La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 2 Onnigrafo Magazine

La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 2

La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth, parte 2

«Ricordatevi che la carovana partirà tra un’ora», gridò la taverniera Irma all'indirizzo di Rios e Evelyn, salutandoli dalla soglia. «Ehi, Eve! Accompagnalo dal comandante, altrimenti non arriverà mai dove vuole!»

Evelyn, voltandosi a salutare Irma, rise con una risata musicale, cristallina.

«Devi avere ancora il tuo lasciapassare, giusto? Bene bene. Vediamo di che pasta sei fatto!», disse, rivolgendosi a Rios. Cosa intendeva? Rios accantonò il pensiero nella sua personale cassa mentale del “devo saperne di più”, insieme al dove, come e perché fosse in quel luogo.

«Grazie ancora per esserti offerta di accompagnarmi. E soprattutto per…» L’imbarazzato Rios non proseguì oltre. Per quanto avesse cercato nelle scarselle, non aveva un soldo bucato.

«Averti offerto la colazione? Figurati. Ho guadagnato bene con le mance, ieri sera, e volevo parlare con qualcuno»

La mezzelfa si diresse verso un edificio di pietra, piccolo e funzionale. Sulla porta fece passare avanti Rios, poi entrò a sua volta. Si trattava, a un primo sguardo d’insieme, di un corpo di guardia semplice ed ordinato, nello stile militare che era noto anche a Rios. “A quanto pare i militari sono uguali ovunque”, pensò.

Un uomo sulla sessantina, capelli e baffi bianchi ben lisciati, attendeva i nuovi arrivati come lui. Sulla scrivania di foggia rustica c’erano un bel boccale di vino speziato appena fatto, una bottiglia di spesso vetro verde, un calamaio, un pennino e un grande libro con la copertina di cuoio.

Rios tese una mano verso l’uomo seduto. «Salute a voi. Mi chia…»

«Ah, ecco l’ultimo avventore. La ronda uscente di ieri sera mi ha parlato di voi. Benvenuto al Borgo del Crocevia. Il mio nome è Sir George e sarò io a forgiare il vostro lasciapassare. Non dovrete mai perderlo e avrete l’obbligo di mostrarlo a chiunque ve lo chieda. Non cedetelo o falsificatelo, o sarete punito con il carcere» Nel cantilenare queste regole come chi è abituato a farlo molte volte al giorno, Sir George tirò fuori da un cassetto della scrivania un dischetto di metallo attaccato a un laccetto di cuoio e una ciotola, che riempì con cura con il liquido cangiante e oleoso contenuto all’interno della bottiglia. «Tenete: immergete questo nel liquido e siate voi stesso», aggiunse all’indirizzo di Rios. “Chi altro dovrei essere?”, pensò lui.

Evelyn si avvicinò per sbirciare sopra la sua spalla: «Adoro vederlo fare!»

Prendendo il disco e immergendolo, un brivido di ansia gli percorse la schiena. Per istruzione e cultura era sempre stato diffidente verso la magia, nonostante fosse in grado di percepirla fisicamente, ed in quel caso, pur non volendo, poté sentire la potenza di quella stregoneria come un formicolio sulla pelle. Quasi subito, nella sua mente si susseguirono mille immagini senza un ordine logico, ma una in particolare si ripresentò più e più volte:la sensazione che ogniqualvolta provava usando il suo potere curativo, cento volte maledetto ed altrettante benedetto. Immagine e artefice si fusero, dando significato l’uno all’altra. Riprese a respirare regolarmente, focalizzandosi su quella sensazione. Il liquido cominciò a muoversi attorno al metallo, come se lo stesse manipolando.

«Ben arrivato a Sereth!», disse Evelyn, dopo alcuni attimi, mostrando a Rios un ciondolo dello stesso metallo di cui era fatto quello che aveva immerso nel liquido: sembrava smaltato di bianco, di forma triangolare, con la punta rivolta verso l’alto e finemente cesellato di rune. Lo sguardo di Rios, allora, si volse alla ciotola, mentre estraeva lentamente il pendaglio ricoperto del liquido scuro. Sembrava aver cambiato colore anch’esso. Prima di poterlo vedere per bene, Sir George lo prese tra le mani protette da guanti di spessa pelle, lo esaminò e lo passò in un piccolo secchio ai piedi della scrivania, da cui uscì un lieve sfrigolio, un vapore stranamente azzurrino. Continuando ad esaminarlo, aprì il grande libro di cuoio e prese dal fondo un foglio di pergamena che compilò e sigillò con la ceralacca.

«Messer Rios, se ho letto bene il suo nome, questo è il suo lasciapassare», gli tese il pendaglio, «e questa verrà consegnata alla guardia cittadina per essere registrata», disse, appoggiando la pergamena sigillata sulla scrivania. «Nella malaugurata ipotesi in cui lo perdeste avvisate immediatamente la guardia cittadina, mi raccomando. Di nuovo benvenuto a Sereth» Si alzò dalla scrivania, si sporse, strinse la mano di Rios in segno di benvenuto e si inchinò leggermente nel fare il baciamano a Evelyn.

Delle due l’una: o stava impazzendo, o il tizio del lasciapassare era un mago davvero molto potente. Barcollò fuori dall’edificio come in trance, guardando meglio la piastrina che teneva in mano: un triangolo smaltato di verde, istoriato di finissime rune di cui non comprese il significato, tanto gli sembrarono aliene. Che vi fosse scritto il suo nome?

«La carovana è già arrivata», gli ricordò Evelyn, distogliendolo dall’ennesimo dubbio che questo mondo sembrava regalare a piene mani. «Se hai oggetti in taverna ti consiglio di prenderli: Bert, il capo carovana, non attende nessuno! Ci aspetta un viaggio di otto ore, soste comprese. Per fortuna il pranzo è cucinato dallo stesso Bert. Quell’uomo, con un fuoco da campo e ingredienti freschi, è una leggenda. In più, se vorrai, avrò il tempo di rispondere a qualche tua domanda su Sereth» Detto questo, si mise a saltellare come una bimba in direzione della carovana, dove una mezza dozzina di persone erano occupate a caricare vettovaglie, rifornimenti e missive.

“Qualche domanda? Ne ho una decina e vorrei avere la risposta di tutte contemporaneamente”, pensò Rios, mentre si metteva il ciondolo al collo. Il brivido dato dall’incanto, adesso, era gradualmente scemato: ora portava al collo un semplice monile, per quanto ne sapeva. Si diresse anche lui verso la carovana, non avendo null’altro se non spada, scarselle, il mantello verde, gli indumenti neri che indossava e la sua borsa di cuoio marrone chiaro a tracolla. Evelyn, nel frattempo, tirò fuori dai suoi bagagli un mantello azzurro foderato di pelliccia bianca, vi si avvolse e salì nell’ultimo carro coperto in fondo alla carovana. Fece cenno con la mano a Rios di sedersi accanto a lei. Sul carro c’erano gli altri due bardi, ognuno con rispettivi strumenti e bagagli, che avevano allietato la nottata in taverna la sera prima. Il resto dei viandanti, una decina, ad occhio e croce, si divise sugli altri due carri coperti, dividendo il posto con vettovaglie, casse e oggetti impacchettati.

Bert, il capo carovana, un signore maturo ben pasciuto, biondo e dall’aria bonaria, continuò ad entrare nel posto di guardia, uscendo dopo poco per controllare se ogni pacco e ogni viandante fosse dove lui voleva, lanciando qualche grido ai suoi aiutanti e rientrando. Dopo un discreto numero di andirivieni si fermò appena fuori dalla porta del posto di guardia, appoggiò le mani sui fianchi ed urlò: «Carovana per Sereth pronta a partire!», e si sistemò a cassetta sul primo carro.

La carovana cominciò a muoversi; nel frattempo, Evelyn e i suoi amici bardi iniziarono una fitta discussione alla quale Rios non seppe partecipare. Fu attirato dal paesaggio che iniziò a scorrergli placido davanti agli occhi. Forse poteva scoprire di più semplicemente guardandosi intorno. «Sì, di certo sarà così», si disse, mentendosi quel tanto che bastava per non dover avere a che fare con la sua timidezza.

Il Borgo di Crocevia era circondato da una cinta muraria e due enormi porte, poste lungo la stessa strada, perfettamente dritta, ne custodivano l’entrata e l’uscita. Oltre la taverna altri sei edifici, tutti di pietra chiara, sembravano sonnecchiare sotto la luce delle prime ore del mattino.

Appena usciti tutti i carri le porte si chiusero dietro di loro. Il paesaggio che stavano percorrendo era tipicamente di montagna: alla loro destra una grande pianura verde, alla loro sinistra alberi di conifere coprivano lo spazio tra la strada che stavano percorrendo e i monti. Agli occhi di Rios tutto ricordava Salem, casa sua, pur essendo diverso.

Evelyn, finito di parlottare coi bardi, si rivolse a Rios. «Allora, da cosa vuoi cominciare?»

Rios si sentì sollevato nel poter finalmente fare domande. «Il problema è proprio scegliere da dove iniziare. Il modo in cui sono arrivato, per esempio. Ho usato il portale che il mio guardiano ha aperto per riportarmi al mio mondo e invece mi ritrovo qui. Hai detto che è questo luogo che ti accetta se cerchi qualcosa, e io me ne sono andato da Istica pensando a Lady Morgana. Puoi parlarmene?»

«Guardiano? Portale? Vieni da un mondo interessante, a quanto pare; avrai anche tu da raccontare qualcosa. Bene bene. Lady Morgana? Se non conosci Sereth come fai a conoscere Lei?»

«Chiedendo in giro, mi è sembrato di capire che fosse un personaggio di spicco nel mondo in cui mi hanno chiamato a combattere. Sono rimasto affascinato dal suo pensiero. Mi sembra di capire che sia molto importante anche qui»

«Mai dire una frase del genere a Sereth! Ti prenderebbero in giro. Comunque», prese un bel respiro: «Lady Morgana Baenre Quinta Essenza, Quinta Maestra del suo Ordine, Maestra della grande Accademia Alchimisti, Erede e Custode dei Segreti del Primo Alchimista Hermes Trimegisto», recitò a memoria.

«Ah. Temo di essermi ficcato in qualcosa molto più grande di me», rise, «ma oramai sono qui e per andarmene credo proprio di dover parlare con Lady Morgana Baenre, vero?»

I tre bardi non seppero trattenere una risata. Evelyn dopo poco aggiunse «Vedi, mio buon amico, hai scelto un compito assai arduo. Sia che tu voglia desiderare la conoscenza, un oggetto o una persona che Sereth racchiude, se il tuo cuore lo vuole sul serio, essa ti condurrà da lei. Ma andiamo per ordine»

Uno dei due bardi srotolò una pergamena, e vide che il disegno assomigliava vagamente a qualcuno dei segni sul suo lasciapassare; Evelyn iniziò a indicare vari punti su di essa. «Questa è Sereth, la città-stato del Territorio del Nord. Venne fondata secoli fa da Hermes Trimegisto, un saggio studioso che si fermò in questa parte del mondo negli ultimi anni della sua vita per realizzare la sua Grande Opera. Sereth, come puoi vedere, è racchiusa dalla sua cinta muraria perfettamente inscritta in un cerchio. È alta metri e metri ed è perfetta al millimetro. Hermes, per dirla in modo semplice, ha applicato le prime leggi dell’alchimia su di una città, infatti questo disegno è la riproduzione esatta di un Cerchio Alchemico dell’Equilibrio. Quando il cerchio venne chiuso e gli edifici chiave posti nell’esatta posizione, i testimoni del tempo raccontano che vennero pervasi da una forza invisibile, pura, che li fece sentire come se fossero appena nati. Hermes non assistette al completamento totale della sua città, ma adepti fidati, tra cui il primo Maestro dell’Accademia degli Alchimisti, completarono il lavoro e ordinarono ai primi reggenti di giurare in loro nome, e per i posteri, di non toccare alcuna pietra, per il bene e la ricchezza della stessa città. E così fecero per secoli e secoli. Hermes venne seppellito al centro del Cerchio Alchemico, in un monumento chiamato la Tomba Smeraldina, creata con lastre su cui, per suo volere, vennero incise le regole e il giuramento degli Alchimisti. Sereth non fu mai attaccata durante le guerre tra i diversi Territori, anzi, ebbe sempre un ruolo diplomatico molto forte, ma come è giusto che sia nel grande cerchio della vita, anche tempi bui si abbatterono su questa città. Credimi, mio buon amico, chiunque, perfino tu stesso, penserebbe che sia stata colpa di Milady, per via della sua natura, ma il suo arrivo in città in quel periodo non fu esattamente dei più sbagliati. Lei desiderava la conoscenza, ma anche la libertà dal mondo oscuro che l’aveva incatenata. Superando diverse vicissitudini è riuscita ad arrivare al comando della stessa città» Evelyn scrutò lo sguardo di Rios, per vedere se fosse tutto chiaro.

«Natura di che genere?»

«Milady Morgana è un’elfa oscura che è diventata Quintessenza dell’Equilibrio Alchemico»

«Diamine», disse sottovoce Rios, stupefatto. «Chi ha sete di conoscenza qui avrà di che bere per molte vite, e mai una bevanda mediocre»