La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth: parte 1 Onnigrafo Magazine

La Stella di Salem, Capitolo 1: Viaggio a Sereth: parte 1

La stella di Salem, Viaggio a Sereth: Parte 1

Il sole iniziò a sparire tra le colline; l’unica ragione che spronava la figura stretta in un mantello ad allungare i passi era la voglia di arrivare in fretta a casa. Il lago che segnava l’ingresso della sua valle non era in vista, il che significava che ci volevano ancora diverse ore di cammino. Che si fosse perso? La figura ammantata cacciò il dubbio scrollando la testa. Per giunta, con la notte incombente, il freddo cominciava a farsi sentire e il mantello non gli bastava più. Sospirò e chiuse gli occhi, immaginando un camino acceso e una bella zuppa calda, suoni di menestrelli di taverna e grida dell'oste che, dalla cucina, chiede se le pietanze sono pronte. Quanto lo desiderava…

Una vampata di calore e un colpo secco lo presero alla sprovvista: era in piedi, davanti a un tavolo semplice e massiccio, con uno sgabello rovesciato proprio davanti alle sue gambe. Un eloquente dolore allo stinco sinistro fece capire all’uomo che non si era addormentato. Un ragazzino, passando, lasciò un piatto di stufato sul tavolo, come se lo avesse ordinato il nostro sbigottito e infreddolito avventore.

Sconcertato e totalmente allibito, l’uomo si focalizzò sull’ambiente circostante. Era in una taverna: la struttura era tutta in legno di quercia, grandi tavoli e panche si srotolavano, in un caos accogliente, lungo tutta la sala, ai cui lati, in due enormi bracieri di pietra circolari, crepitavano due fuochi vivaci che riscaldavano l’aria e mandavano i loro fumi dentro enormi cappe di rame lavorato che salivano su, probabilmente al piano superiore.

La locanda era piena: su un palco in fondo alla sala, alcuni menestrelli rallegravano l’atmosfera, viaggiatori e avventurieri sparsi tra i tavoli e attorno ai bracieri facevano arrostire pezzi di carne sulla fiamma viva o sorseggiavano del buon vino, parlottando. Il ragazzino che stava servendo, una vera scheggia tra i tavoli, andava e veniva dalle cucine, nascoste dietro due grandi botti di birra. Da lì una voce prepotente, che sembrava femminile, gridava ordini perentori.

La fame ebbe la meglio sul bisogno di porre domande e la necessità di avere risposte e, col suo fare indipendente, ricordò all’uomo col mantello dello stufato che lo stava aspettando. L'uomo cedette: prese lo sgabello, lo rizzò e si mise a sedere.

Mentre lo stufato allietava palato e stomaco dell’uomo, la sua mente cercò di capire dove fosse finito. Non aveva memoria di taverne lungo la sua strada verso casa, né tantomeno di essere entrato e di aver ordinato. Cercò di focalizzarsi sulla voce femminile proveniente dalla cucina, senza successo. Nella sua testa non scattava alcunché, nemmeno scorrendo i visi degli avventori, il loro abbigliamento o la loro cadenza. Tutti, chi più chi meno, davano l’impressione di essere spaesati. Combatté la reticenza di sembrare stupido e appena vide il ragazzo che serviva ai tavoli, lo fermò con un gesto della mano. La sua faccia non sembrava per nulla scocciata da quell’interruzione, ma si notava quanto avesse fretta. «Siete nuovo, vero? Succede quasi sempre così. Ditemi pure»

L’uomo cercò di dimostrarsi più a suo agio di quanto non fosse. «Come si chiama la padrona di questa locanda?», chiese al ragazzo. Dei nomi avrebbero potuto fare un poco di luce sull’intera faccenda.

«Le sorelle Irma e Ines. Irma gestisce la taverna, Ines la locanda di sopra. Desiderate della birra?»

Nessuna scintilla rivelatrice. «Sì, grazie. Quella della casa, se ne avete»

Tornò a guardarsi intorno, mentre lo stufato andava rapidamente finendo. Gente comune, per lo più viandanti, dati i vestiti comodi e le calzature impolverate o infangate, a eccezione di due persone. Due paia di stivali neri perfettamente lucidi, un dettaglio decisamente appariscente, erano calzati da due uomini appoggiati al bancone. Indossavano dei tabarri blu, con il ricamo di un leone rampante argentato al centro del petto, che coprivano delle armature di cuoio a placche di metallo rivettato. Sembrava che fossero in pausa. Dietro di loro, vicino alla porta che immaginò essere l’ingresso, notò una tavola di legno inchiodata al muro a cui erano stati appesi dei fogli. Arrivata la birra, l’uomo finì il suo stufato e, con il boccale in mano, si diresse verso i fogli per soddisfare il suo bisogno di sapere. Due di essi attirarono la sua attenzione. Il primo risultò essere una sorta di regolamento e riportava le testuali parole:


La guardia cittadina del Borgo del Crocevia invita i viandanti giunti al Borgo a registrarsi presso il Corpo di Guardia per ottenere il proprio lasciapassare per la città di Sereth. Senza tale lasciapassare non si può lasciare il Borgo.

Firmato: Capitano George Halamar


Conosceva molti paesi grandi e piccoli nel raggio di diverse leghe dalla sua valle, ma nessuno corrispondeva a quei nomi, neanche traducendoli nei pochi dialetti di cui era a conoscenza. Mentre pensava ai vari toponimi lesse distrattamente un altro foglio, su cui erano elencati gli orari di partenza delle carrozze da e per la fantomatica Sereth. Decise di smetterla di impegnarsi a sembrare uno sciocco e si convinse a rivolgersi alle due guardie. Meglio essere deriso che sentirsi perso. Prese un bel respiro, ingoiò un bel sorso di birra e si diresse verso di loro. Venne accolto da sguardi incuriositi: le guardie si aspettavano domande, a quanto pare.

«Scusate se vi disturbo, messeri, ma gradirei sapere in quale parte della Lega si trova Sereth. Temo di essermi perso»

I due si guardarono sghignazzando. «Eccone un altro!», disse uno.

«Messere, vedete» disse l’altro, «non so di quale lega stiate parlando. Questo è il Borgo del Crocevia, tutte le strade portano qui e una sola ne esce. Chi desidera andare in quel luogo [indicò un punto oltre le mura della taverna] si ritrova qui, fa quello che deve fare e poi parte alla scoperta della Città Bianca. Evidentemente avete desiderato qualcosa o qualcuno che si trova qui, nel Territorio del Nord, ai confini del Mondo Conosciuto»

«... e la tua essenza ti ci ha condotto!», continuò uno dei bardi che, nel frattempo, si era avvicinato: una graziosa fanciulla che seguendo il ritmo del suo tamburello ballava un saltarello molto coinvolgente. «Tutti noi siamo giunti qui così» continuò, «ma non temere, non dubitare e lasciati guidare»

«Da cosa dovrei farmi guidare? Sono disperso, Ishir sola sa dove!», pensò l’uomo col mantello. Il pensiero svanì in fretta quando la giovane donna lo prese per mano e lo portò a ballare in mezzo alla sala. Capelli rossi e ricci legati senza troppa attenzione incorniciavano un volto dal candore perfetto, occhi di un azzurro chiaro scrutavano la sala, con sguardo attento a cercare chi avesse bisogno di un piccolo incoraggiamento per andare a ballare. Il vestito di cuoio e stoffa la fasciava come una seconda pelle. L’uomo rimase colpito soprattutto dai movimenti della ragazza, sia quando ballava, sia quando, semplicemente, beveva; cercò varie volte di trovare il modo di descriverli a se stesso, ma riuscì solamente a definirli perfetti, a prescindere da cosa volesse dire. La birra, come i vari boccali che seguirono, aiutò molto l’impacciato disperso a non curarsi né del giudizio degli altri e a ballare, né a prestare troppo orecchio ai dubbi su dove effettivamente si trovasse.

La notte avanzò silenziosa e, dopo allegre danze e svariati boccali di alcolici, i vari avventori e le guardie abbandonarono la taverna alla spicciolata. Alcuni salirono al piano superiore, altri uscirono a prendere una boccata d’aria fresca per poi rientrare e andare a dormire. In tutto questo via vai, l’uomo col mantello si fermò vicino a uno dei due bracieri e tirò fuori dalle sue scarselle un astuccio di cuoio con un piccolo simbolo bianco inciso da un lato. Dentro l’astuccio vi era il necessario per fumare, un gesto che lo aiutava a pensare. Finito che ebbe di chiudere la carta sottile che racchiudeva il tabacco, l’uomo vide la taverniera uscire dalle cucine e mettersi a rassettare. Era una donna enorme e massiccia, la classica corporatura delle razze nordiche, almeno dalle sue parti: rossi e lisci i capelli, mani grandi e occhi azzurri. Curioso quante persone coi capelli rossi ci fossero da quelle parti.

«Milady, scusate. Vi sto intralciando» Si alzò a fatica, oramai ubriaco.

«Lasciate fare, al massimo vi alzo e vi sposto io» L’uomo non ne dubitava minimamente. «Siete nuovo?»

«Oh, si nota, vero? Mi hanno detto che, a quanto pare, sono potuto arrivare qui perché qui, ovunque diamine sia questo “qui”, si trova qualcosa o qualcuno che sto cercando. Che sia...?» Si fermò a riflettere. «Voi conoscere per caso Lady Morgana?»

«Beh, ve lo siete scelto piccolo il desiderio!» La taverniera allungò la mano e spostò il bavero della camicia nera che l’uomo indossava «Non vedo simboli di appartenenza a gilde di alchimisti: chi siete e cosa volete da Milady?»

«Gilde di alchimisti? No, no. Ho sentito parlare di lei e delle sue lezioni. Non sono che un taumaturgo che vuol conoscere meglio la sua arte. In quel che ho potuto sentire dai racconti che ho ascoltato su di lei, vi è qualcosa che va al di là della stessa alchimia. Dite che la ragione possa essere questa? Che io lo voglia più di quanto io stesso creda possibile?» La birra gli aveva sciolto la lingua più di quanto avrebbe voluto, anche se le ʽesseʼ venivano pronunciate strascicate.

«“Tauma” che? Senti, ragazzo mio: se vuoi una cosa, qui sei nel posto giusto, ma ricorda bene… la via per raggiungerla è lunga e non sempre facile. E tu, di tutte quelle che il Territorio del Nord può offrirti, hai scelto proprio la più importante. Domani, per prima cosa, vai al corpo di guardia e fai quello che ti dicono; non esitare, e non aver paura di dire o pensare qualcosa di sbagliato o falso. Il tuo lasciapassare sarà quello che sei, e ciò che vuoi diventare» Nel dire queste parole, la donna mostrò un pendaglio triangolare verde con incise delle rune strane, poi proseguì. «Ho visitato Sereth molte volte, ma non ho mai trovato ciò che cercavo. Infine, affranta, tornai qui per intraprendere di nuovo il viaggio verso il mio lontano regno, ma né io e ne mia sorella abbiamo avuto il coraggio di lasciare questo piccolo avamposto» La donna si perse nei ricordi per qualche breve attimo per poi riprendersi e continuare. «La colazione viene servita alla settima ora. Hai tempo un’ora per il lasciapassare, prima che la carovana parta. Puoi dormire di sopra. Chiedi di mia sorella Ines»

L'uomo provò a replicare, ma i nuovi indizi e l’alcool in corpo non gli permisero di formulare lucidamente un pensiero di senso compiuto, se non un biascicato «Sì. Grazie infinite. Lo farò».

Con mille domande ancora in testa si avventurò su per le scale in cerca dell'altra padrona del locale, per chiedere un letto per la notte. Gli venne assegnata una stanza calda, piccola ma accogliente, con un letto straordinariamente morbido. L'uomo si affacciò dalla finestra per fumare e il firmamento del Nord si aprì davanti ai suoi occhi. Ripassò mentalmente la giornata e si promise di capire di più di quella faccenda, a cominciare dal modo di tornare a casa. Non appena appoggiò la testa sul cuscino, le domande che lo assillavano lasciarono spazio ai sogni.


All’alba, un buon odore di uova, pancetta e pane caldo lo svegliarono da un sonno placido e ristoratore. I profumi destarono anche il suo stomaco, invogliandolo a scendere rapidamente nella sala comune per mangiare un boccone. Prese dal bancone il suo piatto e un bicchiere e cercò un posto libero. Girò un poco tra le panche in cerca di un angolo dove sedersi quando una mano gli fece cenno, dal fondo della sala. Seguì la gentile indicazione e si mise a sedere; solo in quel momento, alzando gli occhi, scoprì di essere seduto a fianco della barda ballerina della sera prima. Era stata lei a fargli il cenno. Notò che aveva le orecchie a punta, anche se i capelli legati cercavano di coprirli. Forse la guardò per troppo tempo, perché lei gli tese una mano, sorridente: «Mi chiamo Evelyn e sono un bardo cantastorie. Conosco Sereth come le mie tasche e credo che faremo il viaggio insieme».

«Piacere mio, Evelyn. Mi chiamo Rios»