La Stella di Salem, Capitolo 2: Sereth la Bianca, parte 2 - Fiamma Onnigrafo Magazine

La Stella di Salem, Capitolo 2: Sereth la Bianca, parte 2 - Fiamma

La Stella di Salem, Capitolo 2: Sereth la Bianca, parte 2 - Fiamma

Un delizioso profumo di dolci e lo scalpiccio sulle assi di legno del pavimento provenienti dalla sala da pranzo convinsero Rios a uscire dal torpore nel quale era sprofondato. Era nel letto della stanza che Tanja gli aveva messo a disposizione. Era già mattina, a giudicare dalla luce che filtrava dalla finestra attraverso gli scuri accostati. Il sogno che stava facendo pochi istanti prima, e che si era ripetuto un po’ per tutta la sua vita, cedette il passo alla curiosità di capire come fosse arrivato nel letto. Che Tanja lo avesse accompagnato e aiutato a spogliarsi?Questo sì che è qualcosa di cui vergognarsi. Bella prova, vecchio mio: sai renderti ridicolo in modi incredibilmente fantasiosi,pensò mettendosi a sedere. Sulla sedia notò che erano stati sistemati con cura dei vestiti puliti: una casacca bianca di lana e pesanti braghe lunghe di colore verde.

Rios si sciacquò il sonno dal viso e si cambiò velocemente: il profumo che proveniva dall’altra stanza era irresistibile quasi quanto il bisogno di scusarsi con la sua ospite per la scortesia dimostrata nell’addormentarsi davanti a lei.

Quando entrò nella sala, sul tavolo notò due tazze di latte e dolci a volontà, mentre nell’aria l’odore di orzo appena fatto si accompagnava a quello della sfoglia e della crema.

«Buongiorno, giovanotto!»

«Buongiorno, Tanja. Mi scuso per ieri sera: credo di essermi addormentato, ma non ricordo di essere andato a letto da solo. Strano»

Mentre Tanja era indaffarata nelle faccende di casa, Rios notò Evelyn intenta a studiare alcune pergamene mentre tamburellava con il pennino sul tavolo. La mezzelfa borbottò un pasticciatobuongiorno. «È arrivata la lista delle commissioni per Bianco» aggiunse.

«Serviti pure» intervenne Tanja, «e comunque non scusarti: il tuo primo giorno a Sereth è stato movimentato»

«Movimentato, ma piacevole. Grazie della colazione, Tanja. Evelyn: iniziamo subito. Prima è, meglio è»

«Se volevi visitare Sereth, hai un modo strano ma efficace per farlo» disse Evelyn senza staccare gli occhi dai fogli che aveva davanti.

«Sono tutto tuo. Dimmi pure»

«La festa più importante di Sereth è sicuramente quella dell'Equinozio di Autunno, quando i quattro Primogeniti si passano il testimone e inizia così un nuovo ciclo. È stata una grande cerimonia in cui i cinque Elementali si sono mostrati, come ogni volta, per quello che sono. Il periodo di passaggio tra i cicli dura fino alla Festa d'Inverno, che sarà tra sei giorni. Di solito è solo l’elemento in carica a partecipare. Quest’anno toccherebbe a Rosa Flora, la Primogenita della Terra, ma a quanto pare, per problemi personali, è indietro con i preparativi. Bianco si era offerto di aiutarla, ma preferisce delegare per motivi impellenti» Evelyn parve infastidita dalla sua stessa affermazione. Tanja borbottò qualcosa dalla cucina: è evidente, visto il tipo di persona, che i suoi motivi impellenti potevano avere varie forme, ma tutte ugualmente di genere femminile.

«Il cerchio alchemico non ci riguarda direttamente. Dobbiamo solo recuperare, per conto di Bianco, le cinque pietre rituali necessarie presso la Fabbrica Mineraria. Vedremo il resto delle faccende mano a mano che spunteranno perché saranno legate alle pietre stesse. Sei pronto?» La mezzelfa si alzò, anche lei vestita di abiti freschi di bucato e ben imbottiti. Riempì rapidamente lo zaino con il necessario: la lettera di Bianco in carta pergamena decorata e un medaglione simile ai lasciapassare, ma di diametro maggiore.

Rios vuotò rapidamente la sua ciotola e si alzò. «Sono pronto. A presto, Tanja»


L'aria del mattino, umida a causa della vicinanza del fiume, schiaffeggiò il volto di Rios appena uscirono dal palazzo, cancellando le ultime tracce di sonno dal viso del taumaturgo. Le signore che il giorno prima erano intente a rammendare adesso stavano sulla strada a spazzare il proprio angolo di casa, intente a discutere di cosa fare per pranzo o a scambiarsi chiacchiere di quartiere. Evelyn prese subito un buon passo guidando Rios attraverso nuovi vicoli di Sereth la Bianca. Rios cercò di tenere l’andatura al meglio delle sue non proprio eccelse abilità fisiche. Poté leggere un solo cartello su cui campeggiava la scritta “Piazza del Campo dell’Oro” che indicava un ingresso attraverso le mura interne. Appena varcata la porta una coppia di guardie, una con la tabarda blu e una con la tabarda nera, li chiamò per controllare i lasciapassare. Evelyn mostrò il suo quasi d'istinto e con una certa impazienza.

«Stia ferma, per favore» intimò la guardia nera; coprì la mano della mezzelfa con le sue. Il cerchio bianco tremò per qualche secondo e poi venne riassorbito.

«Che strano…» si lasciò sfuggire. Riprese le mani della mezzelfa tra le sue, il cerchio ripeté il comportamento anomalo di prima. «Fermatevi qui, Milady. Messere, il vostro lasciapassare»

«Eccolo» Rios guardò Evelyn, «Tutto bene?».

Evelyn sembrò sicura di sé ma non proferì parola, e neanche lo guardò.Da quando ha incontrato Bianco, Eve ha qualcosa di strano. Vai a capire cosa, però.

La guardia prese la mano di Rios con il lasciapassare: il cerchio brillò, tremò e si spense, come era successo alla barda. Facendosi sempre più seria in volto, la guardia chiamò un collega, evidentemente più esperto, e ripeté il gesto di controllo per mostrare al nuovo arrivato la reazione insolita. Guardando i due negli occhi chiese: «Siete entrati in contatto con oggetti o persone particolari, negli ultimi tempi?».

Senza pensarci un attimo Rios prese la parola prima di Evelyn. «Siamo stati reclutati da Messer Bianco per alcune incombenze da sbrigare in sua vece. È questo ciò che intendevate?»

Le guardie non parvero convinte dalla storia. La taciturna guardia anziana vestita di nero fece cenno a quella più giovane, la quale si diresse verso un drappello di suoi colleghi poco distanti, per avvertire di un possibile problema.Iniziamo subito bene, a quanto parepensò Rios.

«Potete provarlo?» disse.

Evelyn estrasse dallo zaino la pergamena e il medaglione. Mentre la guardia in blu controllava la pergamena, quella in nero esaminò il medaglione.

«Per favore: ridatemi i lasciapassare»

La guardia nera prese il lasciapassare di Rios, lo incastonò nel medaglione di Bianco con una facilità che avrebbe fatto pensare all’unione di due pezzi dello stesso oggetto, poggiò il tutto nella mano di Rios e prese la mano del taumaturgo tra le sue. Come le altre volte, un piccolo cerchio alchemico brillò dall'intreccio delle mani: era verde, e aveva simboli alchemici che Rios credeva essere suoi, ma fu quasi istantaneamente circondato da un più ampio cerchio di colore bianco che integrava, espandeva e completava il cerchio del lasciapassare. La guardia porse il lasciapassare a Rios e passò a Evelyn. Incastonò il lasciapassare di lei nel medaglione e controllò: il cerchio che ne scaturì fu completamente bianco. Le rune parvero slittare sulle linee evanescenti a formare un cerchio estremamente complesso, in cui Rios non poté più distinguere il cerchio di Evelyn da quello di Bianco che lo conteneva. La guardia in blu prese nota dell’accaduto su un piccolo libriccino preso dalla scarsella, proprio come aveva fatto Sir George al Borgo del Crocevia.

«D'ora in poi dovrete mostrare i vostri lasciapassare assieme a quello del Primogenito. Vi prego di fare attenzione, se non siete pratici di Sereth: stando alla lista di Messer Bianco dovrete andare in luoghi non molto amichevoli. Avvertiremo gli altri posti di guardia»

Evelyn annuì, visibilmente più serena. «Grazie per l'informazione. Un'altra cosa: qual è la strada più veloce per raggiungere la Fabbrica Mineraria?»

«Dovrete passare per la Piazza del Campo dell'Oro e andare verso nord, sulla destra troverete l'accesso al Quartiere degli Artigiani. La Fabbrica è un'immensa struttura al limitare del Quartiere, verso il Fiume Mercurio. È una bella camminata, da qui»

«Allora sarà il caso di metterci subito in cammino, se ora possiamo andare. Grazie delle informazioni, messere» Evelyn salutò distrattamente con la mano e si allontanò.


La coppia riprese il proprio cammino seguendo le indicazioni della guardia. La struttura degli edifici mutò ancora una volta. Rios, un occhio sulla barda che zigzagava tra la gente come in un balletto ben congegnato e uno rivolto allo spettacolo della città che si dipanava di fronte a lui, notò che gli edifici che ospitavano case e botteghe erano di liscia pietra bianca: nonostante i vicoli fossero più stretti rispetto alle altre parti della città, la fioca luce che arrivava a riflettersi sui muri di pietra illuminava i vicoli stessi di un'incantevole aura soffusa. Rios fece appena in tempo ad accorgersi di questo efficace e semplice espediente che Evelyn lo tirò per il mantello, guidandolo in una strada più ampia percorsa da carrozze e carri. Un possente muro semicircolare più alto degli edifici che si trovavano nelle vicinanze costeggiava il lato opposto della strada.

«La porta» cantilenò Evelyn mordicchiandosi il labbro inferiore, «dov'è la porta? Eccola!» e indicò un arco, l’ingresso di una lunga galleria che si addentrava perpendicolarmente al cerchio delle alte mura. Sopra l’entrata, una scritta: “Campo dell’Oro”. Evelyn non perse tempo e si buttò nella penombra del passaggio.

La galleria conduceva a uno spazio interno, curvo come la strada appena lasciata, gremito di gente proveniente dai luoghi più disparati. Negozi, bancarelle, semplici tappeti sistemati a terra con sopra mercanzia di ogni genere: un coacervo di odori, colori, voci che faceva girare la testa per lo smarrimento. Tanto, troppo e tutto insieme. Rios si sentì tirare per la manica e si abbandonò a quel gesto appena vide la mezzelfa continuare sicura verso una nuova galleria che si apriva di fronte all’accesso dal quale erano giunti. Il nuovo passaggio li portò all’aria aperta, all’interno delle mura, che ora apparivano per quel che erano veramente: un monumento colossale come Rios non ne aveva mai visti nella sua vita, perfettamente circolare, che racchiudeva un cortile interno smisurato. Massicce costruzioni erano armoniosamente inglobate nella struttura: una cattedrale con il suo convento, un corpo di guardia e una torre che ricordava una meridiana. Tra questi, su due diversi livelli, ancora botteghe della più diversa natura, ordinatamente affacciate verso l’interno. Nell’esatto centro della piazza svettava, sulla folla oceanica che la riempiva, la statua di un uomo anziano dalla fluente barba e dalla tunica voluminosa, alta quasi quanto le mura stesse. Ai piedi della statua un’aiuola curata e ricca di piante di ogni tipo disegnava volute di colori sapientemente studiate, tutte comprese in un reticolo di viottoli delimitati da pietre squadrate, finemente istoriate da glifi. Nel piedistallo che la sorreggeva si apriva un’entrata munita di transenne. Il taumaturgo si voltò da dove era giunto, poi tornò a guardare la piazza e la statua: non seppe dire altro che «Incredibile».


«E adesso?» chiese Rios. Non ottenne risposta.

«Evelyn?» Si voltò in cerca della mezzelfa, senza riuscire a vederla.Perfetto: sono fregato. Un bel respiro e pensiamo al da farsi con calma. In che direzione è andata l’ultima volta che l’ho vista? Verso la statua, giusto? Appena si renderà conto che non ci sono si fermerà per cercarmi.

Rios si tuffò poco convinto nel marasma di persone che lo circondava, cercando di andare il più possibile in linea retta verso l’imponente figura di pietra. La folla sterminata sembrò chiudersi su di lui, sballottandolo a destra e manca e facendogli mancare il respiro. Con la coda dell’occhio gli sembrò di scorgere il blu di un mantello vicino all’arco transennato che si apriva ai piedi della statua. Iniziò a correre incurante del resto, cozzando contro i passanti, scansandoli in malo modo. Tuffarsi nella galleria scavalcando la transenna fu un sollievo immediato.


Attenti occhi verdi seguirono la scena mischiati tra la folla. Dal cappuccio bordato di pelliccia della tunica blu scuro intessuta di ricami dorati spuntavano capelli ricci e castani, spruzzati d’argento. La figura incappucciata sorrise, sotto i folti baffi della barba castana che incorniciava il volto ben delineato, nel vedere quel mantello verde scansare gente per guadagnare l’arco sotto la statua, mentre spostava il peso da una gamba all’altra per non perdere il contatto visivo nell’enorme folla che riempiva lo spiazzo. Si aggiustò la tunica intorno alla vita e prese a camminare nella stessa direzione, lo sguardo fisso su quell’uomo appoggiato al muro che riprendeva fiato e si guardava intorno, cercando evidentemente qualcuno. Lo vide chiudere gli occhi, staccarsi lentamente dalla parete e voltarsi, sempre con le palpebre abbassate, verso l’interno della galleria. L’uomo in blu chiuse gli occhi senza smettere di camminare per il tempo di un paio di passi. Prese a muoversi più rapidamente. Non doveva farsi vedere, su ciò erano stati tassativi, ma doveva agire subito o sarebbe stato tutto inutile. Non lo avrebbe permesso.


Rios gettò uno sguardo abbastanza preoccupato tra la folla che andava e veniva, la schiena appoggiata alla parete interna della galleria che scendeva rapidamente nella penombra del sottosuolo; si sistemò il mantello verde oltre le spalle per far sì che l’aria fredda gli schiarisse le idee: doveva ritrovare Evelyn oppure pensare a un modo per tornare da Tanja. Di certo lo avrebbe cercato anche là, prima o poi. Chiuse gli occhi e iniziò a controllare il respiro, più per abitudine che per necessità, focalizzando la propria attenzione su ciò che percepiva intorno a sé e, come sempre, i primi lampi di colore visualizzati lo lasciarono sorpreso, anche se erano letteralmente migliaia le volte che aveva fatto quell’esercizio di autocontrollo sotto la guida del suo mentore. I lampi divennero luci nebulose, poi forme umanoidi distinte: vedeva, a occhi chiusi, l’energia vitale che ondeggiava come una cangiante fiamma multicolore nei corpi delle persone che camminavano a qualche metro da lui. Percepire la folla in quella maniera lo rassicurava e sgomberava la sua mente dalle preoccupazioni. Notò, mano a mano che si lasciava coinvolgere da quella visione, che c’era ben altro, al limitare della sua percezione: un’aura di colore verde permeava l’aria intorno a lui. Adesso poteva quasi percepirne il caldo abbraccio sulla pelle. Cercò la fonte, sempre con gli occhi chiusi, come quando da bambini si gioca a mosca cieca e si cerca di orientarsi attraverso i rumori o il vento. Si girò verso ciò che credeva essere l’interno della galleria e vide (o, sarebbe meglio dire, sentì), in quel particolare stato sinestetico in cui si trovava, un bagliore pulsante sotto di lui. Si sentì trascinare verso quella luce verde come una foglia viene trascinata da un fiume verso una cascata, la sua volontà si frantumò in mille schegge impazzite rivolte ognuna verso quel centro verde, pulsante, vivo, verso quel tutto. Fu in quel momento che si sentì afferrare alla base della nuca: non fece neanche in tempo a realizzare la sensazione del calore che gli attraversava la spina dorsale causata da quel tocco che un’esplosione di luce gli spense la vista e la coscienza.


Freddo e duro: era sdraiato a faccia in giù su un pavimento di pietra. Si tirò su lentamente: si sentiva stranamente bene, una sensazione non meglio definita di benessere generale. La fioca luce proveniente dalla cima delle scale alle sue spalle illuminava un corridoio intervallato da torce accese le cui fiamme rimanevano immobili nell’aria, senza far fumo, guizzare o emanare calore. Alla fine del corridoio una soffusa luce verde gli impediva di mettere a fuoco cosa ci fosse al di là dell’accesso. Sentì una sensazione familiare: la risonanza con un’energia affine. Era la stessa sensazione che provava ogni volta che Onofrius Radiant lo chiamava a sé a Vilegis: l’attrazione verso qualcosa o qualcuno che sapeva di dover incontrare. Non poté impedire alle proprie gambe di seguire quella sensazione. Più si avvicinava a quel bagliore, più la medesima pressione provata nell’entrare dentro le mura di Sereth si faceva sentire. In cuor suo sapeva che non c’era nulla da temere al cospetto di quel potere: sapeva che qualsiasi cosa fosse non era malvagio, ma solo incredibilmente potente. E in qualche maniera lui doveva scoprire di cosa si trattava. Si affrettò verso la fine del corridoio, e ciò che vide lo lasciò a bocca aperta.


Un enorme anfiteatro sotterraneo con spalti delimitati da colonne che reggevano una volta affrescata con rune e simboli si spalancò di fronte allo sguardo inebetito di Rios. Al centro dell’anfiteatro una piramide alta tre volte un uomo adulto, inondata di luce dall’alto, rifrangeva sulle pareti caldi riflessi verdi che si muovevano impercettibilmente, frutto del sapiente utilizzo di specchi e lenti per convogliare la luce solare fino a quelle profondità. Avvicinandosi a essa Rios poté notare che le pareti della piramide, anch’esse finemente cesellate con rune e simboli sottilissimi, erano realizzate in blocchi unici, verdi e semitrasparenti, perfettamente lisci e senza il minimo spazio tra di essi. Chi o cosa lo avesse costruito aveva realizzato di certo un’opera al di là delle umane possibilità.

Ci volle qualche attimo prima che Rios si accorgesse che dentro la piramide era sistemato con cura un sarcofago. Prese a girare intorno alla piramide, irresistibilmente attratto da quella sepoltura. Nel fare ciò notò che in alcuni punti la piramide presentava delle spaccature grandi come la sua mano aperta. Si accucciò vicino a una di esse e fece scivolare la mano all’interno: il riflesso verde della luce proveniente dall’alto proiettò sulla sua mano i simboli alchemici istoriati sulla parete di smeraldo della piramide. La sensazione di pressione gentile sembrò aumentare, ma nulla più.

Dopo pochi attimi passati a osservare la propria mano, colorata dalla luce che filtrava dall’alto, Rios si accorse che una nocca della mano era divenuta rossa. Chiuse gli occhi, scosse la testa e guardò di nuovo quel punto, che nel frattempo era arrivato a coprire metà mano. Spostò la mano, ma quella strana luce aumentò fino a colorarla, e solo quella, di rosso. Un’ombra lo sovrastò, proveniente da dietro le sue spalle, senza peraltro oscurare quel bagliore rossastro.

«Cosa fate in questo luogo sacro?» domandò una voce femminile. Un delizioso e sensuale profumo di cannella e arancia avvolse Rios che si voltò, ritirando la mano dalla crepa: la luce rossa era scomparsa. Una figura avvolta in un lungo mantello di velluto rosso e oro troneggiava su di lui. Occhi di un grigio irreale lo squadrarono con cipiglio severo. Il volto a cui appartenevano, grazie a essi, risultava di una bellezza altrettanto irreale, incorniciato da rossi capelli ricci, pur non mostrando alcun segno d’emozione.


«Mi sono perso, Milady. Vagando senza meta mi sono sentito attratto verso questo luogo» rispose il taumaturgo, alzandosi. «Mi chiamo Rios Salemberg. Posso sapere il vostro nome?»

«Il mio nome è, o meglio, era, ciò che sono. E questo è un luogo sacro agli alchimisti: se tu sei uno di loro allora sei il benvenuto, ma da quello che ho visto la tua mano andrebbe amputata con l'accusa di sacrilegio» disse la donna, il cui profumo rischiava di stordirlo, eppure non desiderava altro che esserne avvolto.

«Sono appena giunto e non conosco le vostre leggi. Quale sacrilegio ho commesso? Come posso far ammenda?» chiese sinceramente dispiaciuto. Era certo di aver visto quel viso. Assomigliava in maniera incredibile al volto di… una statua, forse?

«Siete coraggioso a chiedere una cosa del genere proprio a me. O siete davvero uno straniero o siete semplicemente uno stolto che si arrampica sugli specchi» la misteriosa donna allargò le braccia e puntò i pugni sui fianchi, passando il peso del suo corpo snello da un piede all’altro, con fare sensuale ma involontario. Il mantello si scostò, rivelando una generosa scollatura su di un seno dalle forme perfette e ben proporzionato rispetto al corpo asciutto e tonico. Rios, vistosamente a disagio, deglutì e puntò gli occhi in quelli di lei, che si lasciò sfuggire un sorriso beffardo per le reazioni provocate.

«Milady, chiedere a voi non è segno di coraggio, visto che non ci siamo presentati, ma di costernazione per il gesto che ho compiuto. Potreste almeno dirmi cosa ho compiuto? Ve ne sarei grato»

«Avete messo le mani dove non dovevate. Le spaccature che vedete sono state fatte da vandali come voi, ladri e saccheggiatori»

A sentire queste parole Rios riprese un poco di spirito: non sopportava le accuse sbrigative, figurarsi se dirette proprio a lui. «Mi giudicate frettolosamente. Non avevo e non ho la minima intenzione di rubare nulla. Sono arrivato qui per ben altre ragioni. Ho seguito il filo della curiosità, volendo conoscere lady Morgana, e forse mi è stato concesso di capire come salvare il mio mondo»la verità è sempre la migliore carta da giocare in questi casipensò.

A quelle parole la donna gli scoccò uno sguardo ancor più severo e si voltò, dandogli le spalle. Sul mantello un ricamo familiare: le sei code della Fenice di Radiant.

«Ho iniziato col piede sbagliato, milady: perdonate la mia totale ignoranza nei riguardi di questo mondo e della vostra persona. Possiamo ricominciare, se a voi è cosa gradita? Permettete di presentarmi come si confà tra gente dabbene. Rios Salemberg, Signore della Guerra di Salem, primo guaritore in carica nelle schiere di Onofrius Radiant, sulla gemma di Vilegis, semplice guaritore. Al vostro servizio» e appoggiò il pugno chiuso della mano destra sul cuore, facendo un inchino.

«Quindi sapete chi sono? O quanto meno lo presumete»

«Posso presumere questo e molto altro, ma devo essere onesto con voi: il timore di sbagliare e di offendervi ancora di più mi terrorizza»

«Allora sapete proprio tutto, di me» disse la donna sorridendo, questa volta con aria compiaciuta. «Sapete cosa stavate profanando con il vostro gesto?»

«No. Altrimenti non avrei mai osato»

«Sapete chi io sia, dite di voler conoscere Milady ma non sapete cosa rappresenti questo luogo. State ben attento: non osate mentirmi» lasciò cadere le braccia lungo i fianchi e in pochi, silenziosi passi raggiunse i primi gradoni dell’anfiteatro, dove si sedette con grazia. «Questo è smeraldo puro, lavorato con grande maestria secondo le regole del primo Alchimista. Questo è un luogo in cui» si lasciò sfuggire un breve sospiro «stare in pace». Il tono delle ultime parole rifletteva l’umore cupo della donna.

«Non avrebbe senso mentirvi, Milady. Sareste di certo in grado di scoprire le mie bugie all'istante. Stare in pace finché uno sprovveduto come me non mette il naso dove non dovrebbe, vero?» Rios la raggiunse e si sedette a fianco a lei.

«A Sereth nulla capita per caso e comunque questo è un luogo aperto a tutti. Ma la gente là fuori pare essersene scordata» si voltò a fissarlo negli occhi. «Quindi io chi sono?»

«Siete Fenice»

La donna alzò la mano e con un gesto secco fece scaturire una fiamma che prese a danzare sul suo palmo. «Fenice, esatto. Così mi hanno chiamata. Sono rinata dalle ceneri della vecchia Primogenita morta in battaglia in difesa della città. Ma il suo nome ancora riecheggia nelle bocche di tutti e io» prese un profondo respiro, «cerco l'oscurità per sentirmi importante» sorrise nuovamente in modo beffardo.

«Come recitano le parole di potere che uso per guarire: luce imperitura che dai senso al buio…»

Il sorriso di Fenice si allargò e riprese «Anche Milady fa parte dell'elemento del Fuoco. Ne eravate a conoscenza?»

«Lady Morgana fa parte del Fuoco? Tanja mi ha detto che non mi piacciono proprio le cose facili e ora capisco anche il perché»

«Conoscete anche la vecchia amante di mio fratello Bianco? Sicuro di essere un semplice guaritore?» Fenice si lasciò sfuggire una risata sincera, subito smorzata da un’ombra nello sguardo.

«Cosa vi cruccia, Milady Fenice?»

«Ora state osando troppo» tagliò corto la donna, «io voglio farvi una domanda: cosa può infastidire una Fenice?» e si mise in piedi di fronte a Rios.

«Il non bruciare. Il non poter rinascere. È questa l’essenza della Fenice: privarla del fuoco equivarrebbe a condannarla»

«No. La Fenice è Fuoco come gli uomini sono di carne. Il torto più grande che le si può fare è non farla volare e risplendere nel cielo, libera» così dicendo aprì il mantello come fossero ali. Fiamme la circondarono completamente e la sollevarono da terra in una visione mozzafiato. La donna si fece avanti in quella forma fino a fermarsi a pochi centimetri dal volto sbalordito di Rios, portando gli occhi alla stessa altezza con un aggraziato inchino. Sorrideva come in estasi, mentre il calore inondava l’uomo ancora seduto, intenso e piacevole.

«Non posso far altro che questo. Non sarò mai una Fenice se il fuoco non mi avvolgerà per intero» rise in maniera beffarda, ergendosi sopra di lui e proseguì, il tono della voce fermo e risoluto, completamente differente da prima. «Leggo la tua anima. Cerchi il Fuoco, ma non sai come raggiungerlo. Tenti di carpirlo e di farne parte, ma appartieni a tutt’altro mondo; sei Acqua per le tue doti, sei Terra per il tuo carattere. Continuare a osare vorrebbe dire bruciarti e farti male, e io faccio male quando perdo il controllo. Mi odi, vero?»

«Non posso odiare quel che ho sempre amato e desiderato fin da quando sono nato» Rios parlò come in trance, gli occhi scintillanti di ammirazione.

«Allora prova a prendermi. Vediamo se ne hai il coraggio»

Rios scattò in piedi e provò ad abbracciare la donna, come una falena che si getta su una candela. Riuscì a sfiorarle il mantello, ma la figura, né elementale né umana, guizzò in un baleno lontano da lui. La risata di lei rimbombò per tutta la sala. «Non è facile. Con te mi divertirò e tanto»

«Il divertimento sarà reciproco, Milady Fenice» rispose Rios. Un sorriso si allargò sul suo viso. Le sfide avevano sempre avuto quell’effetto su di lui: più difficile sembrava il compito, più impegno ci avrebbe messo.

Fenice fu sorpresa da quella reazione: rise di gusto e cominciò a levitare intorno al taumaturgo, poggiando i piedi a terra per darsi la spinta ogni volta che si avvicinava al suolo; la sua intera figura danzava mentre giocava con l’uomo. Le fiamme crescevano in intensità di attimo in attimo, lasciando intravedere solo il volto divertito della donna, che nelle fiamme perdeva pian piano i lineamenti, e le braccia sempre più simili ad ali, mentre l’intero anfiteatro veniva inondato dalla luce. Ignis, la vera forma dell’Elementale del Fuoco, stava per palesarsi.

Il gioco durò poco: la prima cosa che colpì Rios fu l’odore di carne bruciata, ora ben percepibile. Poi Fenice si spense e cadde al suolo rotolando lungo le prime gradinate, sul volto un dolore feroce le alterava i lineamenti. I vestiti erano quasi del tutto bruciati e spandevano nell’aria gli ultimi fili di fumo. Freddo e buio ripresero immediatamente possesso dell’anfiteatro sotterraneo.

«Le mie ali! La mia anima!» ripeteva la donna. Rios la raggiunse e, togliendosi il mantello, la coprì.



Passi veloci e lontani si avvicinarono dalla galleria, una voce amica chiamò: «Rios! Rios! Sei qui?». Evelyn entrò trafelata nell'anfiteatro. «Rios! Per tutti i bardi ma che ci fai... oh santi dei!» disse la mezzelfa, riconoscendo la donna accasciata per terra. «Che hai fatto?»

«È incredibile come chiunque dia la colpa a me di tutto quello che succede»

«La cosa incredibile è come riesci ad attirare i Primogeniti!»

«Forse mi trovano simpatico»

«Cosa è successo a Lady Fenice?»

«Uno sfogo di frustrazione. Evelyn: Come posso ridare le ali a Lady Fenice?»

«Le ali?» Evelyn oltrepassò l’uomo lanciandogli uno sguardo perplesso e si diresse verso la donna. «Milady, perdonatemi, ma voi siete la Fenice, dovreste già averle»

Una fiammata percorse il corpo della donna, alimentata dalla furia per quella domanda innocente, e per poco non incendiò il volto della mezzelfa. «Stupida sciocca! Ti pare che io chieda aiuto per nulla? Non era proprio il caso di chiederlo a dei semplici umani» Rios notò di nuovo quello strano volto che era apparso mentre l'Elementale giocava a farsi prendere.

«Lady Fiamma?» chiese, esitante.

A quel nome il volto della donna si contrasse in un'espressione di dolore, la sua mano si appoggiò sulla spalla destra. Evelyn si avvicinò a Fenice, preoccupata.

«Rios, hai detto di essere un guaritore, mi sa che qui c'è bisogno di te. Non possiamo portarla fuori di qui in queste condizioni e.... oh per la miseria: il Giglio dei Rinnegati!» Il mantello che la copriva era scivolato dalla spalla destra e una vistosa cicatrice faceva mostra di sé, al cui centro un giglio fiorentino inciso a fuoco grondava sangue sempre più velocemente.

Rios appoggiò le mani vicino alla ferita e prese un respiro profondo. Iniziò a cantilenare le parole di potere di riflesso. La Primogenita, qualsiasi fosse la personalità predominante in quel momento, si voltò verso il taumaturgo, gli occhi di ghiaccio scintillanti tra i riccioli rossi osservano penetrandolo fin nell'anima. «In altri tempi, in altre circostanze avrei ucciso se avessi visto qualcuno usare la magia a Sereth» la donna guardò la mezzelfa, la quale deglutì vistosamente.

«E anche al di sotto di stelle distanti la luce di Ishir ci ammanterà sempre» concluse Rios, e in un attimo il sangue della ferita evaporò, la carne tornò integra, pur lasciando la cicatrice.
«Questo è il grazie più strano che mi abbiano mai rivolto, Lady Fenice. E anche se non lo fosse così lo interpreterò. Ora: dove e come avete perso le ali? Voglio recuperarle per voi»

«Io sono Ignis. Chiamami così per ora» disse la Primogenita.

Evelyn cercò di mettersi a proprio agio parlando, cosa che faceva decisamente troppo spesso. «Non so come sia possibile, ma da un anno a questa parte Fenice non vola e Fiamma vuole riemergere. C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo»

«Moebius Soldraconis è Alto Guardiano di Vilegis. Il suo eco, il male necessario, si è propagato per il multiverso. È come mi ha detto Tanja: a Fenice non riesce a scrollarsi di dosso le proprie ceneri per rinascere» ipotizzò Rios.

La Primogenita annuì.«Non solo nel tuo mondo accade una cosa del genere: molte creature e divinità che da me discendono hanno lo stesso problema. Lo so, lo sento: a differenza dei miei fratelli bado molto a quello che succede negli altri mondi. Ogni fuoco che si accende, sia esso falò o focolare, è per me come un occhio e un orecchio. Ascolto perché non voglio che il Fuoco venga dimenticato o spento per sempre. E sì: purtroppo, sento anche di storie tristi come la tua. È difficile parlare a voi uomini se non hai forma divina, come è difficile avvicinarsi e chiedere aiuto nella vera forma. Le Fenici sono esseri leggendari in molti mondi ma io, Ignis, sono vera ed esisto, ma ho troppa cenere addosso perché gli uomini si accorgano di me e combattano per la mia libertà. Fiamma era forte e aveva carisma. Gli anni in cui il Fuoco dominava erano meravigliosi» sospirò in preda ai ricordi. «Anche se il suo corpo non c'è più, la sento ancora. La sua anima scalpita per portare di nuovo la Fenice alla vittoria»

Si voltò a guardare Rios il volto delicato, ma severo. Rios riconosce il primo viso che ha visto nell’anfiteatro: quello di Lady Fenice. La Primogenita proseguì: «Voi l'avete fatta ritornare. Voi dovreste essere d'esempio» e gli sorrise dolcemente. Il Fuoco ha tante sfumature, ma in tutti i casi illumina la tenebra con poco e quel sorriso scaldò l’animo di Rios in un battito di ciglia.

«Mi onorate, Milady. Sono al vostro servizio» le disse.

«Alla Festa d'Inverno avrò un po' di potere in più, vi chiedo di parteciparvi. Vedrò di esaudire il vostro desiderio di far parte della via Fuoco, se ancora lo desiderate, così potrete aiutarmi!»

A quelle parole Evelyn sgranò gli occhi e scosse la testa.

«Adesso devo andare» proseguì la Primogenita, «o i miei fratelli e la Quinta Essenza si preoccuperanno. A presto».

«Ego te invoco! Ignis!» la donna pronunciò queste poche parole aprendo le braccia. Sul pavimento, seguendo i movimenti delle mani, si materializzò un cerchio alchemico rosso inconcepibilmente più complesso. Mentre la donna si concentrava, il cerchio si allargò e incluse sia Rios che la preoccupata Evelyn. Il cerchio tremolò come candela nel vento, ma alla fine una colonna di luce rossa si innalzò dal pavimento, nascondendo tutto alla vista.


Quando Rios riaprì gli occhi Fenice era scomparsa. Si trovò il lasciapassare in mano, caldo come se fosse stato messo in una fornace. Rios iniziò a passarselo di mano in mano finché non riuscì ad afferrare il laccio. Evelyn, accanto a lui, aprì prima un occhio in modo guardingo, poi l’altro: nelle sue mani, oltre al suo lasciapassare anche il medaglione di Bianco.

«Ah! Scotta!» Lasciapassare e medaglione caddero a terra. La mezzelfa si chinò per raccoglierli dal laccio e, nel rialzarsi si voltò a guardare Rios. Occhi e bocca si spalancarono lentamente di sorpresa, la mano indicò il petto del taumaturgo.

Rios abbassò lo sguardo e solo in quel momento percepì un calore avvolgente proprio dove la mezzelfa stava indicando. Un medaglione grande come quello di Bianco era appeso al suo collo. La superficie brillava di un rosso acceso, come di tramonto estivo, come di fiamma viva.