(a)normalità

La normalità?

Sì, sapevo cosa fosse la normalità: un lavoro, una macchina, magari una ragazza, una piccola routine quotidiana. Ecco cos'era per me questa tanto decantata "normalità". Ma nessuno riuscì a prevedere la violenza per le strade, il caos onnipresente, l'orrore indicibile, la morte che, suadente, sussurrava parole melliflue ad ogni passo.
Tutto cominciò agli albori dell'estate del 2015. «Eh, son cose che difficilmente arriveranno qua in Italia!», dicevano le persone guardando in TV quello che sembrava essere un caso isolato, seppur in una zona piuttosto vasta della Siberia. Queste persone non potevano immaginare che sarebbe bastato un respiro di quel virus, diventato poi una vera e propria pandemia, per farlo attecchire, dormiente, nella zona più impensabile del proprio corpo.
E così successe: dapprima una piccola città, passando a tutta una provincia, e poi un'intera regione.
Malattia? No, no amici miei, non possiamo definirla tale. Una malattia ti confina a letto, se sei fortunato ne contrai una che può essere curata; nel peggiore dei casi ti dà il tempo di salutare i tuoi cari e di raccomandare la tua anima a qualunque dio in cui si creda. Questa no. Non fu questo il caso. Contrai questo virus? Non muori, o meglio sì; smetti di respirare, ma non finisce lì, anzi continui a camminare, bramoso di passare il morbo a chiunque non ce l'abbia. Occhi spenti, pelle verdastra, olezzo nauseabondo, bailamme continuo proveniente da intere mandrie di questi "appestati" dalle membra cadenti che cercano di darti la loro benedizione, strappando pezzi di te, diffondendo la pandemia.
Questa piaga è ormai nell'aria da 7 mesi. Dannazione...7 mesi. Mesi di fuga, di rapine ai supermercati, di pianificazione, di avamposti e di morte. Soprattutto quest'ultima. Quanti malintenzionati ho visto perire per le nostre armi. Troppo amici ho visto cadere per darci uno spiraglio, una possibilità di speranza. E quale possibilità poi? Continuare a sperare in un aiuto dall'alto o dal così detto "governo d'emergenza" per una cura? Dei rifornimenti? Mi sarei accontentato anche di una pacca sulla spalla. Ma niente... le radio sono morte da settimane. Riusciamo a malapena a contattare i pochi superstiti in onde corte; e spesso sono delle registrazioni di gente morta già da mesi. O peggio, imboscate da commando di gente impazzita...


Come ho fatto a ritrovarmi qua, in cima a questo palazzo?

Partimmo da Porto Recanati. Eravamo su tre autobus rubati alla Contram e sapevamo che più il mezzo è grosso, più difficilmente sciacalli o zombie potevano fermarci. Per maggiore sicurezza avevamo anche coperto di lamiera tutti i finestrini, lasciandone apribili solo un paio per lato, e alcuni pochi spiragli come vedute. In totale ce ne andammo in 50: amici, parenti e famiglie impaurite alla ricerca di questa chimerica salvezza ed avevamo anche un piano ‒ oh sì ‒: reclutare chi poteva essere utile al gruppo, la zavorra veniva lasciata indietro. Non so se per fortuna o per sventura, ma decidemmo di partire quando il puttanaio era ormai in fase avanzata: per strada trovavamo solo veicoli abbandonati e piccoli gruppi di disperati che, alcuni con la morte nel cuore, altri con spavalda sicurezza, abbandonavamo, spesso senza neanche degnarli di un cenno.
Procedevamo verso nord, cercando di saccheggiare solo quello che ci serviva per il viaggio, per sopravvivere. Eravamo armati, anche se all'inizio di questa “avventura” in pochi sapevamo tenere in mano un'arma: con noi c'erano alcuni poliziotti che per varie ragioni non avevano potuto rispondere alla chiamata governativa. Molti, però, andarono persi nelle varie incursioni che facevamo presso gli Autogrill, le pompe di benzina e i supermercati, spesso assaliti da bande di teppisti o da mandrie di zombie. Persone che nessuna storia, nessun almanacco e nessun libro riporteranno, se non queste poche righe che vi tramando io.

Ci mettemmo più di un mese ad arrivare a Bologna; la maggior parte delle autostrade era impraticabile. A causa della mole dei nostri mezzi ci ritrovammo a compiere manovre molto complicate e grandi deviazioni, per riuscire ad aggirare gli ostacoli. 
Per qualche oscuro motivo trovammo la tangenziale Bolognese completamente sgombra: avemmo la fortuna di poter accorciare, seppur di poco, la strada, grazie ad alcuni droni giocattolo che riuscimmo a trovare nei negozi di elettronica durante i nostri saccheggi e che, purtroppo, abbiamo dovuto abbandonare una volta esaurite le batterie. Sfortunatamente, questa situazione durò poco: trovammo diversi posti di blocco saltati in aria, forse per gesti disperati dei militari che li difendevano, ma che avevano completamente divelto l'asfalto, rendendo molte vie, autostrada compresa, impraticabili. 
Il piano, in origine, era raggiungere le località che per la maggior parte dell'anno sono fredde, con la speranza che le basse temperature avessero arrestato il virus o, almeno, rallentato il contagio. L'obiettivo erano, quindi, le montagne, e la cosa più importante era raggiungerle nel minor tempo possibile. Con un lungo tratto di strada completamente inagibile, però, non potevamo più seguire il piano iniziale e raggiungere le Alpi lombarde o piemontesi. Ripiegammo quindi su quelle trentine.
Altri tre mesi trascorsero, altri profughi furono abbandonati a se stessi, altre vite andarono perse. Ma il misfatto accadde nei pressi di Venezia: un gruppo di sciacalli ci assalì durante un'incursione presso una stazione di rifornimento, erano molto numerosi. In quei momenti la mia vita iniziò a scorrere al rallentatore. Decine di persone atte alla brutalità, non fine a se stessa, ma per la pura e semplice sopravvivenza, ci presero alle spalle e cominciarono a prendere tutto. Ma ci difendemmo. Perdemmo molti dei nostri. Riuscimmo a scacciare i delinquenti, ma qualcuno di loro riuscì comunque a incendiare i nostri autobus, dentro i quali erano stivati la maggior parte dei nostri viveri. Cercammo di recuperare tutto il possibile, lo caricammo su delle automobili abbandonate lì vicino e fuggimmo verso il centro di Venezia. Pochi istanti dopo la fuga, sentimmo il boato dell'esplosione dei nostri mezzi.

A quel punto, diventammo a nostra volta sciacalli. Eravamo rimasti in ventiquattro e tutti ben armati, quindi la soluzione era più che scontata. Scegliemmo come quartier generale un palazzo di cinque piani, completamente abbandonato e situato nel centro di Venezia; ancorammo dei gommoni sotto e distruggemmo tutte le vie d'accesso terrestri, tranne un ponticello.
Da allora siamo riusciti a resistere altri tre mesi in quelle condizioni... ma a quale costo! Adesso siamo assediati dai non-morti, rintanati nell'ultimo piano di questo palazzo, con poche provviste e con i motoscafi distrutti a causa dei frequenti attacchi da parte di altri gruppi di sopravvissuti nemici; la maggior parte dei miei compagni sono morti, trasformati in zombie o dispersi. Qui, in cima a questo ultimo rifugio, siamo rimasti in sei e le munizioni scarseggiano. Ci eravamo rintanati in mezzo ai canali di Venezia con la speranza che gli zombie non riuscissero a sopravvivere sott'acqua, ma a quanto pare ci sbagliavamo: a loro non fa né caldo né freddo camminare nella malta del fondale dei canali. 
Comincio a pensare che la nostra unica salvezza, adesso, sia decidere come morire...

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