mano delle vostre stesse azioni.

Sono sicuro che voi, per tutto questo tempo, per tutta la vostra campagna militare, come vi piace definire un simile omicidio di massa, abbiate sicuramente pensato che chi sedeva quel trono era un mentecatto impazzito.

Ebbene, mie semplici menti imperiali, io che ho sentito l'urlo muto dei Grandi Antichi; io che ho visitato l'infinito; io che ho riacquistato i miei sensi; io che mi sono finalmente levato il paraocchi della sanità mentale. Io non sono il pazzo.

Voi lo siete…”

Mentre pronunciava le ultime parole, i suoi due luogotenenti si erano avvicinati a lui. E quando il suo discorso finì, tutti e tre si accesero del fuoco nero-violaceo caratteristico delle loro magie.

Pochi, fugaci battiti di cuore, e di loro non restò altro che un ricordo orrendo, con il quale avremmo dovuto combattere ogni momento della nostra vita e dal quale saremmo fuggiti tutte le notti che sarebbero seguite e che, ancora oggi, non sono riuscita a comprendere del tutto.

I Capitani e gli altri Grandi Maghi irruppero all'interno della sala del trono mentre cercavamo ancora di riprenderci dall'incanto che aveva prodotto la voce dell'elfo appena scomparso. Ci dissero che, fuori da lì, la lotta era ripresa non appena avevamo varcato le soglie del castello, più accanita e disperata di prima. L'esercito era allo stremo quando, improvvisamente, tutti gli avversari si erano fermati, si erano accasciati a terra, anche uno sopra l'altro, e avevano cominciato a trasformarsi, urlando. Mi venne raccontato di mutamenti di persone che si scindevano da un solo corpo, o di gente che vedeva decomporsi e ricomporsi le proprie parti anatomiche. E altre decine di visioni orripilanti, tali da far venire gli incubi a una mente sana per il resto della propria vita.

Io venni presa in custodia e ammanettata per alto tradimento dagli altri Capitani e dai Tribuni. Accuse che cessarono una volta tornati a Morgard, perché tutti i Grandi Maghi presenti all'interno della sala del trono testimoniarono a mio favore, dicendo che, mentre assassinavo il mio Capitano, non ero in possesso delle mie facoltà mentali.

Da quel giorno, il reame di Byest entrò a far parte dei Reami Unificati. Questa fu una vittoria reciproca, perché naturalmente la stragrande maggioranza dei byestiani non poteva tornare a lavoro nei campi o alle proprie botteghe, quindi vennero inviati degli emissari per sovraintendere ai lavori, finché i popolani non avessero potuto riprendere nelle proprie mani il loro destino. I Reami Unificati, invece, guadagnarono un porto ricchissimo, nonché la più grande area di produzione cerealicola che si potesse immaginare.

Dopo la campagna Forza Orientis, tutti i Capitani, i Tribuni e i Grandi Maghi vennero glorificati come conquistatori e salvatori, festeggiati ovunque e ricoperti di medaglie. Come buonuscita, vennero date all'esercito case e possedimenti nei territori incolti, in quelli che erano i confini tra il regno di Byest e i Reami Unificati, così da portare a coltura anche quelle terre che avevano perso i propri braccianti per colpa della guerra.

So che Mano Nera lasciò l'esercito, e non si seppe più nulla su di lui. Qualcuno dice che si sia ritirato nell'estremo nord, tra i Picchi Eterni. Alcuni dicono che abbia attraversato a sud il Grande Deserto Rosso. So solo che lui fu uno dei pochi a venirmi a trovare in carcere dopo il ritorno a Morgard. Mi era rimasto vicino, rassicurandomi sul mio fato e al contempo chiedendomi cosa avessi visto per essermi lasciata convincere a uccidere il nostro buon Capitano Probo. Ogni volta che mi poneva quella domanda io abbassavo lo sguardo, sconfitta. Solo la notte prima del giudizio degli alti grado dell'esercito riuscii finalmente a parlare. Gli descrissi come potevo ogni orrendo dettaglio che ricordavo. Quando conclusi il mio racconto, scoppiai in lacrime. Da quel che ricordo, quella fu l'ultima volta che piansi.

Lui si congedò con un “Non ti preoccupare per domani, andrà tutto bene”, e da quel momento in poi non lo vidi mai più.

Non appena venni giudicata innocente dagli altri capi dell'esercito, chiesi immediatamente il congedo. Mi venne comunque data una terra nella zona più a nord di Byest, vicino a dove le tre legioni spedite a darci una mano dal fronte settentrionale erano state completamente distrutte. Mi sono ritirata qua, in vita solitaria, per cercare di fuggire da tutti quei ricordi assurdi e terrificanti.

La notte, quando giaccio nel mio letto, ancora sento la voce del Mháistir, suadente e tremenda, che sembra raccontarmi quali orrende visioni abbia affrontato per definirsi illuminato. E durante i miei sogni, rivivo il momento della pugnalata al mio Capitano; e vedo il suo volto fiero e forte perdere colore ed emettere l'ultimo respiro.

E, anche se non ho mai compreso a fondo lo sproloquio finale dell'elfo, a volte mi ritrovo a essere d'accordo con lui.

Noi non sappiamo nulla.

Non riusciamo a scorgere quella verità che facciamo solo finta di cercare e ci terrorizza.

Noi siamo i pazzi.