La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 3 Onnigrafo Magazine

La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 3

La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 3

A Sereth tutti noi abbiamo bevuto conoscenza a sazietà, per così dire. Le rivelazioni più importanti, però, riguardavano il modo di vedere noi stessi», e mostrò a Rios il suo lasciapassare. «Cosa pensi che siano questi?»

«Simboli che ci rappresentano, in qualche maniera»

«Simboli che mostrano ciò che sei e a cosa appartieni. Ho un’infarinatura di rune alchemiche» Evelyn tese la mano verso il ciondolo che Rios portava al collo insieme agli altri e si avvicinò per osservarlo meglio. Egli divenne rosso fin alla punta delle orecchie: poteva sentire il profumo della barda mezzelfa avvolgerlo, «e per quel poco che posso leggere dal tuo simbolo sei un guaritore, senza alcun dubbio. Ma…» strizzò gli occhi e si avvicinò ulteriormente: «Terra? Strano. I curatori di solito sono Aqua»

«È una cosa brutta?»

«No. È solo differente dalla norma. Posso chiederti in che modo curi?»

«Certo che puoi. Ho scoperto di poterlo fare da ragazzo: tocco la persona da curare, mi concentro e le ferite di quest’ultima, pian piano, si chiudono. Il mio maestro, Eidolon Melchisedek prima, e Alexis Eremon II poi, mi hanno guidato a comprendere il suo esatto funzionamento. L’energia necessaria a stimolare e accelerare il processo di guarigione viene dall’ambiente che mi circonda, io mi limito a indirizzarla. Quando mi concentro posso percepire l’essenza, come viene chiamata su Lunaria, della persona che sto trattando. Vedo colori e luce. Per curare concentro la luce dall’esterno verso le zone più in ombra, come uno specchio o una lente»

Evelyn spalancò gli occhi e sorrise. «Sembra proprio una magia! E di tipo sacerdotale, per giunta. Molto, molto interessante. Ecco spiegato il motivo, forse: non curi con impiastri e bende, con tecnica e manualità. E c’è molto della tua emotività quando lo fai. Curioso davvero!», agitò il dito indice nell’aria, guardando un punto non meglio identificato, come a voler ricordare queste novità.

«Eve», chiamò il cocchiere del loro carro, «suonereste la mia canzone preferita? Così anche il nuovo venuto si farà una cultura e il viaggio sembrerà più breve», e sorrise all’indirizzo di Rios.

«Ottima idea, Dent»

Prese dai suoi bagagli una piccola lira, si schiarì la voce e, accompagnata dai due bardi, cominciò a cantare.

Dal nulla del buio, l’unione e la danza degli Elementi Primordiali creò l’Esistenza, viva e mutabile. E gli Elementi Primordiali vollero far esperienza di ciò che mettevano in opera: crearono gli uomini per poter vedere attraverso di loro. Attraverso i loro sensi avrebbero potuto vivere e sapere. Gli uomini, presa coscienza di ciò, si domandarono di quale Elemento Primordiale fossero figli, nell’eterna ricerca diretta a conoscersi. Da quella mutua ricerca nacque la curiosità dell'Uomo verso la propria nascita, la propria vita, il proprio significato nel mondo di cui faceva parte.

La canzone si spense sulle ultime note, lasciando il carro in un silenzio sognante. Quella pausa sembrò durare un respiro prima che fosse dato l’alt alla carovana. Era giunto il tempo della prima sosta lungo il viaggio. L’aria, fresca e frizzante a dispetto del sole già alto, spinse molti a dare una mano ad approntare la sosta per scaldarsi e sgranchirsi le gambe. I carri vennero sistemati in semicerchio, i cavalli slegati per essere liberi di brucare. Il bivacco venne approntato con notevole velocità e Bert poté mettersi subito dopo alle pentole. Evelyn si mise comoda, suonando con la sua lira una melodia tranquilla e molto suggestiva. Rios la guardò più e più volte: avrebbe giurato di aver visto quel suo strumento musicale brillare debolmente.

I suoi pensieri vennero attirati altrove del vociare di Bert che chiamò tutti per il pasto: pane abbrustolito, formaggio saltato in padella, strisce di carne salata accompagnate da uova, frutta secca. Il tutto innaffiato da un robusto vino speziato e da acqua fresca.

«La tua colazione è ottima come sempre, Bert», esordì uno dei viaggiatori, «potresti rivaleggiare con certe taverne del quartiere dell’Accademia. Ve ne sono alcune che possono saziarti per mesi, coi loro pasti abbondanti!»

«Quelle del Quartiere Diamante sono le migliori, secondo me, oppure le bettole al Quartiere della Dogana. Servono del pesce di fiume delizioso», aggiunse un secondo.

«Mai stati alla Locanda del Pugnale Rosso?», chiese Evelyn. Tutti gli sguardi di chi aveva riconosciuto quel nome si puntarono su di lei, quasi avesse nominato un pericolo reale e immediato. Rios fu attirato dalla strana reazione degli altri viaggiatori e si mise a seguire più attentamente, continuando a mangiare.

«Mia giovane amica», disse Bert, che evidentemente non credeva che il conto degli anni rendesse saggia una persona, «che io sappia, quella locanda è ancora chiusa. Si dice che Lady Fenice non ne voglia neanche sentir parlare!»

Evelyn sorrise maliziosamente. Rios fu certo che il discorso stesse andando nella direzione che la mezzelfa voleva. E di certo a lei piaceva stare al centro dell’attenzione e raccontar storie più di quanto il suo lavoro lasciasse già trasparire. «Ne sei sicuro?» aggiunse Evelyn, prendendo lentamente un sorso di vino.

«Certo, come sono certo che sto mangiando formaggio», rispose Bert, addentando la fetta appena tagliata dalla forma.

Evelyn si limitò a scrollare lievemente le spalle, ma guardò Rios con aria maliziosa. «E si sa nulla della Festa d'Inverno?», aggiunse poco dopo.

«Si, ma è stata spostata a Borgo Malpasso. C’è la possibilità che partecipino tutti e quattro i Primogeniti»

«E Milady?», chiese insistente la mezzelfa.

Bert fece spallucce. «Forse sì, forse no. I progetti di Milady sono segreti fino all’ultimo, come sempre» A sentire quella risposta Evelyn ammiccò complice all'indirizzo di Rios. Nel mentre, prese la parola il bardo con il liuto che li accompagnava nel viaggio prese la parola: «Ho sentito dire che da quando è morta Lady Fiamma, Milady è rimasta rinchiusa nella sua Torre Argentata, ricevendo solo i Primogeniti, a causa dei sensi di colpa»

«Beh, vorrei ben vedere!» aggiunse il suo collega. Un senso di imbarazzo sembrò calare sulla compagnia.

«Scusate, ma… I Primogeniti chi, o cosa, sono?», e a Rios parve di aver chiesto dove fosse il sole in quel momento.

Mentre gli altri lo guardavano, esterrefatti, Evelyn sorrise per la ghiotta occasione di poter mostrare le sue conoscenze.

«Hai prestato attenzione alla canzone di prima, quella sulla creazione del mondo? Gli Elementi Primordiali che, dall’inizio del mondo, vagavano tra le creature senzienti decisero di esplorare la loro creazione, piuttosto che fondersi con il mondo stesso, ma non possedevano un corpo per poterlo fare. Decisero di chiedere ospitalità a dei volontari, persone dal corpo e dallo spirito puri, così da potersi manifestare liberamente. Da allora le quattro persone prescelte diventano Primogeniti, ovvero i quattro Maestri Elementali: detengono i segreti del mondo e dei diversi elementi naturali che aiutano coloro che vuole sapere di più su di sé, e sul mondo, nella loro ricerca»

«Per le sottane di Ishir! Credo di capire perché sono giunto qui, allora!», e la colorita esclamazione, unita al sincero entusiasmo di Rios, strappò diversi sorrisi tra i viaggiatori.

Evelyn iniziò a decantare i nomi dei Primogeniti, ritmando le parole con l’indice della mano destra e puntando gli occhi in alto, cosa che Rios trovava affascinante. «Lady Fenice è la Primogenita del Fuoco, e prima di lei Lady Fiamma. Sir Turbine Bianco è il mio Maestro, nonché Primogenito dell’Aria. Lady Rosa Flora, la Primogenita più anziana di tutti, appartiene alla Terra. E infine il giovane Melk, Nuovo Primogenito dell’Acqua: uno degli Alchimisti dei Draghi, secondo nel comando della gilda solo a Milady stessa. Ignis, Aere, Terra, Aqua» Evelyn si fermò a prender fiato, poi puntò i suoi occhi azzurri dritti in quelli di Rios. «E Milady… lei è l’unione. I figli uniti generano la perfezione, la madre e il padre, il Quinto Elemento che protegge tutti. Tutti e cinque custodiscono segreti e poteri oltre l’immaginabile e solo pochi possono dire di averli visti trasformati in ciò che sono veramente. Sei venuto in queste terre a cercare il loro potere, Rios?», gli occhi di Evelyn scintillarono di curiosità.

«Il potere mi mette apprensione. Non sono il desiderio di subirlo o imporlo ad avermi portato qui, ne sono certo. Sto solo cercando il modo di…», soppesò le parole per cercare di spiegarsi al meglio «essere pienamente me stesso. Specie dopo quel che mi è accaduto a Istica, non più di tre giorni fa. Capire dove dirigere i miei passi, se vogliamo dire così. Non credo di voler vedere la vera natura di un Primogenito: a Salem la reazione più blanda verso la magia in ogni sua forma è una crisi di panico, credimi. Per cultura aborriamo la magia», e la sua espressione mutò, facendosi seria. Evelyn credette di intuire qualcosa, ma non lo diede a vedere.

«Eppure sei qui: combatti la tua stessa cultura?», chiese Evelyn. Rios scosse la testa, negando, e disse, con fare più sereno: «Qualsiasi ragione mi abbia portato qui, non mi dispiace affatto, però. Specie dopo questa fantastica colazione con questa fantastica compagnia. Complimenti ancora al cuoco!», e alzò il boccale all’indirizzo di Bert, presto imitato dagli altri. Non voleva proseguire oltre quel discorso. Non in quel momento.

Bert ringraziò alzando a sua volta il suo boccale. «Il viaggio è ancora lungo e presto arriveremo nella Piana del Ricordo, tra il Fiume della Regina e la catena montuosa di Duncan, dove soffiano venti freddi. Quindi bevete vino senza preoccupazioni: vi servirà a scaldare anima e ossa»

«Come si brinda, in queste terre? Credo ci starebbe bene», chiese Rios.

Evelyn alzò il boccale assieme agli altri due bardi. «Ode al Vento che ci rinfrescherà»; Bert ed altri viaggiatori alzarono a loro volta i boccali. «Ode alla Terra che ci sazierà» «Ode al Fuoco che ci scalderà», proseguirono alcuni dei rimanenti. Rimasero fuori dal brindisi solo Rios e un altro viaggiatore. Non portava armi con sé, tranne una cintura con molte tasche di cuoio, un’ampolla semplice e resistente a tracolla, e una sacca che tintinnava con rumore metallico ad ogni suo movimento. «Siamo rimasti solo noi guaritori. Concedimi l'onore di brindare assieme», disse a Rios. Poi, proseguì con vece ferma: «Ode all’Acqua che ci purificherà!»

«Ode all’Acqua, che ci purificherà!», fece eco Rios.

Finita la sosta la carovana ripartì e, come aveva preannunciato Bert, un forte vento freddo iniziò a soffiare sulla strada. Un’ampia valle di un verde acceso si allargò dinnanzi agli occhi dei viaggiatori, mentre imponenti montagne innevate coronavano, come gelidi signori invernali ammantati d’ermellino, ciò che i loro sguardi potevano abbracciare tutto intorno a loro. Una lingua argentata, un fiume largo e potente, scorreva alla sinistra della carovana. La strada ben presto raggiungeva la sua sponda e da lì proseguiva, accompagnandolo nel suo corso.

«Ecco il Fiume della Regina. È il solo fiume navigabile in tutto il Territorio del Nord e dai monti Eterni corre dritto all’oceano nel Territorio dell'Ovest», disse il cocchiere, indicando il maestoso fiume. Il rumore delle sue acque sembrava una melodia che li accompagnava per mano, in cerca del posto dove il Sole andava a dormire.

Il cocchiere proseguì. «Sereth si trova all’incrocio tra il Fiume della Regina e uno dei suoi affluenti più impetuosi, il Fiume Mercurio. Nasce tra le rocce dei monti Duncan, dove si trova il più grande e antico insediamento di nani dei Territori»

Evelyn applaudì entusiasta. «Ci sono un sacco di fantastiche storie su quelle montagne e i luoghi meravigliosi che esse celano! Dicono che il Piano delle Aquile abbia una vista mozzafiato e che proprio in quel punto l’Ancella del Fuoco abbia preparato il grande Cerchio Alchemico di Protezione per tutta la città di Sereth, usando l’ultimo raggio del sole su Fenice ancora in fasce! La Primogenita infante brillava d’oro e quando venne portata alla Festa dell'Equinozio d’Autunno le spuntò addirittura una coda di fenice dalle coperte in cui era avvolta. Oh, quanto avrei voluto essere là!»

«Quella sì che era una bella donna. Chissà perché l’elemento del Fuoco non ha mai scelto lei per reincarnarsi», commentò uno dei bardi.

A Evelyn non parve vero di poter mostrare il suo repertorio di storie così tante volte in un solo giorno. «L’ancella del Fuoco, la donna scelta per diventare Primogenita, aveva giurato fedeltà cieca a Lady Fiamma e fino all’ultimo aveva sperato nella sua guarigione. Il sacrificio estremo di Lady Fiamma durante la Battaglia della Piana fu l’atto conclusivo che fece giurare all’Ancella del Fuoco che l’unico suo conforto sarebbe consistito nel custodire i suoi segreti e rivelarli al successivo Primogenito, nel caso in cui esso fosse rinato» Il suo sguardo si fece malinconico nel ricordare quella storia lontana nel tempo. Proseguì, poco dopo essersi ripresa. «Ma Ignis, l’elemento del Fuoco, a causa dell’amore che ormai provava per quell'anima straziata, decise di farla rinascere per darle una seconda possibilità: chiese all’Ancella se sarebbe stata disponibile a sacrificarsi per la nascitura e lei, dopo il suo giuramento, acconsentì. Ignis abitò in lei fino al giorno dell’Equinozio, per dargli il potere di attivare il Cerchio di Protezione e infondere nella piccola tutti i segreti che l’Ancella aveva custodito nei suoi lunghi anni di servizio. Dopo quel rito, mentre nella piazza si festeggiava l’Anno del Fuoco, nella Torre di Rubino una bimba mezza fenice veniva messa a dormire, ignara che quella donna che l’aveva sempre cullata e protetta stava per svanire in lei. Nessuno sa di preciso cosa accadde in quel frangente, nessuno presenziò, o meglio», Evelyn prese fiato per riordinare le idee, «forse uno sì, ma meglio non chiedergli mai nulla a riguardo. Si suppone che Ignis abbia fuso l’Ancella e la piccola insieme e che quindi, in realtà, Fenice sia la stessa Lady Fiamma rinata»

«Non è possibile!», sbottò uno dei due bardi. «Ho visto lady Fenice e non è assolutamente come Lady Fiamma! No no no… o Dea! Forse è meglio che non lo sia, per certi versi: era una persona tutt’altro che raccomandabile, ma che sia la sua incarnazione? Non ci credo!»

«Mi dispiace, mio buon amico», disse Evelyn rivolgendosi a Rios e ignorando le illazioni del bardo, «ti stiamo raccontando vicende su vicende, e chissà che idea ti sarai fatto!»

«Mi sono di certo fatto un’idea più che concreta circa la mia ignoranza riguardo cerchi alchemici e storia del vostro mondo, ma è sempre un piacere ascoltare delle belle storie. Sempre. Heiker potrebbe confermarvelo. È il mio migliore amico, nonché un bardo sopraffino. Come te, ama la musicalità della sua voce», la schernì Rios.

«Se lo elogi così spero, un giorno, di conoscerlo per scambiarci materiale», rispose Evelyn, facendo finta di non aver colto la frecciatina, e proseguì. «Vuoi che continui? Di storie Sereth ne ha da raccontare»

Fin troppe. Ho la testa che mi scoppia, Pensò tra sé Rios

«Vediamo se ne ricordo qualcuna su Milady. Credo ti interesserà sapere qualcosa sulla persona per cui sei venuto, Rios»

«Cerca di raccontare quelle più equivoche prima di arrivare in città», sottolineò uno dei bardi, «Laggiù, anche le mura hanno le orecchie»

«Va bene, va bene», sbuffò Evelyn. «Quello che so su Milady è molto generico. Anche se è una persona che non passa inosservata è riuscita a mantenere il più stretti riserbo sulla sua vita. Si pensa che abbia quasi cinquant’anni, ma si suppone anche che usi qualche elisir che aiuti la sua longevità elfica, consentendole di mantenere l’aspetto e la prestanza fisica di una persona di vent’anni. Poi, che altro dire…» Evelyn si picchiettò l’indice sulle labbra strette, pensosa.

«Sì, questa la devi sapere», esordì qualche momento dopo. «Nacque tra gli elfi oscuri nei lontani Reami Nascosti, il luogo dal quale provengo anche io. Questo popolo si divide tra due culti principali: quello della Dea della Luna e quello della Dea delle Tenebre. I primi sono favorevoli al confronto con le altre razze, mentre i secondi predicano un assoluto isolazionismo, arrivando anche alle armi per difenderlo. Va da sé che tra i due gruppi non scorre buon sangue, anzi. Milady Morgana appartiene ai seguaci della Luna, e perfino la sua nascita fu un evento eccezionale, anche se ci volle del tempo per scoprirlo. Innanzitutto la madre morì subito dopo il parto, ma alle balie sembrò una cosa naturale. Nessuno, neanche l’Alta sacerdotessa del suo clan intuì ciò che era stato fatto alla piccola. In realtà, la Dea delle Tenebre aveva teso un bello scherzetto a sua sorella, la Dea della Luna, e aveva messo mano sull’anima della piccola. Milady crebbe, e divenne presto chiaro che il sacerdozio non faceva per lei: adorava le piante e i minerali, sapeva alla perfezione ogni ricetta erboristica, ma non riuscì mai a memorizzare neanche una preghiera, come invece ci si aspettava da lei. Fatto ancora più curioso: quella bambina irrequieta, durante tutta la sua adolescenza, non si ferì mai. Neanche una sbucciatura alle ginocchia, nonostante fosse sempre pronta ad azzuffarsi con gli altri, quelle rare volte che la si vedeva in gruppo con altri bambini. L’Alta Sacerdotessa della Luna decise di vaticinare il destino di questa giovane e consultando la Dea, capì cosa era accaduto: la sua anima era stata toccata dalla Tenebra. Nella visione, le mani di Milady uccidevano con il solo tocco. Volle cercare una conferma: chiamò a sé Morgana e la tagliò proprio qui», e indicò il palmo della mano sinistra, tracciando una riga con l’indice lungo tutto il palmo. «Ebbene: il sangue che sgorgò dalla ferita era verde come il muschio. Venne studiato immediatamente. La Dea delle Tenebre aveva manipolato la piccola ancor prima di nascere, trasformando il sangue in un veleno letale»

«Mi si gela il sangue nelle vene ogni volta che ci penso», disse uno dei bardi.

Evelyn annuì, dispiaciuta, per poi proseguire. «Milady, a quanto mi disse una delle guerriere della Dea della Luna, non fece una piega, se non qualche smorfia di dolore perché la ferita non si rimarginava. Il resto delle presenti cadde nel panico più totale. Più volte fu sussurrata la parola ‘eresia’. L'Alta Sacerdotessa decise, allora, di proteggere la piccola Morgana, e la tenne con sé a palazzo. Controllata notte e giorno, vegliata costantemente, ma mai prigioniera» Sentendo queste parole, Rios si passò una mano sugli occhi varie volte. Milady Morgana rappresentava un’eresia vivente, come lui lo era agli occhi del suo popolo.

Evelyn sembrò l’unica ad accorgersi del disagio di Rios. Riprese rapidamente le redini della storia, riportando l’attenzione su di sé, e allungò una mano, appoggiandola su quella di Rios. «Ma il peggio doveva ancora venire, per Milady e il suo clan. Durante una cerimonia in nome della Luna Milady fu rapita in seguito a un assalto mirato. Si sa solo di quel che accadde nei venti anni seguenti a quella notte: Milady Morgana divenne prima Lady della Casata Baenre, ottenendo il comando delle otto Casate Cadette del Clan delle Tenebre. Comandò con pugno di ferro, guidando attacchi feroci contro il Clan della Luna, contro i suoi stessi fratelli. Come fosse avvenuto un cambio così importante della sua personalità, non fu mai del tutto chiaro se non il giorno in cui, a seguito delle insistenti richieste di Morgana stessa, la Madre del Clan delle Tenebre le permise di continuare i suoi studi avanzati di alchimia a Sereth. Appena Milady mise piede nel cerchio alchemico rappresentato dalle mura della città, cadde a terra boccheggiante: l’incanto che l’aveva stregata per venti lunghi anni e l’aveva spinta contro il suo clan si sciolse come neve in estate. Morgana era di nuovo se stessa, nel luogo in cui aveva sempre voluto essere: la Città dell’Alchimia Superiore. Da quel giorno non fece più ritorno nei Reami Nascosti e si dedicò anima e corpo ad appagare la sua sete di conoscenza. Ci vollero quasi cinque anni di studi intensi, ma alla fine i quattro Primogeniti, grazie a Rosa Flora, scelsero lei come Quinta Essenza, aprendole infine l’ultima porta che le si parava davanti. Il resto, come si dice, è storia» Evelyn si strinse nelle spalle e si accertò, con uno sguardo, che Rios si fosse ripreso.

Il viaggio continuò tranquillo: le soste spezzavano il placido incedere della carovana man mano che questa si addentrava nella Pianura del Ricordo, tra le montagne Duncan. L’erba, di un verde brillante e vivo, accentuava il blu limpido del cielo del Nord. Le conifere tornavano a ricoprire parte del terreno e a diventare foresta fitta che si inerpicava su per le montagne. Dopo diverse ore, Evelyn esordì inaspettatamente con un «Ci siamo quasi», si coprì la testa con il cappuccio e si sporse leggermente dal carro.

«Guarda, Rios: da qui si possono vedere le mura!» Rios si sporse con lei. Ci mise un po’ per mettere a fuoco, e poi le vide: alte mura bianche si stagliavano all’orizzonte confondendosi nel paesaggio alpino. Immense, abbacinanti, un cerchio perfetto. Rios fece una faccia talmente stupita e incantata che Evelyn, guardandolo, scoppiò a ridere e si dovette sedere. «Mia Dea, come sei buffo! Lo stesso sguardo di un bambino!» Rios si imbronciò «Non è cosa di tutti i giorni vedere la città dell’Alchimia Superiore, Evelyn. Avrei voluto vedere la tua espressione la prima volta in cui hai assistito a questo spettacolo!»

«Scusami», rispose lei, asciugandosi le lacrime delle troppe risate, «credo davvero di aver fatto una faccia simile»

«Vedi? Avevo ragione», disse Rios

«Certo che ne hai: avrò avuto sì e no dodici estati», e riprese a ridere.

«Sei crudele, Evelyn»

«Suvvia: sto giocando! Fammi spazio: è tempo per una nuova lezione. Stavolta di geografia»

«Sì, maestra»

«Che bravo studente! Poi verificherò che tu sappia tutto, quindi presta attenzione» Evelyn si sistemò al fianco di Rios, il braccio teso fuori dal carro a indicare, mentre spiegava. «Sereth è stata costruita su un punto strategico, in modo da avere confini naturali invalicabili. Sulla punta più estrema della pianura del Ricordo, lì a est; circondata dall’acqua a sud dal fiume della Regina, a ovest dalla foce del fiume Mercurio e al nord dal corso del fiume Mercurio e dalle montagne Duncan. E lassù», indicò con il dito verso le montagne prima del fiume Mercurio, «la Rocca Alchemica! Guarda! Si vedono le guglie delle cinque torri. Nella torre più alta vive Milady Morgana»

La carovana proseguì il suo lento incedere nella valle; il suo dondolio monotono e il silenzio sul carro ebbero la meglio e Rios si appisolò, avvolto nel mantello.

Un lampo, una scia di luce e di nuovo buio.

Il volto di una donna, sofferente ma sereno.

Un grido, un boato.

Rios si svegliò di soprassalto, cercando di mettere a fuoco ciò che lo circondava. Evelyn gli prese la mano in un gesto rassicurante. «Tranquillo. Accade a tutti la prima volta»

Ancora quella frase? Diamine: bisogna passare per molte prime volte, qui a Sereth. Tutte spiacevoli, pensò Rios.

«Vieni», e lo tirò gentilmente per la mano fuori dal carro, fermo in un punto che sembrava essere uno spiazzo in aperta campagna, vicino alla strada.

Tutti, carovanieri e viaggiatori, erano scesi dalle vetture per avvicinarsi a quello spiazzo brullo e nero al cui centro sorgeva una statua di candido marmo opalescente. Rappresentava un uomo in fiamme e una donna abbracciati, le cui vesti fluttuanti partivano dal piedistallo e salivano a sorreggere i soggetti principali in una posizione peculiare: a Rios parve di capire che stessero volando.

Evelyn lo accompagnò un poco in disparte dalla compagnia stranamente silenziosa e iniziò a spiegare a voce bassa. «Questo è il luogo dove si concluse la Battaglia della Piana, di cui ti ho parlato prima. Il Clan delle Tenebre non dimenticò di certo di avere in Morgana una Lady Baenre, e conosceva la sua ultima posizione nota: Sereth. Le ricerche partirono quasi subito da qui. Non fu facile, ma riuscirono a infiltrare spie, anche in alti ruoli. Trovarono validi alleati in un gruppo di alchimisti i quali, tutt’ora, bramano il potere dell’Alchimia Superiore per i propri fini: con loro iniziarono a tessere piani per la conquista di Sereth. Dal Primogenito, Sir Mark, non si ebbero avvisaglie di sorta fino al giorno della battaglia: fu lui, infatti, il traditore che guidò l’esercito nemico. Morgana, forse intuendo il pericolo, si allontanò dalla città poco prima dell’attacco con la scusa di studi in luoghi nascosti, sperando di creare un diversivo per confondere i nemici che bramavano la sua morte. Ma la Dea delle Tenebre voleva distruggere la città che le aveva portato via la figlia prediletta. Il suo clan tentò innanzitutto di avvelenare studenti e maestri: la prima fu Rosa Flora, poi fu il turno di Sir Mark, il Primogenito dell’Acqua, e infine toccò a Lady Fiamma. Quest’ultima subì la sorte peggiore: il veleno destabilizzò l’equilibrio che c’era tra il corpo umano e quello elementale: un qualsiasi intenso stato d’animo della donna avrebbe sovra-stimolato e nutrito Ignis, ma avrebbe bruciato il corpo di Fiamma. Così il corpo elementale si annullò, riducendosi a una piccola fiammella. Sì, il corpo di Fiamma continuava a vivere, ma al minimo delle forze. Destabilizzato un elemento, il potere degli altri tre iniziò a scemare. E fu proprio in quel momento che venne sferrato l’attacco alla città. Bianco mi raccontò che Fiamma, avendo sentito rumori di battaglia, strisciò alla finestra e vide Sir Mark, suo fratello, comandare il nemico; raccolse le sue ultime forze e lo uccise con un incanto. Purtroppo, però, l’esercito era ormai alle porte e Sereth non era militarmente pronta. Fiamma supplicò il mio maestro, Turbine Bianco, di portarla in cielo proprio sopra l’esercito. Il corpo di lei stava perdendo il controllo, e Ignis con lei. Bianco pianse, e la pioggia cadde copiosamente mentre la sollevava in cielo sopra l’esercito. Poi, a un suo cenno, alimentò Ignis con aria fresca. L’elementale divampò attorno al corpo della donna in un abbraccio mortale. Caddero insieme in un’enorme palla di fuoco che si abbatté sull’esercito nemico, disperdendolo e salvando la città. La città ne uscì inespugnata, ma senza due Primogeniti e senza la Quinta Essenza, lontana e ignara, forse, di tutto»

«Le storie di sacrifici non sono nuove, ovunque si vada. Ma non ci si fa mai l’abitudine», disse Rios, congiungendo le mani davanti al viso. Rimase immobile per qualche respiro, pregando Ishir. Fu sicuro di sentire la familiare sensazione di calore, che era solito provare usando il suo potere curativo, attraversargli il corpo. Si passò una mano sugli occhi, commosso da quell’inaspettata carezza all’anima.

La carovana ripartì poco dopo nel più completo silenzio, in direzione delle mura della città, continuando a fiancheggiare il Fiume della Regina. Su di esso, barche grandi e piccole navigavano placide a vele spiegate, ognuna con la propria rotta, ognuna con il proprio porto da raggiungere. Rios, non abituato a barche così grandi, si affacciò per osservarle meglio. Quasi subito, un enorme muro candido gli bloccò la vista: stavano entrando a Sereth. Rios seguì con lo sguardo la parete in direzione dell’interno: l’ingresso era lungo non più di dieci passi, e a metà due enormi porte di metallo scintillante, cesellato con incredibile maestria, si stavano aprendo per lasciarli passare.

Appena la carovana ebbe oltrepassato le mura, le porte si richiusero. Nello stesso istante, Rios sentì un’enorme pressione sul petto, come se le porte, chiudendosi, avessero compresso così tanta aria al loro interno da poterlo schiacciare.

«Respira», ammonì Evelyn. «Respira con calma. Sei dentro un Cerchio Alchemico, la concentrazione di potere qui è tremenda. Tieni stretto il tuo lasciapassare e cerca di entrare a far parte del cerchio stesso. Lascia che il potere degli elementi ti pervada e che il tuo elemento si unisca al suo Primogenito»

Rios non seguiva più ciò che la mezzelfa gli stava dicendo: la pressione gli annebbiava la vista, le orecchie gli ronzavano come api impazzite e si sentì sprofondare.

Era in ginocchio sul terreno nudo. Piccoli sassi che rendevano doloroso mantenere la posizione, ma non si mosse comunque. Era lontano da casa, chiamato su quel mondo per aiutare Onofrius. Avrebbe fatto qualsiasi cosa, pagato qualsiasi prezzo, per essere utile al suo Guardiano, perché lui poteva riportare la pace fino a Salem. Ed era quello che la figura in ginocchio desiderava più di ogni altra cosa. Era già stato nel cortile di quella rocca, un anno prima. Proprio lì aveva ricevuto quel marchio che lo spingeva a fare cose orribili alle persone a cui voleva bene, ai suoi compagni d’arme. E ora, un anno dopo, era in ginocchio a raccogliere in sé altri nove di quei marchi per una possibilità in più. Un azzardo che lo avrebbe ucciso o che sarebbe divenuto speranza contro il Re e contro il Nexus. Era certo della sua scelta, determinato a proseguire, ma poi il circolo rituale si chiuse, la magia si addensò e la volontà vacillò per un istante. Volti amici, che avevano tentato di dissuaderlo più e più volte, lo guardarono preoccupato. Luther Leviathan sembrava quasi voler correre dentro il cerchio, rischiando di farlo implodere: la Fiera che risiedeva in lui sembrava dimenarsi in gabbia. Boris Bjornesson, il suo solito cipiglio serio dipinto in volto, osservava in silenzio. Lo aveva ammonito più di tutti, chiamandolo anche con il suo vero nome. San Liu Kahn, impassibile e ieratico, passava le dita tra i semi rotondi della sua lunga collana, mentre si appoggiava alla sua lancia: aveva la stessa espressione quando, poco prima, lo aveva apostrofato come uno sciocco, per quel tentativo così pericoloso. Ebbe solo il tempo di pensare che avrebbe dovuto ascoltare i loro consigli, quando il patronus lo toccò: fu come esplodere in una miriade di schegge di dolore. Il corpo si paralizzò all’istante, la mente tentò di chiudersi in sé aspettando che il dolore scemasse. Ma il patronus lo toccò una seconda volta e il dolore ricominciò, più acuto di prima. Urlò. Pianse. Chiese aiuto alle fenici, al suo Guardiano. Nessuno si fece avanti. Non potevano. Lui stesso aveva chiesto di non essere aiutato. Il terzo tocco arrivò, accendendo nella mente dilaniata un nuovo tipo di dolore: l’attesa del prossimo marchio. Il quarto sembrò spaccargli il cuore e strappargli l’anima.

Smise di contare, smise di aspettare, smise di sperare: non desiderava altro che la morte.